Giuseppe Salvago Raggi, un diplomatico dell’Italia liberale

28/04/2013 di Matteo Anastasi

Ambasciatore a Pechino durante la rivolta dei Boxer, governatore civile dell’Eritrea, ambasciatore a Parigi, delegato alla Conferenza della pace e alle Conferenze per le riparazioni, senatore del Regno, scrittore e viaggiatore, il marchese Giuseppe Salvago Raggi – nome “mitico” della diplomazia italiana postunitaria – apparteneva a una delle più illustri e antiche casate dell’aristocrazia ligure.     

Giuseppe Salvago Raggi
Giuseppe Salvago Raggi

Era nato a Genova il 17 maggio 1866, allevato in una famiglia che – conclusa la parabola della repubblica genovese e dopo le vicende che avevano condotto all’unificazione – si era sostanzialmente, lo ha ricordato il prof. Francesco Perfetti, «piemontesizzata e caratterizzata per la fedeltà al nuovo Stato unitario e alla dinastia sabauda». L’ingresso nella “carriera” giunse nel 1889, al secondo tentativo. Per ammortizzare la delusione dell’insuccesso al primo concorso, il padre decise di regalargli una lunga ed esotica crociera analiticamente narrata dallo stesso Salvago Raggi nelle sue Lettere dall’Oriente, la cui prima edizione fu pubblicata nel 1972. Quel viaggio consolatorio fu particolarmente formativo: lo condusse in Egitto, Palestina, Turchia e gli fece casualmente incontrare Heinrich Schliemann, il celebre esploratore scopritore di Troia.

I primi passi diplomatici furono mossi in importanti sedi: Madrid, Pietroburgo e Berlino prima, poi Costantinopoli – in quel frangente al centro dell’annosa “Questione d’Oriente” – e Il Cairo, teatro delle tensioni anglo-francesi. A trentadue anni, nel 1897, il grande salto come incaricato d’affari in Cina, allora «al centro di una vera e propria lotta fra le potenze europee per assicurarsi zone di influenza attraverso l’apertura di rappresentanze commerciali». Anche l’Italia, nonostante le perplessità di Salvago Raggi – dal 1899 ministro residente – pensò di inserirsi nella bagarre, in maniera, tuttavia, sì maldestra da provocare, a Roma, la caduta del ministero Pelloux con gli Esteri che tornarono nelle salde mani del navigato marchese Emilio Visconti Venosta.

Dopo la conclusione dei negoziati che chiusero la rivolta dei Boxer, a Salvago Raggi – rientrato in Italia dopo un rocambolesco viaggio attraverso la Mongolia – il nuovo ministro degli Esteri Prinetti affidò, nel 1902, il ruolo di agente diplomatico e console generale a Il Cairo, «crocevia dei contrasti, dei riavvicinamenti, dei giochi e dei riassestamenti diplomatici» tra Londra e Parigi. Tra Medio Oriente e Africa settentrionale trascorse circa quindici anni, riuscendo, nel 1916, a testimonianza della bontà della sua opera, a essere tra i pochi diplomatici informati degli accordi (segreti) Sykes-Picot, intesa anglo-francese per la spartizione dei territori mediorientali.

In assoluto disaccordo con la politica estera dell’ultima Italia liberale, chiese e ottenne di essere collocato a riposo nel 1918, dopo un breve ma intenso servizio prestato come ambasciatore a Parigi. Le memorie di Salvago Raggi si chiudono con i suoi incontri con Mussolini appena salito al potere. Sono pagine che «mostrano due mondi a confronto, due mondi che si scrutano, si misurano, si studiano e che non potranno naturalmente convivere. Da una parte, un Mussolini immerso nella sua parte di governante, accuratamente rasato, con un vestito in redingote, ben stirato, l’aspetto di un uomo serio e severo, ma con uno sguardo accentuatamente duro con gli occhi troppo aperti per essere naturale quasi a dimostrazione di un qualche disagio esistenziale o di una qualche non meglio definita e definibile diffidenza. Dall’altra parte, un Salvago Raggi, austero e impeccabile con tutta la dignità e l’autorevolezza del notabile dell’età liberale, aristocratico nel tratto e nelle convinzioni, cattolico e monarchico, impermeabile alle tentazioni rivoluzionarie e incrollabile nella fedeltà ai doveri di un servitore dello Stato. Due mondi, appunto, diversi e, alla fine, inconciliabili».

Negli anni successivi, durante tutto il Ventennio – la morte lo coglierà nel 1946 – Salvago Raggi «si chiuse in se stesso senza svolgere, per quanto fosse senatore del Regno, attività pubblica. Preferì, piuttosto, guardare con distacco fortemente critico gli sviluppi politici. Si limitò a scrivere, quasi per gioco intellettuale, articoli non destinati alla pubblicazione e appunti, i cui manoscritti sono conservati dagli eredi», in particolare nell’archivio della nipote, marchesa Camilla Salvago Raggi.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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