Girolamo Savonarola – L’Apocalisse a Firenze

25/07/2014 di Silvia Mangano

Girolamo Savonarola, vita, morte

«“Santissimo Savonarola, quanto ci piaci a noi due!” L’esclamativo ce l’avranno qua?»
«Allora, se non si sa se ci sta l’esclamativo, (scrivi) “scusa le volgarità!”»
«“Scusa le volgarità”? E perché?»
«Per quello ogni cosa è peccato! È capace, vede il punto esclamativo… “cos’è ‘sta cosa? L’uomo con il puntino, è peccato”. Noi ci mettiamo con le spalle al sicuro con “scusa le volgarità”».

Per chi non avesse colto, la citazione è presa dal film Non ci resta che piangere, pellicola magistralmente interpretata da Massimo Troisi e Roberto Benigni. Il destinatario della lettera che i due protagonisti scrivono è Girolamo Savonarola, un frate domenicano che in quegli anni metteva a ferro e fuoco le coscienze fiorentine ed era destinato a passare alla storia come l’ardente predicatore che profetizzò la rovina del mondo cristiano.

Savonarola,Correva l’anno 1452, la gestazione dei regni europei era ancora agli albori, mentre in Italia i filosofi, gli artisti e i letterati avviavano con il Rinascimento una nuova fase della storia della cultura. Fu in questo particolare momento storico che Elena Bonaccorsi diede alla luce il figlio di Niccolò Savonarola, figlio del più famoso Michele, archiatra della corte di Ferrara. Quest’ultimo si occupò della prima formazione del giovane Girolamo Savonarola, trasmettendogli il culto dell’austerità di vita e della severità dei costumi e comunicandogli il forte spirito religioso che animava la sua vocazione medica. Morto il nonno, il padre del futuro frate volle avviarlo agli studi di medicina, ma incontrò il netto diniego del giovane, che decise di abbandonare la casa paterna ed entrare nel convento di S. Domenico a Bologna. In una lettera a Niccolò Savonarola, Girolamo motivò la sua scelta con queste parole: «Il motivo per cui sono entrato in un ordine religioso è questo: in primo luogo, la grande miseria del mondo, la malvagità degli uomini, gli stupri, gli adulteri, i furti, l’orgoglio, l’idolatria, le vili maledizioni, il mondo è giunto a uno stato tale che non si può più trovare qualcuno che fa del bene» (adattamento). La lettera datava 25 Aprile 1475, il giorno dopo Girolamo indossò l’abito domenicano che si sarebbe tolto soltanto ventitré anni dopo, quando venne scortato sul patibolo per essere giustiziato.

Completati gli studi teologici a Ferrara, sostò per qualche anno a Firenze, dove iniziò la sua predicazione scagliandosi contro la corruzione morale della corte fiorentina. Nella metà del XV secolo, la politica di Firenze era nelle mani della famiglia de’ Medici, e fu proprio Lorenzo il Magnifico che, sotto la spinta di Pico della Mirandola, lo richiamò a Firenze nel 1490, da cui si era dovuto allontanare qualche anno prima. Divenuto priore del convento di San Marco, inasprì le sue prediche contro la tirannia e la corruzione dei costumi. Che fosse dall’alto del pulpito o per le strade, ogni giorno decine di fiorentini ascoltavano le profezie del frate e si convertivano alla sua causa, aderendo alle fila della fazione che venne poi definita spregiativamente dei “piagnoni” (così chiamati per la loro abitudine di piangere sui mali del mondo).

Papa Alessandro VINel 1492 moriva Lorenzo il Magnifico, lasciando un vuoto di potere che mal seppe occupare suo figlio Piero. Dopo un quarantennio di pace, nel 1494, l’Italia era tornata a essere terreno di guerra: questa volta i contendenti erano il regno di Francia e quello di Spagna. Per appropriarsi del regno di Napoli, in mano agli spagnoli, il re francese Carlo VIII avrebbe dovuto attraversare l’intera penisola. Approfittando del clima di ribellione che sembrava essersi creato a Napoli, re Carlo invase l’Italia con un esercito di 40mila uomini, appoggiato, più che osteggiato, da tutti i signori italiani. L’unica resistenza giunse dal popolo fiorentino, che, come testimonianza di orgoglio cittadino, cacciò Piero de’ Medici accusandolo di non aver voluto combattere l’invasore e proclamò il ritorno alla costituzione repubblicana. Ispiratore di questa presa di posizione fu proprio il Savonarola, che venne presto chiamato a tenere le fila della Repubblica fiorentina.

Quando venne chiamato alla guida della città, egli diede a Firenze ordinamenti più favorevoli al popolo, incorrendo nell’ostilità della fazione oligarchica, ma soprattutto volle riformare e moralizzare i costumi, sostenendo che a Firenze spettava il duro compito di guidare il rinnovamento di tutto il mondo cristiano. L’epoca d’oro della Firenze di fra’ Girolamo non durò a lungo: il prestigio del Savonarola venne messo a dura prova dallo scontento che gli eccessi del suo governo, che pretendeva di regolare ogni aspetto della vita privata dei cittadini, provocavano negli animi fiorentini. Tra i provvedimenti intrapresi dai savonaroliani v’erano i famosi “bruciamenti di vanità”, durante i quali venivano sequestrati dalle case dei cittadini ogni bene di lusso che i piagnoni riuscivano a trovare e dati alle fiamme (in questi roghi vennero distrutte anche molte opere d’arte). Ad aggravare la situazione, era lo scontro, inauguratosi da tempo, tra il frate e il papa Alessandro VI, contro cui il Savonarola scagliava profezie apocalittiche nel tentativo di moralizzarne il comportamento. Ai richiami del domenicano, il Borgia rispose con ripetute minacce di scomunica, fino all’effettiva condanna avvenuta nel 1497. Il frate si rifiutò di accettare la scomunica, dimostrando che non vi erano i presupposti dottrinali per escluderlo dalla Chiesa, ma ciò non impedì ai suoi avversari politici di intavolare tre processi civili a suo carico. La giuria, manipolata dagli oligarchi che volevano estromettere dal governo di Firenze la fazione popolare capeggiata dal frate, lo dichiarò colpevole. Il 23 maggio 1498 Savonarola venne impiccato, e poi arso sul rogo, con altri due frati.

Girolamo Savonarola, FirenzeIl suo triste destino, determinato da una complessa vicenda politica di fazioni cittadine, ha forse la ragione più profonda nell’aspettativa di poter imporre, in un’età ormai aperta ai valori mondani, un severo costume penitenziale tanto nella vita pubblica quanto in quella privata, accettato solo per breve tempo da quella moltitudine di persone che avevano creduto alle sue profezie. La riforma savonaroliana non venne accolta con entusiasmo dalla società del tempo, eccezion fatta per quei pochi seguaci che continuarono a predicare le sue idee. Tuttavia, lungo la storia moderna, la figura del Savonarola venne assunta quale simbolo di libertà repubblicana, o come precursore della riforma luterana, e spesso accostata a quella di Giordano Bruno. Queste interpretazioni, sebbene edificanti, risultano oltremodo parziali, se si tiene in considerazione l’intensa esperienza spirituale di questo frate che cercò di ridare una profondità escatologica all’anima concreta della Firenze di fine Quattrocento.

The following two tabs change content below.

Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
blog comments powered by Disqus