Giovanna I di Napoli, sfortuna e solitudine di una regina

12/07/2015 di Davide Del Gusto

La storia, tra intrighi e infinite lotte di potere, della giovane regina del Regno di Napoli: una vita la sua, fatta di intrighi nobiliari, matrimoni infelici e contrasti col papato.

Con le campali battaglie di Benevento e Tagliacozzo, rispettivamente nel 1266 e nel 1268, terminò la stagione del dominio svevo sull’Italia meridionale. Sconfitti gli ultimi eredi di Federico II, e con il placet di Papa Clemente IV, il francese Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX il Santo, conquistò il Regno di Sicilia entrando trionfalmente a Napoli. Nonostante la scissione dei domini siciliani scoppiata con i Vespri del 1284 e sancita con la Pace di Caltabellotta del 1302, gli Angioini riuscirono ad assicurare una buona tenuta al Mezzogiorno peninsulare. In particolare, la città partenopea divenne finalmente la capitale indiscussa di una corona relativamente potente, di cui rimangono ancora segni tangibili nelle prepotenti fortificazioni del Maschio Angioino e di Castel Sant’Elmo, che si aggiunsero alle strutture difensive preesistenti di Castel dell’Ovo e di Castel Capuano. Vennero potenziati il porto, riallacciando al mare l’antica vocazione commerciale della polis greca, e in generale i mercati, ben presto affollati da fiorentini, genovesi e francesi, mentre l’università fondata da Federico II viveva un’intensa stagione culturale.

Un regno effettivamente fiorente fu l’eredità che Roberto I il Saggio lasciò nel 1343 a sua nipote Giovanna, figlia di Carlo di Calabria, morto prematuramente. All’acerba età di sedici anni, la giovane si ritrovò così a dover governare su un territorio enorme e ricco, ma al contempo attraversato da insidiosi contrasti tra gli aristocratici locali e i notabili della corte; al titolo di Regina, inoltre, si aggiunse quello di Contessa di Provenza, dominio angioino dai tempi di Carlo I. Per sanare le probabili e plausibili rivendicazioni sul trono napoletano da parte del ramo ungherese della dinastia, già dal 1329 Roberto aveva brigato per ottenere il matrimonio tra Giovanna e Andrea d’Angiò, figlio di Carlo Roberto d’Ungheria, poi effettivamente celebrato a Napoli nel 1333. Contemporaneamente, però, si accese la questione provenzale: in virtù delle ultime volontà di Carlo II d’Angiò, la contea sarebbe dovuta passare al primo maschio della linea di successione e, senza alcuna sorpresa, Filippo I di Taranto si fece avanti dopo l’uscita di scena di Carlo di Calabria. Così sua moglie Caterina di Valois si spese per ottenere per uno dei suoi due figli sia il titolo di Conte di Provenza che di Re di Napoli; Andrea d’Angiò nel frattempo si vide negare la corona, dovendosi accontentare suo malgrado del titolo di principe consorte, mentre la Curia pontificia, ormai spostata ad Avignone, continuava a guardare a Napoli, ove vennero inviati a più riprese dei legati per garantire gli interessi della Santa Sede. Gli intrighi che seguirono a corte avrebbero quindi condizionato per anni il regno dell’inesperta Giovanna, la quale poté comunque contare sull’appoggio del popolo.

Nel 1345 Andrea d’Angiò cadde vittima di una congiura. Giovanna, appena diventata madre del piccolo Carlo Martello, vide cadere su di sé i sospetti, mentre Clemente VI si dette da fare per non far precipitare la situazione nel caos richiedendo la punizione esemplare dei responsabili. La regina, nel vortice delle pressioni esterne, cedette così alla richiesta di Roberto di Taranto di far incarcerare i suoi rivali incolpandoli dell’omicidio: ciò permise al tarantino di ottenere il posto di Capitano generale del Regno, aumentando la propria influenza su Giovanna. Una catastrofe dietro l’altra: nel 1347 Luigi d’Ungheria, in collera per la morte violenta del fratello, invase il Regno di Napoli attraversando l’Adriatico e, senza incontrare particolari resistenze, riuscì ad avanzare fino alle porte della capitale. Giovanna, che nel frattempo si era risposata con Luigi di Taranto, vista la drammatica situazione e l’abbandono da parte dei nobili del regno, si imbarcò su una nave diretta in Provenza, lasciando il consorte a difendere Capua. Giunta a Nizza, ella venne accolta dalla folla festante, che la riconobbe come propria signora; volle poi recarsi ad Avignone per essere assolta dal Papa da tutte le accuse riguardanti la morte del primo marito: inizialmente bloccata per via della peste nera, la regina venne ricevuta dal Pontefice assieme al suo consorte e al loro più influente consigliere, il fiorentino Niccolò Acciaiuoli. Clemente VI non negò il suo appoggio alla causa napoletana, visto il recente clima antiungherese che si respirava nella Curia e Giovanna fu dichiarata innocente.

Luigi d’Ungheria, frattanto, fu costretto ad abbandonare l’invasione sia a causa della peste che per la crescente opposizione popolare: tornò quindi in patria nel 1350, non prima di aver fatto prigionieri i membri della famiglia reale. Giovanna e Luigi rientrarono così a Napoli, ma nuovi problemi non tardarono a sorgere: in primis, il marito la allontanò dal governo. Al suo fianco egli tenne Niccolò Acciaiuoli, figura sempre più di spicco nel ruolo di Gran Siniscalco e ormai vero uomo di potere della corte partenopea. Fu in effetti un’ottima scelta politica, poiché il fiorentino si dimostrò un efficiente risolutore delle criticità del regno: grazie a lui, infatti, si giunse alla pace con il re d’Ungheria, siglata a Napoli nel 1352 con il beneplacito del Papa, e all’incoronazione ufficiale di Luigi come re consorte. Ma il sovrano, che pian piano riaccolse la moglie nel suo ruolo di regina, si ritrovò a dover gestire le spinte autonomistiche dei Principi di Taranto e di Luigi di Durazzo, tornati dalla reclusione in Ungheria.

Il ritorno in politica di Giovanna fu però funestato da un’altra vera e propria catastrofe: per via della nomina a vicario generale degli Abruzzi di Galeotto Malatesta, inviso alla Curia a causa dell’invasione dei domini ecclesiastici del Lazio, i reali di Napoli vennero scomunicati da Papa Innocenzo VI nel 1355. Il regno venne nuovamente attraversato da un’ondata di scissioni e soperchierie da parte dei baroni, mentre in Provenza si accesero focolai di rivolta. Una volta sanata la sommossa provenzale, dietro la mediazione di Acciaiuoli, Giovanna e Luigi tentarono di riconciliarsi con Luigi di Durazzo, ma ripresero i contrasti con il Papa: questi non esitò a nominare il cardinale Egidio Albornoz legato per il Regno di Napoli, imponendo de facto la sua ingerenza negli affari della corona. Fu solo grazie a un nuovo provvidenziale intervento del Siniscalco se Innocenzo VI ritirò l’interdetto sul reame partenopeo e se si poté arrivare a una tregua con Avignone. Grazie ai sempiterni sforzi di Acciaiuoli, Giovanna e Luigi riuscirono a rimanere saldi al potere fino al 1362, quando il re venne a mancare: per la donna fu una sorta di liberazione da un marito autoritario e violento.

Nuovi intrighi si affacciarono a corte: temendo un’unione tra Giovanna e Luigi di Durazzo, i Principi tarantini ne progettarono la detronizzazione, dopo aver fatto uccidere il potenziale nuovo consorte. La regina tentò di giocare d’anticipo sui nemici e convolò a nozze nel 1363 con Giacomo IV, Re di Maiorca. Fu un matrimonio fallimentare, perché costui cercò subito di estromettere Giovanna dal potere, accusandola della morte di Andrea: conseguenza di ciò furono nuove pressioni da parte di Filippo II di Taranto e di Maria d’Angiò per la cacciata della regina. Nel 1365, morto Acciaiuoli, ella perse l’ultimo grande alleato politico e, l’anno seguente, il suo terzo marito la abbandonò al suo destino. Tra il 1366 e il 1378, però, Giovanna visse per la prima volta delle esperienze felici: il contrasto con la Chiesa si spense, così come molti conflitti interni, finiti con la morte della sorella e rivale Maria; le finanze statali vennero risanate e si intraprese una lotta contro le compagnie di ventura. Nel 1373, inoltre, alla morte di Filippo II, ereditò i domini d’Acaia, mentre la situazione siciliana si era risolta definitivamente con la scissione del Regno di Trinacria. Alla fine, nel 1376, Giovanna si sposò una quarta volta con il tedesco Ottone di Brunswick, il quale non manifestò mai un interesse particolare per il trono.

Ciononostante, la “regina dolorosa” non ebbe eredi: Carlo Martello era morto giovanissimo in una prigione ungherese, mentre altre gravidanze erano fallite. L’unica soluzione fu la nomina a erede di Carlo di Durazzo, figlio di Luigi. Ciò che non si aspettava minimamente fu lo scoppio dello Scisma d’Occidente: in un primo momento, Giovanna non esitò a giurare fedeltà al nuovo Papa, Urbano VI, ma influenzata da alcuni cardinali scismatici, iniziò a parteggiare per l’antipapa Clemente VII; la Provenza e Napoli, però, fedeli a Urbano VI, respinsero la presa di posizione della regina che, in un valzer di incertezze, tornò a riconoscere costui come Papa legittimo, per poi nuovamente cambiare idea. Il prezzo che fu costretta a pagare fu altissimo: accusata di eresia, venne deposta da Urbano VI, che offrì la corona a Carlo di Durazzo. Giovanna tentò un ultimo colpo di coda nominando suo successore Luigi d’Angiò il quale, però, non aveva intenzione di arrivare alle armi per il momento. Ottone venne quindi sconfitto senza troppi sforzi e Carlo entrò a Napoli nel 1381. Qui si consumò l’ultimo tragico atto della sfortunata vita di Giovanna: invece di scappare, ella si rinchiuse nel Maschio con i suoi pochi accoliti. Pochi giorni dopo venne incarcerata in Castel dell’Ovo e trasferita prima a Nocera e poi a Muro Lucano: per evitare che venisse liberata, Carlo la fece uccidere da dei sicari il 27 luglio 1382. In quanto scismatica, le venne negata una degna sepoltura e i suoi resti vennero semplicemente accomodati in un ossario, non si sa con certezza se a Santa Chiara, nel centro della sua Napoli, o altrove.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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