Giovanni Gentile, l’adesione al fascismo

29/03/2014 di Matteo Anastasi

Giovanni Gentile e il Partito Nazionale Fascista

Il 2 novembre del 1922 Giovanni Gentile, già personalità di altissimo spessore nel panorama culturale italiano, è nominato ministro della Pubblica Istruzione nel primo gabinetto Mussolini. Nella primavera del 1923 giustifica la sua adesione formale al PNF evidenziando la conformità del fascismo col liberalismo della destra risorgimentale in cui egli si identificava, e cioè col «liberalismo della libertà nella legge e perciò nello Stato forte e nello Stato concepito come realtà etica». Gentile vede concretarsi nella nuova realtà politica la sua “Fede antica” (opera gentiliana edita nel 1923), destinata a restaurare il carattere degli italiani e a liberarli dalla vecchia malattia dello scetticismo e dell’indifferentismo. Per questa «fede antica», egli si sente «precursore» del fascismo. Più esattamente: la nuova filosofia idealistica, il sindacalismo soreliano, il ritrovato sentimento religioso, l’impegno etico della guerra, in altri termini tutto il fermento ideale e morale del primo ventennio del Novecento – che reagisce alle logore ideologie illuministiche, democratiche e socialistiche della vecchia Europa – trova uno sbocco naturale nella marcia su Roma e nelle energie suscitate dal fascismo. Esso diventa così, agli occhi di Gentile, l’interprete della vita nazionale, il compito in cui tutti gli italiani, che non vogliono più «starsene alla finestra», devono impegnarsi.

Giovanni Gentile e il fascismoIl fascismo appare a Gentile non un’ideologia o un sistema chiuso, bensì un processo storico, un ideale da realizzare. Come tale gli è utile l’apporto di quella critica costruttiva che ne riconosce la funzione nazionale, mentre deve combattere «la democrazia degli avvocati arruffapopoli», «il socialismo radicaloide e umanitario», «il liberalismo dello Stato negativo e agnostico», dal momento che il fascismo – come ogni serio movimento storico – è «sentimento religioso» da restaurare negli animi e nella coscienza collettiva. Questa visione della politica come fede, che il filosofo aveva già maturato e caldeggiato negli anni precedenti, trova nel fascismo il suo riscontro più profondo.

D’altronde, che il fascismo non sia un episodio accidentale nella vita di Gentile, è comprovato dall’impegno pubblico e dall’azione di collaborazione e di stimolo esercitata verso il regime per l’intero Ventennio. Oltre alla carica di ministro della Pubblica Istruzione nel triennio 1922-1924, è presidente della Commissione dei Quindici – poi dei Diciotto – per la riforma costituzionale, fondatore nel 1925 dell’Istituto fascista di cultura, presidente del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione dal 1926 al 1928, membro del Gran Consiglio fino al 1929 e seguace di Mussolini anche nell’ultima avventura della Repubblica sociale. Nei momenti critici, che pure Gentile attraversa – specie quando la sua riforma della scuola viene alterata o quando si stipulano i Patti Lateranensi con un compromesso che nega nell’essenza il suo concetto dello Stato etico – non scinde mai le proprie responsabilità da quelle mussoliniane e ribadisce la sua fede nel fascismo col quale continua fino alla fine a identificare il futuro stesso della nazione.

Pagherà la sua ferma adesione al regime con la vita, ucciso il 15 aprile 1944 a Firenze da un commando partigiano aderente ai GAP.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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