Giuseppe Garibaldi e i Mille, una storia mai veramente scritta

01/02/2015 di Matteo Anastasi

Per molti decenni si è preferito esaltare l'impresa dei mille basandosi solo sul suo valore propagandistico e simbolico. Ma le cause di una campagna fulminante in cui pochi uomini riuscirono a conquistare un Regno di sei milioni di persone, in realtà, dipendono in modo molto marginale dai Mille

Garibaldi, Mille

A distanza di oltre centocinquanta anni dall’”impresa” garibaldina dei Mille, i nodi da sciogliere nella ricostruzione storica della vicenda restano copiosi. Uno su tutti: come riuscirono quegli anomali soldati guidati da un uomo assai controverso a sopraffare il più grande esercito della Penisola, solo in Sicilia composto da oltre venticinquemila elementi tra fanteria, cavalleria e artiglieria? Scriverà in proposito una delle menti di maggior pregio del Risorgimento, Massimo d’Azeglio: «Nessuno più di me stima Garibaldi, ma quando s’è vinta un’armata di sessantamila soldati, conquistando un regno di sei milioni di abitanti, colla perdita di otto uomini, si dovrebbe pensare che c’è sotto qualche cosa di non ordinario».  

Lo storico Paolo Macry, nel suo Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo insieme i pezzi, ha provato a dare in proposito risposte concrete. Dopo una velata tirata d’orecchie agli studiosi che l’hanno preceduto – «le dinamiche del crollo delle Due Sicilie sono state indagate soltanto in parte […] per una sorta di remora ideologica» – l’analisi porta alla luce gli aspetti meno edificanti del crollo del regno borbonico. Anzitutto il sostegno fondamentale fornito ai Mille da «uomini primitivi, selvaggi, violenti», figli dei disordini del 1848-1849, che avevano portato a un’esplosione della criminalità sul territorio, con conseguente formazione di squadre armate presto unica autorità effettiva sul territorio. Quest’area delinquenziale si rivela decisiva nel 1860, quando affianca Garibaldi nello scontro con l’esercito regolare. Lo scrittore Giuseppe Cesare Abba li descriverà nel modo che segue: «Le squadre arrivavano da ogni parte, a cavallo, a piedi, a centinaia, una diavoleria […] Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre e certi occhi che paiono bocche di pistole». Tali narrazioni, sentenzia Macry, rendono «la guerra siciliana del 1860 poco adatta a essere inserita in visioni oleografiche del Risorgimento e tanto meno a soddisfare i criteri del liberalismo europeo e le sue prerogative irrinunciabili […] Gli errori politici e militari dei borbonici e le straordinarie gesta dei garibaldini vanno egualmente ridimensionati; i primi sono meno gravi di quanto non si ritenga, le seconde meno fulgide». In particolare, gli uomini di Garibaldi dipesero «dal prezioso appoggio delle squadre», volenterose di metter fine al potere borbonico sul territorio, ma altresì pronte a contrastare l’autorità del nascente Stato italiano, come dimostrerà la storia successiva di quei luoghi.

Non più limpide le vicende del 1860 napoletano, dove nel giro di poche settimane dalla fedeltà assoluta ai Borbone si sarebbe passati a un inneggiamento costante a Cavour e Garibaldi. Scrive in proposito Macry: «Il 1860 napoletano è un grande, talvolta spudorato esercizio di travestitismo». A guidare questo «vertiginoso cambio di passo» è un uomo: don Liborio Romano, dal 5 giugno del 1860 prefetto di polizia dopo esser stato, precedentemente, oppositore politico. La sua carriera è fulminante. Nel giro di tre settimane è nominato ministro dell’Interno e come prima mossa decide di convocare presso la sua abitazione i principali capi della camorra, spiegando loro che è giunto il momento di «riabilitarsi dalla degradazione» per guidare una nuova pubblica sicurezza. Ecco così che, quando a settembre Garibaldi giunge a Napoli, viene accolto in trionfo, come un liberatore, da una città in mano a personaggi del calibro di Michele ‘o Chiazziere e Tore ‘e Crescenzo.

La storia successiva è nota. Quando, dopo il 1860, i piemontesi giungeranno nel Meridione per governare quella che per loro è «Affrica», dovranno scontrarsi con un’imponente reazione armata da cui scaturiranno quattro anni di sanguinosissima guerra civile. Una vicenda bellica in cui saranno impiegati oltre centomila soldati e che produrrà più morti dell’intera epopea risorgimentale, aprendo un’insanabile frattura nel Paese la cui eco è viva ancora oggi.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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