Gli USA accoglieranno nuovi migranti: ed è subito polemica

19/01/2016 di Laura Caschera

Gli USA espanderanno il loro programma di ammissione dei rifugiati, il Refugee admission program. Lo scopo: “aiutare individui e famiglie vulnerabili provenienti dalle nazioni del Triangolo del Nord, El Salvador, Guatemala e Honduras”. Ma i repubblicani non ci stanno.

Stati Uniti, Obama

La questione immigrazione continua a tenere banco negli Stati Uniti. Proprio pochi giorni fa, il Segretario di Stato John Kerry ha annunciato che gli USA espanderanno il loro programma di ammissione dei rifugiati, il Refugee admission program. Lo scopo: “aiutare individui e famiglie vulnerabili provenienti dalle nazioni del Triangolo del Nord, El Salvador, Guatemala e Honduras”. L’obiettivo è quello di offrire alle persone provenienti da questi paesi un’alternativa sicura e legale alle “vie pericolose” che molti di loro sono costretti ad affrontare, spesso vendendosi come carne da macello ai trafficanti di esseri umani.

Questo è quello che ha specificato Kerry in un discorso alla National Defense University. Non ha detto però quanti migranti provenienti dalle nazioni del “Norther Triangle” potranno effettivamente entrare nel territorio degli Stati Uniti. Il numero di migranti provenienti dal Centro America che si è introdotto illegalmente nel territorio degli USA è infatti cresciuto esponenzialmente durante l’amministrazione Obama. Il triangolo è una zona spesso ignorata dai media nostrani, ma in forte situazione di crisi: sono circa 1.2 milioni i migranti dell’area che hanno trovato rifugio negli States dal 2000 ad oggi, di cui 1.2 illegalmente. Solamente negli ultimi due anni, circa 200 mila ragazzi, spesso accompagnati dalle madri, altre volte da soli, sono stati colti a tentare di superare il confine sud-occidentale degli Stati Uniti.

Nel paese il tetto dei rifugiati che potranno essere accolti nel 2016 è di 85mila, e tra questi sono inclusi anche i 10mila profughi siriani. Per aumentare il numero di rifugiati che sarà possibile accettare nel territorio, il dipartimento di stato dovrà mettersi al lavoro assieme all’ufficio dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e alle Organizzazioni non governative. Il compito fondamentale sarà svolto dall’Unhcr che, secondo il piano, dovrà creare centri per la valutazione delle richieste nelle nazioni vicine alle tre del Triangolo del Nord, così da evitare situazioni di pericolo ai migranti. Da Washington arriva la voce che l’amministrazione sia propensa ad accettarne 9000 all’anno, anche se non si esclude che possano essere collocati in altre nazioni del continente americano.

Già nel dicembre del 2014 l’amministrazione statunitense aveva ampliato il programma di ammissione dei rifugiati ai bambini provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras, a patto che i loro genitori fossero entrati legalmente negli USA. “L’ultimo sforzo” del programma sarà, dunque, quello di dare la possibilità di richiedere lo stato di rifugiato direttamente nei paesi del Centro America vicini ai tre considerati a rischio, per poi mandarli direttamente negli Stati Uniti.

Uno dei problemi principali è chi potrà godere di tale status. La legge internazionale e quella interna degli USA parlano chiaro: uno dei presupposti per definirsi tale è dimostrare di essere stato perseguitato, o aver timore che ciò accada, per motivi di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o per essere parte di un particolare gruppo sociale. Le tre nazioni del “Norther Triangle” sono attraversate da una terribile violenza endemica, con un aumento degli omicidi e degli scontri tra narcotrafficanti, ma per la legge questo non equivale a una persecuzione basata su motivi di razza o credenze religiose.

Non tutti però condividono la scelta, a cominciare dai Repubblicani, che daranno battaglia. Lo fa sapere Stephen Miller, direttore della comunicazione del senatore Jeff Sessions III, repubblicano dell’Alabama e capo della sottocommissione immigrazione al Senato. Secondo Miller, la strategia di Obama sull’immigrazione sarebbe solo un’altra iniziativa unilaterale del presidente per donare mano d’opera a basso costo alle grandi compagnie. Critica è anche Jessica Vaughan, direttore di studi politici al Center for Immigration Studies. La Vaughan ha sottolineato come questa mossa della presidenza porti un bonus aggiuntivo ai cittadini del Centro America. Essere un rifugiato, secondo la Vaughan, vorrebbe dire avere immediatamente diritto ad alcune prestazioni, come la tanto agognata assistenza sanitaria e un maggiore aiuto nel trovare un posto di lavoro. Così la pensa anche Ann Corcoran del Refugee Resettlement Watch, che pone l’accento sull’importazione di forza- lavoro a basso costo. La Corcoran ricorda il caso dei rifugiati somali, assunti dalla  brasiliana “Swift and Co.” per lavorare nelle sue piantagioni sul territorio degli Stati Uniti. Inoltre, sempre secondo la Corcoran, i migranti provenienti dal Centro America non potrebbero essere considerati rifugiati. “I rifugiati devono provare di essere stati perseguitati. Scappare dalla criminalità o dalla povertà non ti dà diritto a essere un rifugiato secondo la legge degli Stati Uniti”.

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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