Giovanni Morone – L’eterodosso che guidò il Concilio di Trento

13/06/2015 di Silvia Mangano

Il cardinale Giovanni Morone fu uno tra i protagonisti indiscussi dei convulsi anni della rivoluzione protestante, lavorò in prima linea per sanare i conflitti politici e religiosi della sua epoca, ma fu accusato da entrambe le parti di collaborare con il nemico.

Morone

Penultimo di dieci figli, nacque a Milano il 25 gennaio 1509 da Girolamo Morone e da Amabilia Fisiraga. A seguito del tracollo politico ed economico della famiglia, decise di mettere le qualità diplomatiche, apprese dal padre, al servizio dello Stato Pontificio. Clemente VII gli affidò missioni diplomatiche a Genova e in Francia, ma fu soprattutto Paolo III a sfruttare l’intelligenza politica del Morone, inviandolo come nunzio a Vienna e in Boema (1536-1540), e poi alla corte di Carlo V a Gand. Partecipò alle diete di Hagenau e Worms (1540), di Ratisbona (1541) e di Spira (1542), dove seppe trovare l’accordo su Trento quale sede dell’imminente convocazione conciliare. Erano anni frenetici, dove il confine tra ortodossia ed eterodossia non era ancora stato delineato: Morone fece il suo ingresso nella gerarchia ecclesiastica privo di approfondite conoscenze teologiche e filosofiche, fu nominato vescovo di Modena e lì operò per sedare il dissenso religioso nella città.

L’animo conciliante e la naturale propensione alla diplomazia lo resero aperto al confronto religioso: ciò gli procurò l’ammirazione di personalità come il cardinale Contarini e Reginald Pole, il cugino di Enrico VIII esule in Italia e animatore del circolo degli spirituali – la famosa Ecclesia Viterbiensis di cui fecero parte anche Vittoria Colonna  e Marco Antonio Flaminio. Fu proprio grazie a questi che, durante il viaggio alla volta di Trento, avvenne la conversione di Morone alle dottrine valdesiane. A dimostrazione di tale avvicinamento è possibile scorrere il consistente carteggio tra il cardinale e Vittoria Colonna, ma anche con lo stesso Pole.

Parallelamente a quella degli spirituali, un’altra forza stava riorganizzando le proprie fila per reprime i ribollimenti eterodossi: la fazione intransigente del collegio cardinalizio (tra cui spiccavano Gian Pietro Carafa e Juan Alvarez de Toledo) aveva ottenuto l’istituzione della “Congregazione della sacra, romana ed universale Inquisizione del santo Offizio” con la bolla Licet ab initio del 1542. Nel corso degli anni gli inquisitori accumularono materiale sul conto di Morone, ma fu solo con l’elezione di Carafa al pontificato (1555) che il neoeletto Paolo IV poté indire un processo formale. Quello del cardinal Morone era l’ultimo di una lunga serie di processi che colpirono gli spirituali, tuttavia non dobbiamo figurarci che alla base delle accuse vi fossero soltanto ragionamenti politici: è vero che gli imputati erano importanti personalità politiche e religiose, ma a spingere la vigorosa azione dell’Inquisizione era anche la scrupolosa attenzione alla dottrina che si temeva potesse essere danneggiata dagli stessi ecclesiastici che prendevano parte al contemporaneo concilio.

Il processo di Giovanni Morone fu uno dei più lunghi della storia: sebbene una prima fase si concluse subito dopo la morte di Paolo IV (1559), a cui seguì una riabilitazione ufficiale a opera di papa Pio IV – che lo inviò a presiedere l’assise tridentina ormai alla sua conclusione (1563), l’Inquisizione continuò a conservare la documentazione processuale; finché, alla morte del pontefice, il papa domenicano Pio V non promosse nuove indagini, sperando di riuscire finalmente a metterlo sotto scacco. L’assoluzione decretata dal suo predecessore e il fatto che fosse stato lui a concludere il Concilio di Trento impedirono di fatto una ripresa del processo, ma l’umiliazione e il sospetto rappresentarono una costante della sua attività istituzionale e religiosa.

Ciononostante, gli ultimi anni della sua vita furono coronati da successi diplomatici: decisivo fu il suo ruolo nelle trattative con la Spagna che portarono poi alla vittoria di Lepanto (1571). Nel 1576 fu nominato da Gregorio XIII legato papale alla dieta di Ratisbona e, nel 1578 designato protettore d’Inghilterra, patria del suo amato amico Reginald Pole.  Morì a Roma il 1 dicembre 1580.

Su Giovanni Morone sono stati espressi molti giudizi, alcuni oggettivi altri ideologici; ciò che rimane di lui, e che forse colpisce di più leggendo le sue lettere, è l’amore per la concordia che guidò ogni suo intervento in politica e nella fede. La divulgazione storica tende spesso ad appiattire contrasti, vicissitudini e personaggi per rendere più facile l’apprendimento della cronologia dei fatti. Con tutta probabilità il Cinquecento è il secolo della storia moderna su cui quest’abuso di potere è intervenuto in maniera tranciante. Dopo Lutero, il mondo si è diviso in cattolici e protestanti, in retrogradi e in illuminati: lo scontro tra vecchio e nuovo si è combattuto a suon di riforma e controriforma. Nel caso di Giovanni Morone dovremmo dire che fu eretico o cattolico? Fu riformatore o controriformatore? Se mi è concesso esprimere una personale opinione, ritengo che le categorie siano utili solo fino a un certo punto.

 

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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