Giulio Andreotti, addio Divo! Una vita tra grandezza, segreti e potere

06/05/2013 di Luca Tritto

“Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Con questa espressione, durante il suo ultimo incarico di governo nel 1992, si può racchiudere una minima parte della filosofia di Giulio Andreotti. Ci sarebbero troppi modi per definirlo. Semplicemente, è stato l’uomo più potente, influente e longevo della Storia italiana dal dopoguerra ad oggi. Padre costituente, sette volte Presidente del Consiglio, innumerevoli volte ha ricoperto incarichi ministeriali, in particolare agli Esteri ed agli Interni. Eppure, all’interno del suo partito, la Democrazia Cristiana, non ha mai occupato i posti di comando. Il vero potere non è quello visibile, di facciata. Andreotti ha insegnato al mondo intero come si guida una nazione, pur rimanendo dietro le quinte, trattando, tramando, mediando, gestendo l’unica cosa che conta nella vita: la quintessenza dell’essere umano, il potere.

Giulio Andreotti
Oggi, alle 12.45, è morto Giulio Andreotti

La vita – Nato da una famiglia di umili origini, orfano di padre, si laurea a pieni voti in giurisprudenza nel 1941, a Roma. Già negli anni universitari, si avvicina al mondo cattolico. Divenuto membro della Federazione Universitaria Cattolici Italiani, ne dirige il giornale Azione Fucina, per poi diventarne Presidente. In questo contesto, si forma la futura classe dirigente democristiana intorno alla figura di Alcide De Gasperi, il quale dirà di Andreotti : “E’ così capace a tutto, che è anche capace di tutto”. Premonizione? Chissà. Dietro l’interessamento di Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, Andreotti fu nominato sottosegretario nel Governo De Gasperi. Membro della Assemblea Costituente, il Divo Giulio ha attraversato la Storia della Prima Repubblica italiana, lasciando un segno indelebile. Presidente Del Consiglio del governo di “solidarietà nazionale” nel giorno in cui rapirono Moro, suo compagno dai tempi dell’università, ha visto i cambiamenti di un Paese, dalla miseria del dopoguerra alla ricchezza degli anni 80. Una visuale privilegiata. Cattolico conservatore, è stato l’anello di congiunzione tra le istituzioni repubblicane e la Santa Sede. Considerato l’emblema del politico democristiano, partecipava alle messe mattutine, motivo per il quale una volta Indro Montanelli disse: “De Gasperi in Chiesa parla con Dio, Andreotti parla con il prete”. Nel pieno stile Andreottiano fu la risposta del Divo: “a me il prete rispondeva”. Inimitabile, appunto. Dopo un cursus honorum invidiabile, ha sfiorato la Presidenza della Repubblica, mancata a causa dei legami imbarazzanti con l’Onorevole Salvo Lima, il capo della corrente andreottiana in Sicilia, ucciso da Cosa Nostra poco tempo prima. Una figura come lui non sarebbe stata presentabile, a causa delle stragi in corso e dell’emergenza nazionale contro la mafia. Nonostante i diverbi accesissimi con Francesco Cossiga, all’epoca Presidente della Repubblica uscente, fu nominato da questi Senatore a vita, inaugurando l’ultimo periodo della sua vita politica.

Tra USA e URSS – L’importanza di Andreotti non potrebbe essere sottolineata, se non venisse inserita nel contesto in cui ha operato per tutta la sua vita. La fine della Seconda Guerra Mondiale poneva l’Italia nel mezzo della configurazione degli schieramenti che avrebbero dominato il mondo per i successivi 50 anni. La Democrazia Cristiana divenne il perno dell’antagonismo al comunismo dilagante, avendo l’Italia il Partito Comunista più importante dell’occidente. Appoggiata dagli Stati Uniti, ha inizio l’anomalia italiana, la conventio ad exludendum nei confronti dei comunisti, l’eterna lotta, divenuta temporale, tra il cattolicesimo ed il marxismo-leninismo. È anche l’inizio della stagione dei misteri, degli intrighi, dei complotti: la strategia della tensione. La regia occulta delle stragi, dei depistaggi, dell’espansione criminale, dei rapporti pericolosi con la Mafia. Sono gli anni del caso SIFAR, degli attentati, del Golpe Borghese, di GLADIO. In mezzo a tutto ciò, la figura di Andreotti ha sempre allungato la propria ombra.

Giulio Andreotti
Giulio Andreotti e Aldo Moro

Le carte di Moro , tra Pecorelli e Dalla Chiesa – Amici sin dai tempi dell’università, Andreotti e Moro furono i leader indiscussi della DC dopo la morte di De Gasperi. Il rapimento del Presidente della DC, nel giorno in cui si votava la fiducia al governo di solidarietà nazionale con l’astensione del PCI, spinse Andreotti a varare la linea della fermezza. Non si tratta con i brigatisti, in nome della ragion di Stato. Chiuso nella sua prigione del popolo, Moro inondò di lettere i suoi compagni di partito, la famiglia e la gerarchia ecclesiastica, pregando tutti di trattare con i brigatisti ed avere salva la vita. L’intransigenza di Andreotti gli attirò le antipatie della famiglia di Moro. Quest’ultimo, nelle sue lettere, riservava pesanti giudizi sul vecchio amico. Proprio la pista dei manoscritti, ritrovati un po’ ovunque nel corso delle perquisizioni, porta a due omicidi eccellenti, avvolti in una coltre impenetrabile di mistero. Mino Pecorelli era un giornalista, direttore dell’opuscolo OP, osservatore politico. Nelle sue invettive, Pecorelli metteva in luce una serie di casi riguardanti finanziamenti illeciti alla DC, la mancata distruzione di alcuni fascicoli riguardanti il caso SIFAR. Infine, venivano alla luce alcune informazioni contenute nel famigerato memoriale di Moro, ritrovato durante una perquisizione a Milano dal Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. A causa della sua attività, Mino Pecorelli, personaggio ambiguo legato anche ai servizi segreti, fu ucciso il 20 Marzo 1979, a Roma. Tra i presunti mandanti ed esecutori figurano: Andreotti, Claudio Vitalone, suo braccio destro, i boss di Cosa Nostra Pippo Calò, cassiere della Mafia a Roma, e Gaetano Badalamenti, i killer Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati, fondatore dei NAR ( Nuclei Armati Rivoluzionari, estrema destra) e membro della Banda della Magliana. Semplicemente, un rebus. Il processo tenutosi a Perugia assolverà Andreotti in primo grado. La sentenza fu ribaltata in appello, con condanna a 24 anni. Infine, la Cassazione annullerà l’appello senza rinvio. Pecorelli è un morto senza giustizia. Il Generale Dalla Chiesa, invece, verrà spedito a Palermo come prefetto con poteri speciali, dopo aver comunicato al Divo Giulio che non avrebbe avuto riguardo per il bacino elettorale della sua corrente, ritenuta troppo legata a Cosa Nostra. Dopo neanche 100 giorni passati in un isolamento istituzionale grottesco, Dalla Chiesa venne assassinato il 3 settembre 1982 su ordine di Totò Riina, in combutta con i catanesi di Nitto Santapaola. Anche qui c’entra Andreotti? Forse. Le carte del memoriale di Moro, pare fossero in possesso di Dalla Chiesa, e quindi l’omicidio sembra avere un risvolto politico in funzione protettiva per il Divo Giulio. I pentiti di Cosa Nostra parlano chiaro, ma la verità giudiziaria non è mai stata accertata.

Giulio Andreotti
Giulio Andreotti durante il processo per associazione mafiosa

L’abbraccio mafioso – Se c’è una verità, in ambito giudiziario, comprovata ma prescritta, è quella sui rapporti intercorsi tra Andreotti e Cosa Nostra. Il Tribunale di Palermo ha sentenziato che il Presidente ebbe rapporti comprovati con esponenti mafiosi, Bontade e Badalamenti in primis, fino al 1980. Per questo motivo Andreotti fu ritenuto colpevole di associazione per delinquere, reato tuttavia caduto in prescrizione. La sua risposta non mancò di confutare le supposizioni dei giudici. Sbandierando la sua attività di governo contro la mafia, Andreotti accusò il teorema dei pentiti, considerato “pilotato” da altri al fine di condannarlo. Eppure, verrebbe da dire, nonostante ciò si fece processare. Forse qualcuno, almeno in questo, dovrebbe imparare da lui. Dopo questo processo, conclusosi nel 2003, affermò: Guerre puniche a parte, mi è stato attribuito di tutto”. A prescindere dalle indagini e di processi, la sua figura può difficilmente discostarsi dagli ambienti malavitosi. Il suo capocorrente in Sicilia, Salvo Lima, fu riconosciuto come il referente politico di Cosa Nostra, per non parlare dei cugini Nino ed Ignazio Salvo, potentissimi esattori, legati alla famiglia di Salemi. Lima venne ucciso nel 1993, come vendetta per il mancato “aggiustamento” del Maxi-processo istruito da Falcone e Borsellino in Cassazione. Come avrebbe potuto? Sodale di Andreotti, Lima puntava all’influenza di quest’ultimo sul giudice di Cassazione Corrado Carnevale, arcinoto come il giudice “ammazza sentenze” nei processi di Mafia e Criminalità in generale, come con la Banda della Magliana. Il sistema di turnazione dei giudici ideato da Falcone mise in crisi questo sistema, portando alla condanna definitiva dei mafiosi siciliani ed alla conseguente vendetta di Riina. Legami e circostanze imbarazzanti, ma non sono gli unici.

Belfagor e Belzebù – Belzebù è uno dei soprannomi di Andreotti. Belfagor, invece, indica un altro personaggio. Oscuro, riservato, potente. Questo può essere un ritratto di Licio Gelli, il venerabile Maestro della Loggia massonica Propaganda 2, o P2. Dietro quasi tutti i misteri della Repubblica c’è anche questa organizzazione segreta, con il suo piano di rinascita democratica conseguente all’abbattimento dell’assetto istituzionale repubblicano come lo si conosceva. I rapporti tra Gelli e Andreotti sono ammantati, sfuggenti, nascosti. Una foto di loro due insieme li ritrae all’inaugurazione della Permaflex di Frosinone, della quale Gelli era il direttore. Con il passare degli anni, dopo scandali ed indagini, sono venuti fuori gli intrighi della P2, dal depistaggio nelle stragi degli anni di piombo, ai finanziamenti occulti, fino ai movimenti bancari sospetti aventi come protagonisti Michele Sindona e Roberto Calvi, entrambi assassinati o, come recitano le sentenze, suicidi. La diplomazia parallela nel contesto della Guerra Fredda passava per queste strutture occulte ed i loro intrighi. Secondo alcuni, Andreotti sarebbe stato il vero capo della P2. Ipotesi smentita dal diretto interessato: ”Se fossi un massone non mi accontenterei di essere a capo di una loggia soltanto”. In una delle sue ultime interviste, il Venerabile Gelli ha affermato che, in quegli anni oscuri, lui era il capo della P2, Cossiga era a capo di GLADIO, la struttura occulta anticomunista nell’ottica del piano “Stay Behind”, mentre Andreotti era il capo de L’Anello, una rete di servizi segreti parallela ed occulta in funzione anti-comunista. Inutile dirlo, dove il mistero regna, Andreotti appare. Tuttavia, non sapremo mai la verità.

Oggi, con la sua dipartita, se ne va un simbolo. Potrei continuare a citare infinite ipotesi, sospetti e scandali riguardanti il Presidente. Non bisogna dimenticare, in tutto ciò, i ruoli da lui rivestiti a livello istituzionale, con una caratura internazionale inarrivabile. Il suo stile, l’ironia, il cinismo, la sottigliezza, la battuta pronta, sono tutti segni distintivi di un carattere rappresentativo dell’italianità. Ecco, Andreotti è forse la persona che meglio racchiude i pregi e difetti, i vizi e le virtù, dell’italico cittadino. Di certo, non bisogna dimenticare i suoi atti a favore dello sviluppo del cinema italiano, dell’industria, e di molti altri campi. Ho preferito, invece, mettere in mostra le più grandi contraddizioni di uno dei principali Padri costituenti, artefici del nostro ordinamento democratico. Come diceva la madre di Andreotti, “se non puoi parlar bene di qualcuno, è meglio non parlarne”. Oggi invece, bisognerebbe portare alla luce anche ciò che non si può dire, in modo tale da non incensare e santificare chi, nella sua lunghissima vita, potrebbe avere sulla coscienza la vita, e la morte, di centinaia di persone. Il tutto in nome dell’unica cosa che conta: il potere. Quello che logora chi non ce l’ha. Addio Giulio!

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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