Giovanni Ansaldo, il giornalista antifascista amico di Ciano

02/02/2013 di Matteo Anastasi

Nel maggio del 1938 Adolf Hitler giungeva in Italia. Si trattava della visita ufficiale con la quale il Führer restituiva il viaggio intrapreso l’anno precedente da Mussolini in terra tedesca. La sintonia tra i due leader era sempre più forte: il Patto d’Acciaio, firmato nella primavera del 1939, e il “Roberto” – l’Asse Roma-Berlino-Tokio – siglato nel settembre del 1940, ne sarebbero stati il sigillo. Ripartito Hitler il 9 maggio, dopo un’intensa settimana in cui aveva girato in lungo e in largo la Penisola, le principali firme della carta stampata italiana erano pronte a celebrare l’enorme valore di quei giorni per il Paese e per l’Impero. Fra queste, tuttavia, una voce fuori dal coro. Quella di Giovanni Ansaldo.

giovanni-ansaldoNato il 28 novembre 1895 da una ben nota e agiata famiglia genovese, neanche ventenne, allo scoppio della prima guerra mondiale, partì per il fronte bellico. Promosso prima tenente e poi capitano, per la sua condotta fu insignito di due medaglie al valore, rimanendo – sul finire delle ostilità – invalido per il calcio di un mulo che gli fracassò un ginocchio. Ansaldo apparteneva a quella generazione che, come avrebbe ricordato in seguito in una critica riflessione autobiografica, «investita in pieno» dalla Grande Guerra, «fu la protagonista dell’interventismo» e «fornì il maggior contingente di partecipanti sia alle dimostrazioni che imposero l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio del 1915, sia alle avanzate cadorniane sul Carso, con conseguente ecatombe».

Era una generazione di «figli della borghesia» cresciuti nel culto della «tradizione risorgimentale e irredentista» assorbita attraverso «l’ambiente familiare e la scuola», mediante i «discorsi di casa e le antologie» e, in qualche caso, anche tramite «la conoscenza diretta degli uomini del Risorgimento, parecchi dei quali erano ancora vivi e vegeti nella vita del Paese». In quella generazione operava, oltre alla tradizione risorgimentale, anche «un’altra idea-forza che in parte si fondeva con quella, e ne era come la prosecuzione, e in parte se ne staccava nettamente; ed era l’idea-forza nazionalistica». Tuttavia, dopo il 1919, la crisi post-bellica, insieme politica e morale, portò in Ansaldo – come in molti giovani e giovanissimi italiani dell’epoca – frantumazioni di certezze, messa in crisi di ideali, destabilizzazioni di comportamenti e di idee.

Come ha ricordato il suo biografo Marcello Staglieno, «già originalmente colto per vaste letture, soprattutto di testi storici facenti parte della biblioteca di famiglia, si era formato politicamente sia alla scuola dell’Unità, sia nell’ambiente social-riformista e interventista genovese dominato da Giuseppe Canepa e dal suo quotidiano Il Lavoro, l’unico che, tra quelli socialisti, nel 1914 s’era schierato accanto al Popolo d’Italia a favore dell’entrata in guerra». Proprio con Il Lavoro, nell’immediato dopoguerra, iniziò la sua carriera giornalistica, divenendone caporedattore nel 1921. Su posizioni liberali e moderate, ma nettamente antifasciste, dopo l’assassinio di Matteotti fu tra i firmatari del manifesto crociano degli intellettuali avversi al Duce, intraprendendo una forte campagna antiregime che – nel novembre 1926 – costò la distruzione della sede del giornale, messa in atto da squadristi genovesi.

Fuggito a Milano, trovò riparo negli ambienti antifascisti che gravitavano intorno alla casa del teorico del socialismo liberale Carlo Rosselli. Tentò di raggiugere la Svizzera ma fu arrestato a Como e condannato a cinque anni di confino da scontare a Lipari. Posto in libertà provvisoria nell’agosto del 1927, nei primi anni Trenta maturò quella che è stata definita da alcuni la “conversione” di Ansaldo, sempre meno critico nei confronti del regime e allettato dall’offerta di dirigere il Telegrafo – quotidiano di Livorno di proprietà della famiglia Ciano – che finì per accettare nell’ottobre del 1936. Dal timone del giornale toscano firmò articoli accondiscendenti nei confronti di Mussolini e del fascismo, parlò agli italiani dai microfoni dell’Eiar– la Rai di allora – e, soprattutto, divenne amico e confidente di Galeazzo Ciano, alla guida del dicastero degli Esteri da quello stesso 1936.

«Trasformismo? Opportunismo? Uno straordinario “salto della quaglia”?», si è chiesto Sergio Romano. Indirettamente Ansaldo – “il giornalista di Ciano” come sarebbe stato dagli storici ribattezzato – aveva risposto a questa domanda già nel 1938 quando, interpellato sul suo passato da un cronista, rispose: «Nell’intimo della coscienza sono sicuro del fatto mio; perché so di essere sincero e d’aver messo la mia firma sotto ad articoli che esprimevano la mia opinione vera». Rifiutò costantemente, con coraggio, di rinnegare il proprio passato di antifascista e, grazie all’amicizia con Ciano, poté permettersi di assumere, in più circostanze, posizioni indipendenti. Ma dovette farlo con numerosi accorgimenti intellettuali e altrettanti stratagemmi.

L’articolo pubblicato a seguito della visita di Hitler in Italia ne è una prova. Ansaldo, come tutti i suoi colleghi, doveva scrivere, naturalmente, che il viaggio hitleriano era stato un successo e che l’intesa italo-tedesca – della quale, peraltro, Ciano era il più attivo sostenitore – era incrollabile. Ma perplessità e riserve erano, in quella circostanza – con le leggi razziali alle porte – fortissime. Troppo intelligente per inserire la sua penna nel novero di quelle “piegate” al regime, decise di affrontare la questione in una dimensione storica e descrisse lo «scontro di civiltà» che avvenne quando i romani affrontarono i germani abitanti al di là delle Alpi e del Reno. I due popoli si combatterono, sostenne Ansaldo, ma scoprirono le loro rispettive virtù, iniziando a nutrire un reciproco sentimento di ammirazione e di invidia. I romani apprezzavano la lealtà, l’orgoglio razziale, il coraggio e il valore bellico dei loro nemici; i germani ammiravano la sapienza politica di Roma, la sua capacità giuridica e amministrativa, «la sua conoscenza dell’arte di governare le stirpi più diverse e di legare a sé le genti più lontane». In questo saggio storico-letterario molte verità erano accompagnate da altrettanta retorica. Tuttavia, tale tesi consentiva di sostenere che Roma avrebbe dovuto conservare, accanto alla Germania, le sue tradizioni civili, la sua tolleranza, la sua umanità. Si trattava – e probabilmente Ansaldo in cuor suo ne era consapevole – di un sogno, difficilmente raggiungibile. E quando questo sogno, dopo l’8 settembre 1943, si rivelò irrealizzabile, il giornalista antifascista amico di Ciano preferì la prigionia in un campo di concentramento tedesco piuttosto che l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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