Giovanni da Capestrano, un predicatore francescano alla crociata

23/06/2015 di Davide Del Gusto

Compagno ed erede spirituale di Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano non fu solo un grande riorganizzatore dell’Ordine francescano: tra predicazione e fedeltà a Roma, l’energico frate abruzzese non esitò a mettersi in tarda età alla testa delle milizie cristiane contro l’avanzata turca nei Balcani.

Giovanni da Capestrano

Già pochi anni dopo la morte del loro fondatore, i Francescani si ritrovarono divisi in varie correnti, più o meno radicali. In particolare, tutt’altro che in sintonia con i Conventuali e con gli Osservanti, alcuni tra gli Spirituali si schierarono spesso su posizioni ritenute dai contemporanei eccessivamente intransigenti se non addirittura eterodosse, tali da dover essere estirpate o ricondotte all’obbedienza. Alla fine del XIV secolo, peraltro, tutto il mondo europeo fu scosso più volte da numerosi focolai di rivolta e disordini sociali, in un più generale contesto di rinnovamento culturale misto a sensibili trasformazioni politiche e istituzionali. L’Ordine di San Francesco non sfuggì a questa ventata di scompiglio. Certamente, però, grazie all’impegno profuso da alcuni suoi insigni rappresentanti, la famiglia francescana evitò nuovi e insanabili strappi, venendo traghettata con maggior controllo verso la fine del Medioevo. Nella prima metà del XV secolo, grazie alla risoluzione dello Scisma d’Occidente, la Cristianità ricevette un sensibile impulso per una nuova riforma: Roma, nuovamente sede del potere papale, ebbe comunque la necessità di un ausilio continuo da tutte le sue componenti, a partire dal “braccio armato” degli ordini mendicanti. Attivi da sempre con una capillare opera di predicazione e conversione, questi avrebbero permesso la riunificazione religiosa dell’Europa, condizionandone la condotta spirituale per tutto il Quattrocento.

CapestranoSimbolo di quest’epoca fu un instancabile predicatore abruzzese: nato nel 1386 in un piccolo borgo dell’aquilano, il giovane Giovanni da Capestrano non avrebbe mai immaginato quanto, con la sua opera, avrebbe contribuito a ridare identità all’Europa cristiana. Figlio di un certo Antonio, “ultramontano” sceso nel Regno di Napoli al seguito di Luigi I d’Angiò, e di una nobile locale, si trasferì ventenne a Perugia, dove studiò il diritto, laureandosi nel 1412 in utroque iure. I suoi primi incarichi furono tutti di ordine pubblico, entrando nella corte napoletana di Ladislao d’Angiò Durazzo come consigliere del tribunale. Ma, tornato nella città umbra nel 1416, subì le drammatiche conseguenze della conquista del contado da parte delle milizie di Braccio da Montone [vedi Braccio da Montone, una vita sul campo di battaglia], finendo ben presto ai ferri. Come accaduto al poverello d’Assisi, anche Giovanni fu profondamente segnato dall’esperienza del carcere e si convertì in cella dopo due apparizioni di San Francesco.

Una volta fuori, prese il saio nel 1417: la nuova vita di Giovanni fu da subito improntata all’attiva militanza, iniziando appena possibile a predicare alle folle. Nel 1418 fu ricevuto a Mantova da Martino V Colonna, il nuovo Pontefice eletto durante il Concilio di Costanza: nell’ottica della ricostruzione della Chiesa dopo lo scisma, il Papa lo nominò inquisitore contra hereticos de falsa opinione. Giovanni indirizzò quindi tutte le sue energie sul duplice percorso di predicatore e di inflessibile controllore dell’ortodossia, facendo ricorso alla sua solida formazione giuridica. Divenuto sacerdote, sin da subito si adoperò per ricondurre all’obbedienza i Fraticelli de opinione, dissidenti radicati tra l’Umbria e le Marche che proponevano un radicale attaccamento alla vaticinata povertà totale di Cristo e degli Apostoli.

Il successo della sua predicazione filopapale fu dovuto alla totale abnegazione per la riuscita della causa, tale da fargli percorrere in lungo e in largo la Penisola: nel 1422 fu all’Aquila e l’anno successivo a Roma per il Giubileo; si spostò quindi a Ferrara e a Firenze, per poi tornare nell’Urbe e, successivamente, di nuovo all’Aquila per mediare con Braccio da Montone la fine dell’assedio della città. Giunse quindi a Siena per il concilio e qui predicò fino al 1424, per poi ascoltare i trascinanti sermoni di Bernardino da Siena a Firenze, con il quale avrebbe iniziato una proficua collaborazione spirituale a Perugia, Assisi, Viterbo e Rieti. Inaspettatamente, il suo compagno toscano fu convocato a Roma per rispondere all’accusa di eresia per aver abusato del culto del Nome di Gesù: l’amicizia che lo legava a Bernardino spinse Giovanni a lasciare L’Aquila e a prendere con successo le sue difese, scagionandolo da tutte le accuse. Tornato in Abruzzo, si dedicò interamente a fare da paciere tra le città locali e Giovanna II d’Angiò Durazzo; ricevuto dalla sovrana, venne da lei incaricato di operare contro il sospetto abuso del prestito e dell’usura da parte delle comunità ebraiche napoletane, revocando i privilegi di cui esse godevano: l’attività antigiudaica gli venne successivamente riconosciuta dal Papa, che lo incaricò di ulteriori poteri contra Iudaeos.

Bernardino da Siena
Bernardino da Siena ritratto da Jacopo Bellini

Nel 1429 fu convocato il capitolo generale dei Francescani ad Assisi: in questa occasione, Giovanni si schierò per una riforma dell’Ordine, cercando un accordo tra Conventuali e Osservanti. Le disposizioni capitolari furono inizialmente disattese, ma Papa Eugenio IV sembrò ascoltare meglio del predecessore le istanze dei secondi. Risolta tale questione, il frate abruzzese riprese le sue peregrinazioni, arricchendo i suoi impegni con la stesura di alcuni trattatelli omiletici e teologici. Giunse a Bologna e a Verona, interessandosi alle questioni dibattute nel concilio aperto a Basilea nel 1431 e recentemente spostato a Ferrara: Giovanni si impegnò quindi per combattere anche le correnti ereticali che stavano lacerando la Boemia e che si rifacevano in tutto alle teorie di Jan Hus, già condannate senza appello a Costanza. Riallacciandosi al dibattito conciliarista, non si trattenne poi dal mettere per iscritto la sua piena fedeltà alla Tiara pontificia con il Tractatus de auctoritate papae et concili, diffidando la pretesa superiorità del concilio sull’operato del Pontefice e rifacendosi all’autorità monarchica del Papa, unico faro nella frammentazione religiosa del primo Quattrocento.

I viaggi di Giovanni ripresero: da Trento tornò a Firenze e, nei primi anni ’40, fu in Palestina. Raggiunse Milano e oltrepassò le Alpi, in qualità di legato papale e riformatore dell’Ordine: fu a Basilea, Besançon, Digione e Bruges; scese poi in Sicilia e si recò a Padova per un nuovo capitolo generale: grazie ai suoi sforzi, venne nominato Vicario generale per gli Osservanti cismontani, proprio mentre a Napoli il potere passava ad Alfonso d’Aragona. In tale occasione, Giovanni venne a conoscenza del progetto papale per una crociata contro la minaccia dei Turchi: mentre si dava da fare per diffondere l’appello alle armi, nel 1444 fu costretto a tornare al più presto all’Aquila per i funerali solenni del suo grande amico Bernardino.

Negli anni della maturità continuò instancabilmente a lavorare per la Cristianità: nel 1446 riuscì a conquistare l’autonomia definitiva per gli Osservanti, che godettero di un’ampia adesione proprio grazie alla sua predicazione; condusse Alfonso d’Aragona a prestare fedeltà a Niccolò V; consolidò la lotta ai Fraticelli con Giacomo della Marca; pubblicò nel 1449 la Vita Bernardini, spendendosi in tutti i modi per la canonizzazione del predicatore senese, ottenuta nel 1450; riprese i viaggi in Europa, tentando un riavvicinamento tra l’Impero di Federico III d’Asburgo e il Papato, grazie anche all’intercessione del cardinale Enea Silvio Piccolomini, allora segretario imperiale. Inoltre, fondando ovunque andasse numerose comunità, contribuì massicciamente alla diffusione del culto di San Bernardino e del Nome di Gesù, riscontrando un enorme successo popolare. Riprese attivamente la lotta agli ussiti in Boemia, per la quale cercò la collaborazione del popolo e dei principi germanici, predicando in Carinzia, Moravia, Baviera, Sassonia, Slesia, Polonia e Ungheria; nuovamente rivestì i panni dell’inquisitore, ordinando roghi di eretici e processando gli ebrei: tutto pur di controllare la spiritualità popolare e, all’occorrenza, ricondurla a Roma.

La battaglia di Belgrado
La battaglia di Belgrado (Anonimo)

29 maggio 1453: Costantinopoli cadde definitivamente nelle mani dei Turchi di Maometto II, sconcertando l’intero Occidente. Senza esitazioni, Giovanni raccolse l’appello alla crociata di Niccolò V e Callisto III. A Buda conobbe il voivoda János Hunyadi, già impegnato nella difesa dei confini meridionali: nel 1456, con l’avanzata dei Turchi sul Danubio, questi condusse l’esercito a Belgrado, mentre Giovanni continuava a predicare la crociata a Pécs prima di raggiungere le truppe a Sud. La città venne assediata da Maometto II tra il 3 e il 7 luglio. Il 22 luglio, finalmente, i cristiani organizzarono il contrattacco e liberarono Belgrado. Nell’euforia del momento, l’ormai settantenne Giovanni, pur sorretto dalla sua carica leonina, non resse la fatica dell’assalto: inviata a Roma la notizia della vittoria, il vecchio frate morì nel convento di Ilok, in Croazia, il 23 ottobre 1456 circondato dalle attenzioni dei fedeli Giovanni da Tagliacozzo e Girolamo da Udine.

Il ritrovato fuoco della crociata si spense col suo carismatico propugnatore: alcuni decenni dopo i Turchi sarebbero riusciti a conquistare rapidamente i Balcani, arrivando a distruggere il convento stesso in cui Giovanni era stato sepolto. I frati si prodigarono invece per la sua canonizzazione, definita nel 1690 e ripresa nel 1956, quando Pio XII lo avrebbe proclamato Apostolo d’Europa.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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