Gli appunti della Corte dei Conti

11/06/2015 di Federico Nascimben

La Corte dei Conti ha presentato il Rapporto 2015 sullo stato della finanza pubblica dal quale emergono alcuni appunti di cui è opportuno prendere nota

Questa mattina la Corte dei Conti ha presentato il suo Rapporto 2015 sul coordinamento della finanza pubblica dal quale emergono una serie di appunti (o ammonimenti) di cui è opportuno prendere nota.

Il quadro generale

Partiamo dal quadro macroeconomico generale. Anche secondo la Corte, come abbiamo più volte ribadito, “in larga misura, il miglioramento del tono congiunturale è stato reso possibile da una serie di eventi esterni concomitanti, che agiscono nel senso di un rafforzamento delle prospettive di crescita. La riduzione del prezzo del petrolio, il calo dei tassi di interesse e il deprezzamento dell’euro hanno modificato, rendendolo più disteso, lo scenario macroeconomico. Un impulso decisivo all’inversione del ciclo economico è poi venuto dal Quantitative Easing avviato dalla Banca centrale europea in avvio di 2015″.

Conti pubblici e spending review

Altro dato fondamentale riguarda la correzione dei conti pubblici attuata nel periodo 2009-2014, “conseguita dal lato delle entrate, dal momento che le molte misure discrezionali intraprese in questo periodo hanno portato, nonostante la profonda recessione, a un incremento del gettito di oltre 55 miliardi di euro; la spesa primaria corrente è invece aumentata di 16 miliardi, spingendo in direzione di un maggiore indebitamento”, ma solo a causa della “componente per prestazioni sociali: al netto di questa voce, la spesa primaria corrente è diminuita, nel periodo, di quasi 21 miliardi. Difficilmente, dunque, il sistema economico potrà sopportare ulteriori aumenti della pressione fiscale. Prioritaria appare, semmai, la necessità di un intervento di segno opposto, volto a restituire capacità di spesa a famiglie e imprese”.

La Corte dei Conti poi ribadisce nuovamente i limiti dell’azione di revisione della spesa pubblica e il perimetro davanti al quale questa va a scontrarsi, in quanto “non possono sottovalutarsi le incertezze che riguardano la possibilità di realizzare pienamente il programma di spending review, a motivo degli ampi risparmi già conseguiti per le componenti più flessibili  (redditi e consumi intermedi) e per il permanere di un elevato grado di rigidità nella dinamica delle prestazioni sociali. E’ questo un punto di snodo che deve portare all’attenzione il fatto che un duraturo controllo sulle dinamiche di spesa può ormai difficilmente prescindere da una riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo e che abbia al proprio centro una riorganizzazione dei servizi di welfare”.

Forse, però, uno dei punti più interessanti è quello riguardante le condizioni di sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica, dato che queste “richiedono, al nostro paese, la costruzione di una traiettoria macroeconomica ambiziosa, caratterizzata da saggi di crescita del Pil e della produttività non inferiori all’1,5 per cento anno e da un ritorno della disoccupazione al tasso del 7 per cento. Si tratta di uno scenario non conseguibile in assenza di interventi profondi, capaci di accelerare la dinamica della produttività totale dei fattori”.

La mancata svolta federalista e l’impennata della tassazione locale

Altra annotazione di particolare importanza riguarda la riforma dei rapporti tra Stato centrale e amministrazioni locali che, a partire dagli anni ’90, avrebbe dovuto dare vita ad una svolta federalista in termini di funzioni, competenze e finanziari. “Il rapporto fra spesa dei governi locali e totale della spesa pubblica nel periodo 2001-2014 è rimasto sostanzialmente costante, in Italia […]. Egualmente, le entrate dei livelli locali di governo continuano a rappresentare, oggi come al principio del processo di riforma, circa il 20 per cento delle entrate al netto della componente previdenziale, e questo rappresenta il minimo fra i Paesi considerati”.

Da un punto di vista finanziario “così come nel 2001, ancora nel 2012 i livelli di governo locale in Italia per ogni euro speso incassavano meno di 50 centesimi; il meccanismo dominante continuava ad essere quello della finanza derivata. E’ pur vero che il rapporto in questione è lievemente aumentato fra l’inizio e la fine del periodo considerato, ma in un percorso con oscillazioni che non lasciano emergere una chiara linea di tendenza”. La quota di entrate locali sul totale delle entrate delle Amministrazioni Pubbliche, però, “risulta quasi raddoppiata in vent’anni, dall’11,4% del 1995 al 21,9% del 2014. Ma ciò è stato frutto di scelte operate a livello di governo centrale, piuttosto che espressione dell’autonomia impositiva degli enti decentrati”.

Ipertrofia legislativa finanziaria

L’ipertrofia legislativa italiana si è vista anche negli anni di crisi economica, dato che “fra manovre di bilancio e specifiche iniziative legislative, sono 45 i provvedimenti varati fra il 2008 e il 2014 (dal DL 112/2008 al DL 192/2014) recanti interventi con effetti diretti o riflessi sulle entrate. Nell’insieme, si tratta di ben 758 misure che, fra maggiori e minori entrate, movimentano oltre 520 miliardi di risorse, con un impatto in termini di riduzione dell’indebitamento netto pari a 145 miliardi. La loro eredità si proietta sul futuro; il 2015, in particolare, incorpora maggiori entrate nette per poco meno di 22 miliardi, frutto in larga parte del trascinamento dalle annualità pregresse”.

Quali conseguenze ha avuto tutto ciò? “La ricomposizione generata da sette anni di manovre [ha] finito per consegnare al 2015 un assetto impositivo che, rispetto alle evidenze dell’ultimo anno pre-crisi (il 2007), risulta avere dato seguito solo in parte alle indicazioni provenienti dalle istituzioni interne e dagli organismi internazionali e agli obiettivi declinati dalla politica fiscale. La redistribuzione, in sostanza, si è tradotta in aumenti impositivi sul patrimonio immobiliare, sui consumi e sulle rendite, senza che a ciò si sia accompagnata un’equivalente riduzione del prelievo sui fattori produttivi”.

I tesoretti sepolti da evasione e agevolazioni

Di assoluto interesse sono anche due annotazioni a margine della Corte sull’abitudine di molti Governi di individuare tesoretti provenienti dal contrasto all’evasione fiscale e dal riordino delle agevolazioni fiscali (c.d. tax expenditures).

Nel primo caso si “rileva innanzitutto l’imponenza dei numeri: oltre 64 miliardi il maggior gettito atteso in sette anni dalle misure finalizzate al contrasto del fenomeno, ossia oltre il 44 per cento dell’aumento complessivo di entrate di cui sono state accreditate le 45 manovre dell’intero periodo. Rileva, in secondo luogo, la distribuzione delle misure anti evasione in tutte le annualità, con l’unica eccezione del 2013. Si segnala infine un andamento altalenante nell’impiego contabile delle entrate attese dalle misure di contrasto varate: l’esplicito utilizzo a copertura, proprio del periodo 2008-2011 e accantonato nel biennio successivo, ritrova nuova vitalità nel 2014″.

Nel secondo caso “si rinvengono 202 interventi sui regimi agevolativi, i quattro quinti dei quali si concretizzano nell’estensione di agevolazioni esistenti o nell’introduzione di nuove, mentre la parte residua è rappresentata da misure di cancellazione o ridimensionamento di agevolazioni esistenti. Con un risultato opposto agli obiettivi dichiarati della politica fiscale: nell’insieme del periodo 2008-2015, l’erosione di entrate prodotta dal fenomeno delle spese fiscali è quantificabile in poco meno di 40 miliardi, per effetto di 51 miliardi di aumenti cui si contrappongono, poco più di 11 miliardi di “riduzioni” delle agevolazioni”.

Che dire?

Premesso che nel Rapporto vengono evidenziate molte altre problematiche altrettanto interessanti, nel complesso il lavoro della Corte dei Conti si caratterizza per un insieme di spunti di riflessione che raramente emergono in documenti simili e, ancor più raramente, nel dibattito pubblico.

Di particolare merito è l’insistenza nel ribadire i limiti a cui va incontro la spending review nostrana, a meno che non venga messo in discussione il perimetro pubblico/privato a sfavore del primo; così come la sottolineatura delle condizioni di sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica (crescita Pil e produttività dell’1,5% annui, disoccupazione al 7,5%): parametri di fatto irraggiungibili che naturalmente condizioneranno la tenuta dei conti pubblici.

Inoltre, nella transizione (?) verso il federalismo fiscale, nella complessiva redistribuzione (?) del carico fiscale, così come nel contrasto all’evasione fiscale e nel riordino delle agevolazioni fiscali emergono tutta una serie di contraddizioni che hanno caratterizzato l’azione dei Governi che si sono succeduti negli ultimi anni, dando complessivamente vita ad un quadro di finanza pubblica fortemente scoordinato e frammentato. Ma questo lo sapevamo, anche se da oggi lo sappiamo un po’ meglio.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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