Gli obiettivi di Ankara nel nord della Siria e il rapporto con gli USA

18/01/2017 di Sabrina Sergi

Le relazioni turco-americane attraversano una fase difficile. Da un lato, Ankara nutre forti risentimenti nei confronti della politica estera di Obama in Medio Oriente. Dall'altro, sembra che Donald Trump voglia tendere la mano...

Trump e turchia

Il passaggio dall’amministrazione Obama a quella Trump riserverà in ogni caso delle sorprese anche sul fronte turco della gurra civile siriana. Da qualche settimana infatti, Washington ed Ankara hanno inviato reciproci segnali di distensione, dopo mesi di rapporti tesi.

L’apice della tensione é stato raggiunto il 5 gennaio quando Ibrahim Kalın, portavoce del presidente turco, aveva affermato che la Turchia avrebbe il diritto di chiudere la base NATO di Incirlik. Quest’ultima, che é stata operativa dal 1955, rappresenta uno dei pilastri militari non solo dell’Alleanza Atlantica, ma anche dell’Occidente contro lo Stato Islamico. I problemi sono sorti quando l’operazione turca nel nord della Siria, nota come Operazione Scudo dell’Eufrate, ha subìto un’impasse nei pressi della città di al-Bab, nella provincia di Aleppo. Nei pressi di al-Bab si sono ritrovati infatti, oltre lo Stato Islamico, anche la Free Syrian Army (composta dai ribelli anti-Assad e supportata dall’esercito turco), le Syrian Democratic Forces (guidate dal gruppo curdo-siriano YPG e sostenuta dagli USA), la Syrian Army (ovvero l’esercito lealista siriano, sostenuto soprattutto dalla Russia).

A dicembre, gli americani avevano negato il supporto aereo richiesto dai turchi per le operazioni di terra ad al-Bab, affermando che quella non rappresentasse per loro una priorità. Tuttavia col passare del tempo, le vera ragione del rifiuto americano risiedono nella consapevolezza che la Turchia, piú che allo Stato islamico, fosse in realtá maggiormente interessata alla lotta anti-curda, volendo a tutti i costi impedire che i curdi stabiliscano un controllo permanete su tutta la fascia di territorio che si estende dal nord dell’Iraq fino alla costa siriana del Mar Mediterraneo. Naturale timore di Ankara é che il controllo su una tale estensione territoriale possa facilitare la nascita di un’unione cantonale curda, una volta giunti in sede di trattative al termien del conflitto.

Ad ogni modo, il supporto aereo é stato colmato dalla Russia, che ai primi di gennaio ha fornito il proprio supporto aereo su al-Bab. Tra l’altro Putin, forte dei numerosi motivi di crisi tra i due alleati della NATO, è riuscito a massimizzare i propri obiettivi in Siria. Infatti, grazie alla mediazione di Erdoğan con le forze d’opposizione siriane che la Turchia stessa supportava, è riuscito ad ottenere l’accordo per il cessate il fuoco. Inoltre, il prossimo 23 gennaio, si terranno ad Astana, in Kazakhstan, i colloqui di pace che potrebbero rappresentare un importante passo verso la fine della guerra civile siriana. Al tavolo delle trattative saranno presenti Assad e le forze d’opposizione moderate, mentre Putin, Rouhani ed Erdoğan faranno da garanti. La sorpresa più grande, però, è stato l’invito offerto agli americani su proposta turca e con il benestare di Mosca.

Il cambiamento di rotta da parte di Ankara è stato molto probabilmente guidato dalla fiducia riposta in Trump. Vale la pena sottolineare in effetti che lo scorso 12 gennaio il nuovo segretario alla Difesa americana, Rex Tillerson, ha pubblicamente dichiarato che sarebbe necessario per gli USA ‘ricucire i rapporti’ con Erdoğan. Tale affermazione ha dato seguito agli auspici del presidente turco e del suo ministro degli Esteri rispetto al cambio di amministrazione, seguiti dalle critiche all’operato di Obama in Medio Oriente. A supporto del rinnovato rapporto turco-americano, comunque, ci sarebbe un effettivo cambio di strategia militare. Secondo fonti militari turche infatti, la scorsa settimana  caccia statunitensi avrebbero fornito supporto aereo alla Turkish Air Force sui cieli di al-Bab.

Tuttavia, per capire se effettivamente l’amministrazione Trump supporterà la strategia di Ankara, sará necessario aspettare i colloqui di Astana. Se così fosse, la posizione dei curdi siriani si complicherebbe, ma é inverosimile che gli USA volteranno le spalle a coloro che finora sono stati i loro principali alleati nella lotta contro l’ISIS.

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Sabrina Sergi

Laureata magistrale in Scienze della Politica a Lecce, con 110 e lode, ha approfondito i suoi studi di politica internazionale presso l’ISPI di Milano, dove ha frequentato il Master in Diplomacy. Passioni collaterali: scrittura, letteratura e storia.
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