Gli effetti del 2015: al via le Città Metropolitane

02/01/2015 di Luca Andrea Palmieri

Il primo gennaio prende realmente il via un Ente Locale di cui si parla in realtà da più di vent’anni. Nonostante l’attesa però, non mancano i ritardatari, e per i motivi più diversi

Città Metropolitane

Era il lontano 2001 quando l’approvazione del Titolo V portò una novità unica nell’impianto costituzionale del nostro paese. Nascevano, almeno sulla carta, le Città Metropolitane, che si affiancavano a Comuni, Province e Regioni nella folta schiera degli enti locali. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ma, come spesso accade, ci sono voluti 14 anni perché il nuovo ente entrasse davvero in gioco. Infatti, il 1° gennaio è entrata in vigore la legge Delrio, la 56 del 7 aprile 2014, che impone, in alcune aree territoriali, il subentro del suddetto Ente alle Province omonime di alcune aree territoriali. Sono attualmente 10 le aree interessate, ed equivalgono pressappoco alle aree provinciali delle città più abitate delle regioni a statuto ordinario: Roma (con Statuto Speciale), Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Genova, Venezia, Bari e, unica più indietro sia per popolazione della città che della provincia, Reggio Calabria (dal 2016). A breve, poi, ne nasceranno di nuove nelle regioni a statuto speciale.

Vista la storia del nostro paese, non possiamo stupirci di tale ritardo, anzi. Potremmo addirittura affermare che, rispetto al passato, le tempistiche sono state discretamente buone. Basti pensare alla storia della nascita delle Regioni, previste fin dall’approvazione della Costituzione – nel lontano 1946. Se quelle a Statuto Speciale nacquero subito, proprio perché lo Statuto, data la sua specialità, era approvabile solo tramite legge Costituzionale, per l’istituzione delle regioni ordinarie, si dovette aspettare fino al 1970: non proprio il giorno dopo.

A voler essere veramente puntigliosi, anche le Città Metropolitane hanno dovuto aspettare più di vent’anni perché, oltre che su carta, venissero effettivamente alla luce. La loro prima previsione risale infatti alla legge 142 del 1990, la famosa riforma dell’ordinamento degli Enti locali. Nel frattempo, di acqua sotto i ponti ne è passata moltissima: 24 anni, 17 governi, 8 legislature. Anni in cui si è discusso molto – e spesso male – su di un ulteriore riordino del sistema degli enti locali, con al primo posto le insistenti richieste di soppressione delle Province. Una questione di grande attualità ancora oggi, tra problemi pratici, come la difficoltà di riassorbimento dei dipendenti – su cui ha messo una pezza la legge di stabilità – e questioni istituzionali. Per garantire l’effettiva scomparsa dell’ente è infatti necessaria una modifica alla Costituzione, già prevista nel ddl di riforma istituzionale in discussione in questo periodo, e più conosciuto dal pubblico per la previsione di riforma del Senato.

Insomma, nel quadro riformativo della macchina statale, le Città Metropolitane dovrebbero sostituire, in alcuni casi specifici, le Province. Per i critici del Governo, sarebbe un modo per rimettere con una mano ciò che si sta, lentamente e con grande fatica, togliendo con l’altra. Per i sostenitori del progetto, la questione è che non tutti i territori si adattano a una gestione mediata direttamente tra Regioni e Comuni. (ricordando che saranno previste anche associazioni di questi ultimi per quei servizi che più conviene gestire in collaborazione rispetto che da soli): le aree più densamente abitate e di maggiore rilevanza richiedono, nell’opinione di molti, una gestione comunque concordata. Per capirci, sarebbe impensabile che la gestione di rifiuti del napoletano venisse gestita singolarmente da ognuno dei piccoli comuni confinanti, come le varie Casavatore, Arzano, Casoria: servirebbero decine di centri di smistamento, aziende addette, e così via. Meglio, allora, un’organizzazione comune – anche con la città maggiore – che permetta di gestire le necessità di tutti.

L’obiettivo dunque è quello di una gestione comune di una serie di servizi – in linea di principio gli stessi della provincia, con una possibilità di delega regionale – in modo più integrato, con la riduzione degli organi politici di riferimento: infatti gli incarichi, esercitati a titolo gratuito, sono assegnati principalmente ai sindaci e ai consiglieri dei singoli Comuni (che formeranno i tre organi: Sindaco metropolitano, Consiglio e Conferenza).

Come accennato, l’iter organizzativo dei nuovi enti va avanti, nonostante qualche difficoltà organizzativa e ritardo. Teoricamente, entro fine dicembre, tutte le realtà interessate avrebbero dovuto approvare il nuovo Statuto. Come spesso accade nel nostro paese, così non è: ad ora solo, Firenze, Genova, Milano, Bologna, Bari e Roma hanno completato quest’iter: le ritardatarie sono Napoli e Torino. Oltre a Reggio Calabria, che ha ancora un anno a sua disposizione. Assente giustificata è Venezia: l’arresto del sindaco Orsoni, sostituito da un Commissario, impedisce alla città di avere un Sindaco Metropolitano. Risultato: si dovranno aspettare le elezioni in Primavera perché il nuovo corso amministrativo prenda il suo via. Intanto il percorso va avanti.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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