Global Slavery Index 2013: la schiavitù moderna nel Mondo

18/10/2013 di Andrea Viscardi

Global Slavery Index - Schiavitù Moderna

La Walk Free Foundation ha pubblicato il Global Slavery Index 2013, un dossier che analizza la presenza della schiavitù nel Mondo. I dati sono tutt’altro che rassicuranti: il fenomeno coinvolge circa  29 milioni di persone. Per rendere un’idea, quasi come l’unione degli abitanti di Irlanda, Scozia, Portogallo e Grecia.

Gli schiavi nel Mondo - Global Slavery Index 2013
I dieci paesi con il più grande numero di persone vittime della schiavitù moderna (fonte: Global Slavery Index 2013)

 

Schiavitù nel Mondo, Global Slavery Index 2013
La mappa del Global Slavery Index

La schiavitù nel Mondo – Nel dossier, la schiavitù è intesa come “il possesso e il controllo di una persona in un modo che possa significatamene privare tale soggetto della sua libertà individuale, con l’intento di sfruttarla attraverso il suo utilizzo, la gestione, il profitto, il trasferimento o la cessione. Tale pratica è raggiunta attraverso diversi mezzi, come la violenza, la minaccia di violenza, l’inganno e/o la coercizione”. La schiavitù moderna, infatti, non va considerata solamente nel significato più stringente del termine, al suo interno rientrano sfumature che comprendono i matrimoni forzati, il traffico e la vendita di bambini o il debt bondage

Global Slavery Index, schiavitù moderna in IndiaAsia: criticità India – Lo scenario più preoccupante arriva dall’Asia. Dei 29.8 milioni di persone colpite dalla schiavitù moderna, il 72.14% è asiatico. Non bisogna, però, pensare ad un fenomeno equamente diffuso: la zona asiatica e pacifica è altamente incostante, includendo al suo interno paesi come l’Australia, la Nuova Zelanda e il Giappone – in cui il rischio di schiavitù è minimo o inesistente – e altri come India e Cina, in cui – soprattutto nel primo caso – il fenomeno della schiavitù assume proporzioni drammatiche. Dei 21,1 milioni di persone colpite, infatti, tra i 13.300.000 milioni e i 14.700.000 vive nella democrazia più grande del Mondo, l’India. Questo nonostante il tasso di rischio non sia dei più elevati. La Cina, quindi, segue a ruota, con un numero di episodi di schiavitù annoverato intorno ai tre milioni: una proporzione, in realtà, bassa rispetto al numero di abitanti, se paragonata ad altri casi, quali il Pakistan o la Mauritania (dove il fenomeno è statisticamente più diffuso).  Una situazione critica, quella indiana, dovuta a diversi fattori, tra cui un indice di povertà del 32.7%, ma non del tutto uniforme. In stati come l’Uttar Pradesh o il Bihar, per esempio, il debt bondage assume forme addirittura ereditarie, nonostante l’abolizione del 1976. Il maggior numero di schiavi indiani, inoltre, non è inserito all’interno di tratte internazionali, ma locali o interne. In molti casi, invece, lo schiavo è tale nel suo stesso villaggio di appartenenza. Oltre alla questione del debt bondage – di cui comunque può essere una conseguenza – il primo fenomeno di schiavitù è quello del lavoro forzato: tessile, agricolo, edile e minerario sono i settori più colpiti. Spesso, le persone in questa condizione, sono prive di certificati di nascita e di documenti di identità: non esistono. Ne deriva, tra le altre cose, una difficoltà maggiore a quantificare con precisione l’estensione del fenomeno.

Mauritania, schiavitùAfrica Subsahariana –  Circa il 16.36% degli episodi di schiavitù si registrano nell’Africa Sub Sahariana. Critiche, in particolari, le situazioni di Mauritiana, Benin,  Costa d’Avorio e Gambia. La regione è quella con la più alta diversificazione del rischio di schiavitù. Le cause principali sono derivanti dai conflitti etnici e civili della decolonizzazione, dallo sfruttamento delle risorse e del cibo per il mercato globale. Aggravate, inoltre, dalla tolleranza, in alcuni stati, della pratica dei matrimoni forzati, che vedono spesso protagonisti bambini. La Mauritania, in particolare, ha una proporzione di schiavitù che si annovera al 20% dell’intera popolazione – la maggiore del Mondo. Qui, bambini e adulti – sia nelle aree rurali che urbane – sono spesso vere e proprie proprietà private di una casta di padroni,  proprietà che si estende anche in ambito ereditario. La casta degli Haratins “coloro che sono stati liberi” è intesa in senso stretto come di proprietà della minoranza dei White Moors, i detentori del potere politico ed economico. L’abolizione della schiavitù, in realtà, è stata introdotta definitivamente nel 1981 ed implementata da strumenti legali a partire dal 2003, sino all’istituzione, nel 2013 di un’agenzia governativa dedicata alla lotta alla schiavitù. I risultati, sino ad oggi, sono stati però del tutto marginali, per non dire inesistenti.

Schiavi nel MondoNord Africa , Medio Oriente e America  – La percentuale di schiavitù nella zona del Medio Oriente e del Nord Africa si assesta sul 2.54%. Una cifra relativamente bassa, ma occorre considerare come esistano due problemi non trascurabili. Il primo è rappresentato dalla tratta dei migranti nell’Africa del Nord, il secondo dal fatto che, queste zone, si registrano il più alto tasso di discriminazione nei confronti delle donne. Soprattutto questo fenomeno, dopo la primavera araba, è stato affrontato legalmente in molti stati, tra cui Marocco, Siria ed Egitto.  Nelle Americhe la percentuale di schiavi è relativamente bassa: il 3,78%. Questo non toglie esistano due criticità ben evidenti. La prima è Haiti, seconda solo alla Mauritania per rapporto popolazione/schiavi. Qui, in particolare, le vittime sono i bambini delle zone rurali, inviati nei centri urbani a lavorare per le famiglie benestanti. Ad aggravare lo scenario il terremoto del 2010, che ha privato il governo di fondi per combattere il fenomeno. Si stima siano tra i 300 e i 500 mila i bambini che vivono in tali condizioni. La seconda è rappresentata dal Messico e dal suo ruolo di “porta verso gli Stati Uniti”, che ha incentivato il business del traffico e di schiavitù umana ad essere la principale attività dei cartelli criminali. 

Eurasia – L’Uzbekistan rappresenta uno scenario particolare. Qui è il governo ad obbligare più di un milione di persone a lavorare nei campi di cotone ogni anno, per circa due mesi. Considerando questa pratica, durante quel periodo dell’anno, l’Uzbekistan diviene il secondo al mondo per presenza di schiavitù. Anche la Russia, in ogni caso, non vive una situazione florida, occupando il 49° posto al Mondo. Le criticità si registrano, soprattutto, nel campo del lavoro agricolo ed edile. Particolare il caso della Moldova: oltre ad un’alta presenza interna del fenomeno, il suo alto tasso di emigrazione rende i propri cittadini le principali vittime della tratta sessuale e di lavoro forzato in altri  stati, quali Ucraina, Bielorussia e Russia.

E in Europa? – Il nostro Continente presenta il tasso di rischio più baso in materia, con bassi livelli di corruzione, di discriminazione e un sistema legislativo contro la schiavitù tra i più moderni ed efficaci. Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Norvegia e Svezia sono gli stati in cui l’indice del Global Slavery Report è il migliore a livello globale e, tra i primi 10, solo la Nuova Zelanda è uno stato non europeo. Nonostante questo, nell’est, sono diversi gli Stati che vivono realtà di traffico umano e schiavitù, in particolare Bulgaria e Romania. Paradossale anche l’esempio Turco: lo stato di Erdogan, infatti, presenta il più alto tasso di rischio in Europa, ma non la più alta diffusione del fenomeno.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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