La giungla dei sussidi alle imprese

05/11/2014 di Enrico Casadei

Il tema dei sussidi industriali infiamma gli italiani quanto una partita di pallone: tutti sono allenatori della nazionale, tutti sanno come risolvere la situazione. Da un lato un’enormità di risorse impiegate e dall’altro una crisi che non accenna a sparire. Insomma il classico cercare di utilizzare risorse scarse nel modo più efficiente ed efficace possibile

Etica della responsabilità

Il tema dei sussidi industriali infiamma gli italiani quanto una partita di pallone: tutti sono allenatori della nazionale, tutti sanno come risolvere la situazione. Da un lato un’enormità di risorse impiegate e dall’altro una crisi che non accenna a sparire. Insomma il classico cercare di utilizzare risorse scarse nel modo più efficiente ed efficace possibile.

Le traiettorie di analisi saranno principalmente due:

 – Come, perché e in base a cosa lo Stato attribuisce i soldi.

 – Come le imprese utilizzano tali incentivi e quindi la loro significatività.

I sussidi, come indica la parola stessa, sono contributi pubblici alle imprese, ovvero trasferimenti unilaterali o sgravi fiscali a favore di una determinata categoria di imprese provenienti da un qualsiasi ente statale, amministrazione centrale o locale oppure ancora impresa pubblica. In definitiva, aiuti di Stato. Il pubblico amministratore decide cioè di intervenire sul mercato al fine di favorire, incentivare questa o quell’altra categoria perché si ritiene necessario creare un terreno equo dal quale poi il mercato potrà liberamente svilupparsi.

In particolare, gli ambiti d’azione di tali interventi sono pesantemente regolati dall’Europa per evitare che possano incidere negativamente sul mercato unico. L’articolo 107 TFUE è chiaro infatti nello stabilire l’incompatibilità tra aiuti e mercato unico europeo pur in presenza di possibili deroghe. Si tratta quindi di un divieto che scatta ogni qual volta si realizzano quattro presupposti: origine statale; vantaggio a favore di talune imprese o produzioni; impatto sulla concorrenza; idoneità ad incidere sugli scambi tra gli Stati membri. Perciò, in presenza di queste condizioni, non ha più importanza la forma, perché l’intervento si qualifica automaticamente come aiuto di stato. La Commissione europea ha in materia un ampio potere discrezionale perché le è attribuito il duplice potere di autorizzare un intervento su richiesta di uno Stato membro e di stabilire se un intervento rientra nella sfera delle eccezioni. In genere gli aiuti ritenuti dalla Commissione compatibili sono quelli che perseguono un interesse generale, come ad esempio la tutela dell’ambiente o la ricerca scientifica o che comunque cercano di correggere un fallimento di mercato. Al fine di semplificare l’iter di concessione di un aiuto, la legislazione europea è recentemente intervenuta in materia col Regolamento 800/2008/CE; il quale accorda agli Stati membri il potere di riconoscere preventivamente l’aiuto e solo successivamente informare la Commissione se si rientra nei criteri stabiliti dal Regolamento stesso.

Detta così sembra una materia secondaria che occupa solo sparuti spazi dell’azione statale. Al contrario è necessario rendersi conto della portata della materia e quindi sembra doveroso fornire qualche dato. Nel merito vi sono due tipologie di ricerche: da un lato si cerca di quantificare l’ammontare degli aiuti erogati e dall’altro si cerca invece di stabilirne la significatività individuando l’addizionalità degli interventi.

Quanto alla prima si ricorda naturalmente il libro Mani bucate (2011) di Marco Cobianchi, giornalista di Panorama. Nell’analisi si parla di circa 30 miliardi di euro erogati nel 2010 che avrebbero creato secondo l’autore un’economia né liberale né pianificata, ma solo sussidiata. Ulteriore dato davvero impressionante sono i procedimenti aperti dalla Ue contro l’Italia per aiuti potenzialmente illegali dal 2001 al 2011: si tratta di circa 38.000 procedure. Un numero terrificante che tuttavia non comprende tutte le possibili violazioni attuate dall’Italia perché non si sono inclusi i c.d. “aiuti de minimis” (inferiori a 200mila euro in 3 anni) dal momento che possono non essere notificati. E l’Italia è il Paese che più di tutti ha usufruito di tale strumento come evidenziato peraltro anche mediante l’esempio del sovvenzionamento ai cinema 3D.

In aggiunta si cita altresì lo studio di Giavazzi e Schivardi commissionato nel 2012 dal Consiglio dei Ministri presieduto da Mario Monti per la c.d. spending review. Il rapporto ha lo scopo di censire l’ammontare dei sussidi. L’importo complessivo registrato aumenta fino a circa 36 miliardi di euro. E per ammissione dello stesso editorialista del Corriere della Sera la cifra comprende solo i trasferimenti a imprese riportati nel conto consolidato di cassa del settore pubblico; si aggiunga l’analoga quantità di contributi sia per le erogazioni delle amministrazioni centrali e locali sia per l’erosione fiscale sulle agevolazioni in materia tributaria.

Fin qui si è parlato di grandezze oggettive. Tuttavia queste da sole non possono certo dare una misura dello spreco o dell’utilità. È necessario infatti approfondire la seconda tematica, quella sul modo in cui tali risorse vengono utilizzate. Per far questo si rimanda allo studio di Sterlacchini il quale parte dalla constatazione (così come tutti gli studi in materia) della necessità di una metodologia consolidata per stabilire quali investimenti stimolino addizionali e quali no. In sostanza oltre alla ricerca di una soglia minima di significatività dell’aumento degli investimenti, si ricerca la presenza di investimenti ulteriori rispetto a quelli che avrebbero effettuato le imprese autonomamente, senza che il sussidio spiazzi l’intervento privato (in tale situazione le imprese intascherebbero il sussidio perché non muta l’ammontare che sarebbe stato investito).

Ebbene vi sono due filoni di studi in netta antitesi tra loro, da un lato i lavori di García-Quevedo (2004), di Parsons e Phillips (2007) e del Ministero dello Sviluppo Economico (2008) e dall’altro quello di Giavazz i& Schivardi e l’indagine del 2005 condotta da Banca d’Italia sulle imprese industriali. I primi dimostrerebbero la presenza maggioritaria di addizionalità creata dai sussidi mentre al contrario i secondi confutano tale presenza. Si ricorda en passant che pure Mario Draghi nel 2009 si colloca in quest’ultima categoria avendo bollato gli aiuti di stato come “generalmente inefficaci e promotori di distorsioni”. Nondimeno pare difficile attribuire maggior valore a qualcuno, verosimilmente le differenze sono il risultato dei differenti campioni e parametri utilizzati. Di conseguenza l’unico risultato è la mancanza di una soluzione univoca. Il lettore cioè non dovrebbe essere persuaso di una idea universalmente applicabile ma quanto piuttosto dovrebbe sviluppare una coscienza critica nell’approcciarsi in questa giungla.

The following two tabs change content below.

Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
blog comments powered by Disqus