Gli spiriti del Ruanda: 20 anni dopo il genocidio

17/04/2014 di Vincenzo Romano

Ruanda Genocidio

Un milione di morti in cento giorni: il genocidio forse più importante del XX secolo come intensità di vite spezzate, paragonabile allo sterminio ebreo nei lager nazisti. Poche volte nella storia umana sono state uccise così tante persone in un periodo di tempo così breve, e poche volte sono stati progettati dei piani di sterminio di così vasta portata. Prima però di analizzare l’essenza del genocidio che ha interessato il Ruanda, è d’obbligo una breve panoramica storica del paese africano.

L’anima del Ruanda. Il Ruanda è una piccola nazione nel cuore dell’Africa. Per secoli è stata abitata da tre tribù: gli  Hutu (la maggioranza della popolazione, circa l’85%), i Tutsi (la maggiore minoranza, circa il 10%) e i Twa, che  hanno condiviso per lungo tempo la stessa cultura, lingua e religione. Nel 1916 il Belgio assunse il controllo del Ruanda al posto della Germania ed instaurò un rigido sistema coloniale di separazione razziale e sfruttamento. Per un breve periodo di tempo, la supremazia venne concessa ai Tutsi sugli Hutu, alimentando  un profondo risentimento tra questi ultimi.

Nel 1959 i Belgi cedettero il controllo del Ruanda alla maggioranza Hutu. Con l’indipendenza ebbe inizio da parte delle istituzioni un lungo periodo di segregazione e massacri anti-Tutsi. Questi ultimi riuscirono ad organizzarsi in bande armate pronte a combattere contro il governo imposto dallo stato belga, e nel 1988 diedero vita ad un movimento di ribellione chiamato Fronte Patriottico Ruandese rivendicando la loro patria. Nel 1990 dalla sua base in Uganda, l’RPF sferrò un’offensiva contro il regime Hutu che fu fermata con l’aiuto militare francese e belga. Un periodo funesto di guerre e massacri continuò fino al 1993, anno in cui le Nazioni Unite negoziarono un accordo (l’Accordo di Arusha) che spartiva il potere tra le parti in conflitto.

Genocidio in RuandaIl contesto internazionale. Nonostante oggi si sappia quasi tutto del genocidio ruandese, grazie a testimonianze e documenti rinvenuti, nel 1994 si credeva fosse un semplice conflitto interno tra tribù contrapposte, niente che potesse interessare i governi della Comunità Internazionale. Il 1994 fu anche l’anno in cui venne definitivamente abolita l’apartheid in Sud Africa. Era quindi chiaro che tutta l’attenzione dei media era concentrata su questo. Possiamo oggi affermare, con il senno di poi, che vi fu un sostanziale disinteresse della comunità internazionale nella vicenda ruandese. Un disinteresse che rende tutti in parte responsabili di ciò che accadde durante quei mesi.

I giorni prima del massacro. La scintilla che scatenò lo sterminio fu un fatto ben preciso: il 6 aprile di 20 anni fa, a Kigali, capitale del Ruanda, l’aereo del presidente ruandese hutu Juvénal Habyarimana fu abbattuto da un missile nel mentre atterrava nell’aeroporto di Kigali. Tale incidente è avvolto tuttora da un’aura di mistero, ma è indubitabile che fu quest’ultimo ad attivare il detonatore che fece scoppiare la bomba.

La notte dell’attentato venne descritta in maniera molto suggestiva da una funzionaria dell’ambasciata americana a Kigali, Laura Lane, la quale affermò di aver sentito un forte boato mentre era a cena con dei colleghi. Pochi minuti dopo le 20:30, Laura Lane ricevette la chiamata dal comando ONU di stanza a Kigali che la informava dell’avvenuto attentato al presidente Juvénal. La sera stessa vennero convocati i rappresentanti del Governo ruandese dal generale Dallaire, capo dell’UNAMIR, il contingente di caschi blu presente sul territorio, che si trovò di fronte il Colonnello Bagosora, fautore dello sterminio della popolazione tutsi. Il generale tentò in tutti i modi di convincere il colonnello Hutu di evitare un conflitto diretto con i gruppi di resistenza tutsi, ma la trattativa non ebbe buon esito. Nei giorni seguenti, un gruppo di estremisti hutu riuscì a prendere il potere e decise in maniera del tutto arbitraria di sterminare la minoranza tutsi presente nel paese.

La sera del 10 aprile, intorno alle 22:30, il generale Dallaire telefonò da Kigali alla centrale operativa delle Nazioni Unite a New York, per avere indicazioni precise sul da farsi. Nel gennaio precedente, il generale aveva inviato un cablogramma al quartier generale delle Nazioni Unite, specificando chiaramente il piano di sterminio che il governo Hutu voleva perseguire nei confronti della popolazione tutsi presente nel territorio di Kigali. Nel medesimo cablogramma sottolinava le intenzioni del governo estremista di attentare alla vita del suo contingente di uomini (soprattutto belgi). Dallaire, continuava nel messaggio, riferì di voler compiere un’incursione negli arsenali segreti della milizia governativa (scoperti dai suoi uomini) entro le 36 ore successive, e che per tale motivo aveva bisogno di rinforzi dal comando delle Nazioni Unite. Il massaggio si chiudeva con una frase in francese: “Peux ce que veux” (volere è potere).

Nonostante le ripetute sollecitazioni da parte del generale, i suoi diretti superiori del Dipartimento per le operazioni di peace-keeping, diretto da Kofi Annan, respinsero in maniera decisiva le sue richieste di aiuto. Successivamente, Annan ha dichiarato di essere  scettico sulle informazioni che l’intelligence gli aveva fornito, e che riteneva (a torto) che l’invio di altri uomini avrebbe potuto causare un ulteriore aumento della tensione in Ruanda. Altra motivazione (anche questa priva di fondamento) riguardava il mandato che l’ONU aveva nel paese africano, ovvero  quello di mantenere la pace tra le due fazioni, così come stabilito dagli Accordi di Arusha, e che quindi un eventuale attacco dei cachi blu avrebbe comportato un’uscita dalla giurisdizione del mandato stesso.

Vi erano, poi, altri episodi che indussero alla prudenza, questa volta del governo statunitense, nella fornitura di attrezzature militari e di uomini sul campo: gli attentati di Mogadiscio, nei quali persero la vita 18 soldati americani durante un attentato. L’allora presidente statunitense Clinton non volle coinvolgere i suoi militari in un altro possibile conflitto in Africa.

I giorni del massacro. Nei cento giorni successivi furono massacrate più di un milione di persone tra tutsi ed hutu moderati a colpi di machete, coltello, lancia, falce, zappa e bastone. Durante quei giorni, molti furono gli uomini e le donne che si distinsero per coraggio ed intelligenza. Tra questi vi furono Carl Wilkens, volontario di una chiesa metodista americana, che riuscì a portare in salvo numerose persone di etnia tutsi che stavano per essere massacrate. In quei giorni drammatici, è bene ricordarlo, furono fatti evacuare dal Ruanda tutti i cittadini stranieri (americani, francesi, belgi) che risiedevano in quel territorio.

Furono predisposti ponti aerei dai governi coinvolti nel rimpatrio dei propri cittadini, e fu così lasciata la possibilità al governo estremista hutu (guidato ufficialmente da Bagosora) di sterminare la minoranza tutsi. Durante questi ponti aerei si riuscìrono ad infiltrare alcuni componenti tutsi, soprattutto bambini e ragazzi. Un ruolo importante fu giocato dalla funzionaria dell’ambasciata americana Laura Lane, ricordata sopra.

Le testimonianze. Le numerose vittime del genocidio hanno per anni cercato di rimuovere ciò che è successo nel 1994. Alcune ci sono riuscite,molte altre non hanno ancora superato un trauma così forte come quello di perdere parte o tutta la propria famiglia in un massacro senza senso, altre ancora hanno fermato la propria esistenza a quell’anno e si sono apprestate a vivere il loro “resto di vita”.

Le testimonianze di sopravvissuti all’eccidio sono numerose. Una di quelle che più ha colpito l’immaginario comune sulla brutalità delle violenze perpetrate dagli hutu è quella di Valentina Iribagiza, una piccola bambina sopravvissuta ad un massacro perpetrato in una chiesa di Nyarabuye, un villaggio contadino dove vivevano assieme comunità di hutu e tutsi. Valentina racconta che i giorni precedenti la carneficina, la piccola comunità tutsi di stanza nel villaggio venne a sapere ciò che stava succedendo nel paese ad opera del governo hutu; il lavaggio del cervello al quale era sottoposta la popolazione (soprattutto contadina) hutu nel compiere e perpetrare lo sterminio.

La notte del 14 di aprile, la minoranza tutsi, composta da circa 5000 persone, decise di nascondersi nella piccola chiesa del villaggio, confidando nel fatto che i contadini hutu non sarebbero mai arrivati ad uccidere degli esseri umani in una chiesa. La mattina del 15, un gruppo di soldati armati di mitra coadiuvati dai contadini presenti nell’area, si diressero verso l’edificio, facendovi irruzione. Iniziarono a sparare sulla folla inerme di persone, che come sola arma aveva dei sassi. All’improvviso si fermarono, e continuarono ad uccidere le persone a colpi di machete. Valentina si nascose sotto dei cadaveri. Fu risparmiata perché ricoperta di sangue, e quindi creduta morta. Rimase sotto i cadaveri per molto tempo, finché non venne ritrovata molti giorni dopo, da un gruppo di volontari della Croce Rossa.

La testimonianza di Gitera Rwamuhizi, contadino hutu, che partecipò al massacro di Nyarabuye è ancora più agghiacciante, e ci da una portata di ciò che erano diventati i massacri. Racconta Gitera: “era come se ci avesse preso Satana. Quando Satana ti possiede, impazzisci. Non eravamo più noi. Non puoi dire di essere normale se macelli le persone”.

Le testimonianze di persone coinvolte, direttamente od indirettamente, nel genocidio potrebbero continuare. Una cosa però può essere affermata con estrema certezza: quello che l’allora comunità internazionale bollò come una “guerra tribale”, in realtà nascondeva un disegno ben preciso da parte dell’élite dominante del Paese. Un disegno che ha portato un cospicuo gruppo di persone a commettere uno dei più gravi crimini della storia.

Cosa è cambiato. Ad oggi il governo ruandese, guidato da Paul Kagame, un tutsi, ha cercato di imprimere una svolta radicale nel rapporto del suo popolo con la propria storia. Sono stati varati piani che impongono la riconciliazione nazionale tra le tribù hutu e tutsi. Il cammino da fare però è ancora lungo ed irto di ostacoli.

L’imposizione della conciliazione potrà reggere in futuro solo a condizione che il popolo ruandese prenda atto della coscienza comune dei popoli che abitano quelle terre. Per secoli hutu e tutsi hanno convissuto, non sempre pacificamente, negli stessi territori di cui vantano l’esclusività ad utilizzare. La presa d’atto della coesistenza è però un passo necessario per garantire una pace stabile e duratura nel tempo. Una sfida difficile, ma non impossibile da superare.

 

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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