Gli esuberi delle Province: storie di superficialità italiana

19/12/2014 di Luca Andrea Palmieri

La riforma Delrio prevede per l’anno prossimo un netto taglio al personale delle Province, in vista della loro abolizione. Eppure nessun ente di governo si è ancora mosso per definire il riassorbimento delle 20mila persone coinvolte, e una pezza - ma nulla di più - sarà messa dalla legge di stabilità.

Province ed esuberi

A far le cose in maniera improvvisata, spesso si rischia di far guai. Soprattutto poi se sono troppe le teste pensanti dietro a un progetto complesso come l’abolizione delle Province. “Non servono a niente!” grideranno i più strenui sostenitori della loro abolizione: sbagliano. In effetti non è che la scomparsa delle Province nasca dal fatto che non “fanno” cose.

In realtà, come tutti gli enti pubblici, hanno una serie di competenze che svolgono attraverso il loro personale e società connesse (un esempio banale: mai sentito parlare delle “strade provinciali”?). In realtà esiste anche una nutrita letteratura giuridica intorno alla necessità di abolire o meno le Province (o di eliminare, al contrario, le Regioni). L’obiettivo sta infatti nella ridistribuzione delle loro competenze agli altri enti, i Comuni e le Regioni appunto: si ritiene infatti che questi potrebbero tranquillamente svolgere gli stessi compiti, riducendo società partecipate, poltrone politiche, personale, etc., così da conseguire i tanto agognati risparmi. Tant’è che, con una malizia non sempre ingiustificata, l’altro argomento dei favorevoli all’abolizione sta proprio nella riduzione di occasioni di “magna magna” all’italiana.

Il problema è che non si può fare di tutta l’erba un fascio, e quando le cose vengono fatte in maniera superficiale, pensando solo al risultato politico e meno alle conseguenze reali, poi affiorano i problemi. Ed è quel che sta succedendo oggi, mentre si attende il maxi-emendamento del Governo alla Legge di Stabilità. E’ sorto un problema non da poco infatti. La famigerata riforma Delrio, quella che ha dato inizio al depotenziamento degli enti provinciali in vista della loro esclusione dalla Costituzione, prevede un drastico taglio agli organici provinciali a partire da Gennaio.

Si parla di quasi 20 mila dipendenti sui 43mila circa titolari di un contratto a tempo indeterminato. In teoria gli esuberi non dovrebbero portare al licenziamento: dopo due anni di “mobilità” a stipendio pieno ne seguirebbero due all’80% di retribuzione. Il personale dovrebbe poi essere trasferito agli altri organi di Governo, come le Regioni. Il problema è che ancora nessuno ha previsto la riorganizzazione degli incarichi in vista di quest’assorbimento: addirittura la Regione Lombardia ha già dichiarato di non voler cambiare l’organizzazione del personale. Insomma, il rischio è quello di una sorta di caso “Esodati bis”, non con i pensionati ma con lavoratori del pubblico che si ritroverebbero di punto in bianco senza stipendio e con le annesse difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro per chi ha superato una certa età.

A una prima analisi sorgono due quesiti importanti: innanzi tutto, quanto possano influire nei territori, soprattutto in enti “macro” come le regioni, i contrasti politici tra le parti? Sarebbe molto grave scoprire che dietro certe scelte c’è la volontà prima di tutto di fare un danno al “nemico” sulla pelle del personale, non destinando nuove risorse umane alle competenze che i vari enti si ritroveranno a dover gestire. Ma questo dopotutto è un ragionamento malizioso, e resta il fatto che un po’ tutti vivono in regime di sempre più pressante spending review. Non è difficile immaginare che più di un ente, davanti al rischio di trovarsi schiacciato tra la necessità di risparmiare e di prendere questo nuovo personale, abbia preferito mantenersi silente, finché possibile.

Resta però la certezza che, come al solito, in questo paese sia sempre l’improvvisazione a far da padrona. Si tratta dell’atteggiamento del “ce la vediamo quando si pone il problema” che è tra i principali responsabili della maggioranza dei guai del nostro paese (si pensi al dissesto idrogeologico). Qualsiasi propugnatore del federalismo – che pure in democrazie più funzionanti della nostra porta ad un’ottima gestione dei territori – rimarrebbe atterrito guardando all’incapacità cronica dei vari livelli di governo italiani nel coordinarsi tra di loro.

In ogni caso, per quel che riguarda i dipendenti non c’è retorica anti-statalista che tenga: tra queste persone c’è senza dubbio anche chi è entrato per concorso non truccato, e che si impegna effettivamente al mantenimento del territorio. Non si può certo pensare che tutta l’amministrazione sia raccomandata o fannullona. Intanto la mobilitazione è già partita, con la Cgil in prima fila (impensabile che la Camusso perdesse l’occasione di una sponda così facile per lanciar strali contro il Governo), con occupazioni simboliche soprattutto in Toscana, ma anche a Roma e in programmazione in Sicilia.

Intanto in giornata è stata annunciata una prima soluzione, anche se si tratta più che altro di un “incerottamento” del problema. Dovrebbe essere inclusa nella legge di stabilità una misura che porterà al rinvio di un anno del regime di mobilità per i dipendenti pubblici provinciali. Resta il problema, su cui pure pare si stia lavorando, di qualche centinaio di lavoratori a termine in scadenza. Se questa linea verrà mantenuta (e sembra di gran lunga la cosa più prevedibile), è perché si tratta dell’unica scelta possibile al momento, ma comunque per lo Stato il rimedio è quasi peggio del problema. Alla fine infatti si segue il più “gattopardiano” dei detti: cambiar tutto per non cambiare niente. Così infatti non si consegue alcun risparmio: i dipendenti restano ai loro posti e nessun altro ente si prende la responsabilità di riassorbirli.

C’è solo da augurarsi, a questo punto, che la lezione venga imparata. Se si vuole davvero continuare lungo la strada scelta dell’abolizione delle Province, è bene che il Governo responsabilizzi in maniera decisa tutti gli altri enti governativi, preparandoli davvero ad accogliere i dipendenti in mobilità. Tutto questo non esclude che si creino situazioni dolorose, con la presenza di esuberi anche nel caso di una ricollocazione efficace. Ma scelte difficili in realtà richiedono il doppio dell’impegno perché arrivino a compimento. Eppure la sensazione è che resti vivo il rischio che una situazione del genere si ripeta anche l’anno prossimo. Senza contare che un’effettiva abolizione delle province dalla Costituzione renderebbe di colpo il problema molto più grave. Va bene i risparmi, ma che vengano ragionati nel modo giusto. Improvvisarli non può che portare solo altri danni al paese.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus