Gli albori del Regio Esercito italiano

07/01/2015 di Lorenzo

Le componenti del Regio Esercito italiano, al momento della sua costituzione, erano diverse e molto distanti tra loro, ed influenzarono in modo considerevole anche le scelte di politica estera del neonato Regno. Vediamo come

Regio Esercito Italiano

In genere si ritiene che il Regio Esercito italiano, nel momento della sua costituzione, avvenuta il 4 maggio 1861, altro non fu che un’armata sarda molto ingrandita dall’abile mano del ministro della guerra, Manfredo Fanti, un anno dopo i plebisciti avvenuti nei due Ducati emiliani e nel Granducato di Toscana per l’annessione al Regno di Sardegna. Ciò può essere grosso modo vero per ciò che riguardava le armi, le uniformi e la struttura dell’esercito, non altrettanto per gli uomini e soprattutto per quello che era il suo fulcro: il corpo ufficiali. L’aumento dai 3195 del 1859 ai 16051 del 1862, costituiva, di per sé, una trasformazione di grandissima portata. Se tale “allargamento” non produsse mutamenti visibili nel breve periodo, ciò è dovuto al fatto che il vertice della piramide militare continuò per lungo tempo ad essere costituito, in grande maggioranza, da ufficiali provenienti dagli ex-territori piemontesi. Nei primi decenni post-unitari esistette di fatto un indubbio predominio della compagine piemontese, anche se, agli appartenenti del vecchio esercito subalpino si andò lentamente ad affiancare, nei quadri più alti, un sempre più nutrito gruppo di generali provenienti anche dagli Stati preunitari. L’entrata di vari ufficiali di spicco non piemontesi nel neonato esercito regio fu di vitale importanza per comprendere le varie scelte ed i progetti di alleanza discussi dai vertici militari.

Ai suoi albori, l’esercito subalpino era stato riorganizzato prendendo spunto dal modello transalpino e, dagli anni trenta del secolo XIX, gli strateghi sardi incominciarono ad importare nelle loro schiere alcune tecniche del rinato esercito prussiano. Il lungo periodo che Alfonso La Marmora (1849-60) passò a capo del Ministero della Guerra del Regno di Sardegna servì a far entrare in simbiosi questi due ordinamenti – quello francese e quello prussiano – anche se il modello francese continuò a dominare il modo di essere del Regio Esercito fino alla rovinosa ed umiliante sconfitta di Sedan del settembre 1870. L’attrazione che l’esercito francese e la Francia del Secondo Impero bonapartista ebbero sul Piemonte prima e sulla neonata Italia poi è dovuta alla fama e alla potenza che fino ad allora aveva goduto Parigi agli occhi di tutti gli stati europei, considerata come la nazione con il più potente ed organizzato esercito del mondo.

Per quanto riguarda gli eserciti delle altre potenze del Concerto Europeo, va detto che il corpo ufficiale subalpino aveva pressoché nella sua totalità una pronfonda ammirazione per la capacità militare dell’esercito imperiale austriaco, considerato secondo solo a quello francese. La Prussia e il suo esercito, invece, non godevano di altrettanta fama sia perché lontani dalla realtà e dalle guerre condotte sul campo di battaglia dal Regno di Sardegna, sia perché non si era potuto constatare direttamente, come era avvenuto con Austria e Francia nelle due guerre per l’indipendenza, l’efficienza della macchina militare di Berlino.

Un gruppo a parte del neonato esercito italiano era costituito dagli ufficiali provenienti dal Regno delle Due Sicilie; essi, come ci racconta Emilio De Bono, si dividevano in due categorie: la prima, composta da ufficiali sapienti, intelligentissimi, pieni di tatto che si seppero subito imporre tanto da risultare, poi, tra i migliori generali del nostro esercito – basti ricordare il capo di stato maggiore, Alberto Pollio. I membri della seconda, invece, avevano scarsa cultura, poco spirito militare e, soprattutto, nessuna volontà di fare. Gli orientamenti degli ex-ufficiali duosiciliani erano alquanto diversi da quelli dei loro colleghi provenienti da Torino. Infatti, se non avevano particolari motivi per amare l’Austria, non ne avevano neanche per odiarla, mentre invece guardavano con sospetto i rapporti che il neonato stato italiano aveva fino ad allora tessuto con i francesi, i quali, nonostante tutte le promesse fatte al re Francesco II, li avevano piantati in asso, ritirando la loro flotta proprio nel momento più critico della campagna del 1860-61.

Altro gruppo a parte, entrato a far parte del Regio Esercito fu quello delle Camicie Rosse del Garibaldi che, anche se carenti di disciplina e addestramento militare, erano, secondo il giudizio di molti, “bollenti di ingegno e di vigorosi spiriti”. Gli ex-garibaldini, differentemente dagli altri due grandi gruppi aggregati al Regio Esercito, disprezzavano tanto la Francia di Napoleone III quanto l’Austria. Ma fu proprio grazie alla “coalizione” nata tra ex-garibaldini ed ufficiali duosiciliani che la maggior parte delle idee di una politica anti-francesi vennero forgiate.

Non si completerebbe un’analisi del quadro del neonato Regio Esercito se non si esaminasse anche un’altra, seppur molto ristretta, sua componente: coloro che avevano militato tra le fila del grande esercito imperiale austriaco. Quest’ultimi erano uno dei fiori all’occhiello dell’esercito italiano, ottimi sotto ogni punto di vista. Questa esigua componente fu di primaria importanza perché fornì all’esercito alcuni dei suoi capi più prestigiosi come il padovano Antonio Baldissera  – governatore generale dell’Eritrea – e Carlo Caneva, capo di Stato Maggiore durante il conflitto italo-ottomano; entrambi, come è facile intuire, furono tra i più favorevoli ad eventuali intese con Vienna.

Tale panoramica delle provenienze e, quindi, degli orientamenti dei quadri del Regio Esercito italiano, costituì una necessaria premessa all’indagine dei successivi avvenimenti per quanto riguarda la politica estera del giovane Regno. Alla luce di tali fatti, appare chiaro come furono importanti le diverse componenti ed i diversi orientamenti politico-militari delle varie compagini costituenti. Si può dunque constatare che, stante la prevalenza piemontese, nei primi anni dopo l’Unità, fu la Francia di Napoleone III a godere delle maggiori simpatie nell’ambito militare (e diplomatico). Re Vittorio Emanuele II fu uno dei maggiori rappresentanti di questa tendenza tanto che, nel 1870, insisteva per schierarsi al lato della Francia contro la coalizione tedesca capitanata dalla Prussia. Questa volontà all’alleanza era basata però, non sulla fraternità d’armi del ’59, bensì sull’errata convinzione che ogni iniziativa dovesse essere presa “sempre partendo da una situazione europea dominata dal fattore Secondo Impero”. Una diversa realtà, a detta di molti coevi, avrebbe finito per isolare diplomaticamente il giovane Regno, una situazione questa quanto mai difficile per un paese debole e dissestato finanziariamente e statuariamente come l’Italia. Tali aspettative, infelicemente, non furono attese. Gli eventi del 1870-71 polverizzarono ogni convinzione ed ebbero riflessi e conseguenze all’interno dell’apparato militare italiano tutto. La nuova realtà, rivelata dalla straordinaria vittoria di Bismarck, impose un processo di adeguamento che andava ben oltre i semplici studi sull’ordinamento prussiano; perciò tra il 1871 e il 1873 veniva dato un nuovo assetto all’esercito italiano, prendendo a modello proprio quello del Kaiser.

Gli anni successivi alla caduta del Secondo Impero non costituirono d’altro canto un periodo di massima sicurezza per l’Italia. Crollato il pilastro su cui si poggiava la politica estera, la situazione del nuovo regno divenne, dopo la presa di Roma, quanto mai precaria, privo come era di amici all’estero e con gravissimi problemi finanziari interni che ne minacciavano l’esistenza stessa. L’isolazionismo diplomatico si fece poi ancor più sentire dopo l’occupazione francese di Tunisi, difronte ad un’Europa quanto mai disinteressata. A questa situazione, la crescente ammirazione per il modello tedesco, sviluppatosi negli anni della sinistra storica, e dall’altra il timore di un altro “schiaffo” diplomatico, spinsero l’Italia fino alla fatidica data del 20 maggio 1882. L’entrata nella Triplice Alleanza.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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