Gli appuntamenti elettorali in Europa: 2015 decisivo per le sorti dell’Unione?

26/01/2015 di Enrico Casadei

Dalla Finlandia al Regno Unito, dall'Olanda alla Danimarca, passando per Spagna, Polonia e Portogallo: tutti gli appuntamenti chiave per un 2015 che sarà decisivo per decidere le sorti dell'Euro

UE: le elezioni 2015

Nel corso del 2015 dieci Paesi europei andranno alle urne, sia per consultazioni legislative che locali, in un clima di profonda insoddisfazione verso le Istituzioni europee. D’altronde, difficilmente poteva essere diverso, dato il perdurare della crisi economica iniziata oramai da un lustro. Di conseguenza, non sembra che si possa ripetere altrove la fiducia verso l’Unione Europea che gli italiani hanno dimostrato alle scorse elezioni nostrane – tenendo sempre presente che il risultato del 40% era stato catalizzato più da Matteo Renzi, che da una vera e propria fiducia in Bruxelles. Che il nuovo anno porti con sè un aumento del consenso euroscettico?

Primo appuntamento, ormai passato, sono state le elezioni politiche elleniche. In Grecia, dopo la mancata elezione del Presidente della Repubblica si è andati a votare con la consapevolezza che un grande cambiamento poteva avvenire. A sostituire il partito conservatore di Nea Dimokratia (ND) del premier uscente Antonis Samaras è stata infatti l’estrema sinistra di Alexis Tsipras. Il suo partito, Syriza, ha ottenuto 149 seggi (pari al 36%), mancando la maggioranza assoluta per soli due posti. A ND sono andati 76 seggi e ad Alba Dorata, partito di estrema destra, da qualcuno definito neo nazista, 17. Sul “fronte” Europa e debito pubblico si è giocata la partita: da una parte le forze conservatrici e liberali che hanno attuato i piani della cosiddetta Troika e dall’altro Syriza, con la promessa di una ristrutturazione dei rapporti con l’Europa, prima fra tutto quelli economici. Ora la palla passa proprio alle richieste sul debito che il neo eletto premier greco intende chiedere e soprattutto alla risposta che riceverà dagli Stati europei. Peraltro, secondo Jeroen Dijsselbloem, presidente Eurogruppo e ministro delle finanze olandese, sembra ci sia “molto poco sostegno” all’interno dell’area euro su possibili sconti sul debito.

Ue, Bce e Fmi erano fiduciosi in un governo di coalizione che potesse mettere un freno alle richieste di Syriza, ma sono stati delusi. Tsipras si è rivolto infatti ai Greci Indipendenti, partito di derivazione destrista dell’ND fondato da Anel e Panos Kamennos. In comune hanno solo le posizioni anti europeiste mentre divergono, in toto, sul resto: dall’ immigrazione, ai diritti civili, dai matrimoni omosessuali al rapporto Stato-Chiesa. Tuttavia una tale fermezza di intenti contro l’austerità non ha spaventato le controparti. Christine Lagarde, presidente del Fmi, in un’intervista a Le Monde, ha ricordato che “la Grecia deve rispettare le regole della zona euro e non può chiedere un trattamento speciale sul debito, a seguito della vittoria alle elezioni politiche di Syriza”.

La prima vera incognita per ordine temporale sarebbe l’Estonia, non fosse che non vi sono veri e propri partiti politici euroscettici né in Parlamento né fuori. La maggioranza di centro destra, coalizzata con i socialdemocratici, dovrebbe senza problemi portare a casa un terzo dei voti e assicurarsi il governo della nazione.

Il mese di marzo porta le elezioni locali in Olanda e Francia. Nei Paesi Bassi il partito deciso a uscire dall’euro e ritornare alla sovranità monetaria nazionale è il Pvv – Partito per la Libertà guidato da Geert Wilders, nato nel 2004 come costola dissidente del partito liberale. I voti che Wilders raccoglierà non avranno lo stesso peso delle elezioni parlamentari ma sicuramente impensieriranno Mark Rutte, Primo Ministro, leader del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD), di stampo liberale e conservatore, perchè la composizione delle province olandesi si riflette sulla composizione del Senato e l’attività di governo potrebbe restare paralizzata se nella Camera dei Senatori il VVD perdesse la maggioranza.

Quanto alla Francia troviamo il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, che cercherà di ‘cavalcare’ la strage di Charlie Hebdo per raccogliere voti. Tuttavia, il consenso per Hollande è cresciuto proprio per come si è comportato in seguito agli attentati. Resta quindi da vedere se il FN – che ha ottenuto il 17,9% alle presidenziali – riuscirà a portare a casa il 24% che i sondaggi gli attribuiscono. A margine c’è anche l’Ump, Unione per un Movimento Popolare, partito di centro destra dell’ex-presidente Nicolas Sarkozy.

A metà aprile si vota in Finlandia dove, dal 2011, al governo siede una coalizione di centristi sia di sinistra sia di destra perchè il partito dei Perussuomalaiset – Finlandesi autentici è arrivato oltre il 19%. Il suo leader Timo Soini sostiene che l’Unione europea è una potenza straniera d’oppressione, che gli immigrati rubano i soldi del welfare e i posti di lavoro e che l’euro è una valuta-imbroglio. Qui. la battaglia verterà principalmente intorno al rapporto con la Russia, tra sanzioni e appetiti imperialisti, e l’esito è incerto, anche se i fedeli di Timo Soini dovrebbero ridursi, almeno secondo i sondaggi.

Le elezioni più attese sono sicuramente quelle inglesi di maggio dove i rapporti con la Comunità Europea sono al centro della discussione. E svetta su tutti l’Ukip – United Kingdom Independence Party – di Nigel Farage che non solo alle ultime elezioni europee ha sorpassato il partito conservatore del premier David Cameron ma, secondo gli ultimi sondaggi, difende la posizione e rilancia il suoi proclami isolazionisti. La soluzione a questa lotta sembrerebbe essere nientemeno che un alleanza tra i due partiti, secondo quanto l’inquilino di Downing Street avrebbe lasciato intendere in un’intervista a BBC1. Tuttavia, la sintesi migliore sembra essere quella di una coalizione tra Labour e Tory. Eppure, Cameron non ha escluso del tutto la possibilità di un’uscita dall’Europa perché ha promesso un referendum sul tema nel 2017. La partita resta aperta, anche perché all’ordine del giorno vi sono pure i temi economici: infatti, anche se il Pil nel 2014 è stimato in crescita al 3,1% e la disoccupazione in calo al 6,2% il deficit resta alto.

Il 14 settembre è la volta della Danimarca, dove si svolgeranno le elezioni politiche al termine del mandato del socialdemocratico Helle Thorning-Schmidt. Sul fronte anti-Europa troviamo il Dansk Folksparti (Partito Danese del Popolo) il quale, secondo il sondaggio Megafon per conto di TV2, avrebbe circa il 21% dei voti, mentre nel 2011 si attestava al “solo” al 12,3%. Tale salto in avanti è provocato dall’insofferenza dei danesi per il crescente numero di rifugiati, accusati di arrivare nel paese scandinavo solo per godere dei sussidi di Stato.

A giugno si terranno le votazioni presidenziali in Polonia. Non solo, di lì a pochi mesi (ottobre) si terranno anche le elezioni politiche. A sfidarsi a giugno saranno l’attuale presidente Komorowski del partito al governo, Piattaforma Civica (Platforma Obywatelska – PO), moderato e liberale, e il candidato del partito di opposizione, Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość – PiS), euroscettico e nazionalista, dell’ex premier Kaczynski. Sebbene il PO dovrebbe portare a casa senza problemi la presidenza per il terzo mandato consecutivo, nei sondaggi delle elezioni parlamentari il PiS è in testa. La vittoria di quest’ultimo potrebbe arrestare il processo di integrazione europea (leggasi adozione dell’euro) lanciato dal governo in carica. Gli effetti potrebbero essere destabilizzanti per il Vecchio continente, dato e il peso acquisito da Varsavia negli ultimi anni, e le possibili frizioni con la presidenza al Consiglio Europeo di Donald Tusk, ex premier polacco per Piattaforma Civica.

L’autunno porterà le elezioni in Portogallo. Il successo dei piani di aggiustamento “imposti” dalla Troika hanno fatto uscire il paese lusitano dalla crisi e nel 2014 è tornato a crescere seppure dello 0,9%. Nondimeno, il peso delle misure richieste si è fatta sentire sulla politica e i sondaggi danno per perdente l’attuale premier conservatore Passos Coelho contro i socialisti che presenteranno il sindaco di Lisbona, Antonio Costa. Socialisti che, in ogni caso, stanno affrontando lo scandalo giudiziario legato all’ex premier Jose Socrates e che quindi potrebbero perdere i voti che un elettorato deluso rivolgerebbe verso le sinistre più radicali, come ad esempio il Bloco de Esquerda o il Partido Comunista (partiti entrambi fortemente critici nei confronti dell’europa, sebbene solo gli annunci del secondo abbiano assunto connotazioni nazionalistiche e patriottiche). Per evitare la sconfitta, il Partito Socialista Portoghese cercherà alleanze? Se si, è probabile che volga lo sguardo al Partido Livre, critico verso l’Eu ma aperto al dialogo.

A fine anno si voterà anche in Spagna dove Podemos, partito di sinistra radicale nato dalle proteste dei giovani “indignados” e guidato da Pablo Iglesias, sembra inarrestabile, con il 27,5% delle preferenze. Al contrario, il centro destra, con il Partito Popolare al governo di Mariano Rajoy, dimezzerebbe le preferenze raccolte nel 2011, con un magro 24,6%. Secondo El Pais, mai una formazione politica era riuscita a reccogliere in così breve tempo lo stesso consenso. La causa va ricercata principalmente nelle politiche di austerità e negli scandali di corruzione degli ultimi tempi. I risultati economici sembrano passati in secondo piano, anche se, nella già iniziata campagna elettorale, il PP si propone come “garante di stabilità e benessere”, nonchè artefice dell’uscita dalla crisi. L’economia è il perno delle proposte programmatiche di Podemos: da un lato, propone di “sciogliere il giogo” della Troika (e a detta del fondatore, della Germania) e dall’altro è contrario alla liberalizzazione del mercato del lavoro portata avanti da Zapatero e da Rajoy. Inoltre, sositene i temi dell’ambientalismo e della lotta alle grandi imprese, alle banche e alla finanza. La vittoria di Tsipras alle elezioni greche potrebbe inoltre fare da sponda per un ulteriore aumento della popolarità degli indignatos, che oramai, in Europa, non sono più soli.

Un 2015 che, per molti versi, sarà decisivo pe il futuro dell’Unione, e potranno aprire definirivamente una questione: l’Europa è a un punto di arrivo (verso la dissoluzione) o a un punto di partenza (verso l’unione politica)?

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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