Giovanna d’Arco, la pucelle d’Orléans

18/03/2016 di Davide Del Gusto

Alle soglie del XV secolo le sorti della guerra dei cent'anni sembravano arridere agli inglesi e ai loro alleati: il Delfino di Francia, Carlo di Valois, era confinato nella Loira mentre lo scontro tra Armagnacchi e Borgognoni aveva fatto precipitare la nazione nella guerra civile. Ma nel 1429, del tutto inaspettatamente, una giovane lorenese riuscì ad ottenere la fiducia di Carlo e a mutare le sorti del conflitto: Giovanna d'Arco.

Mentre nell’Italia quattrocentesca fioriva la formidabile stagione dell’umanesimo e l’economia stessa della Penisola iniziava a godere degli effetti di una sensibile rinascita dalla profonda crisi del Trecento, nel resto dell’Europa cristiana la situazione era profondamente diversa. A seguito degli sviluppi politici dei secoli precedenti, infatti, per la prima volta alcuni principati iniziarono a svincolarsi dalle prospettive istituzionali di un feudalesimo basato su un rapporto più o meno diretto tra i vari signori e il territorio, avviandosi verso una definitiva trasformazione in signorie centralizzate: una mutazione fondamentale per gli sviluppi dell’intera storia occidentale, considerando il fatto che da questi primi esperimenti regionali sarebbero sorte le prime monarchie nazionali premoderne, per le quali il concetto di Stato avrebbe costituito l’ossatura amministrativo-burocratica per i secoli a venire. Fu in tale contesto che si giunse allo scontro che più di ogni altro, nell’immaginario collettivo, avrebbe contribuito a porre fine alla lunga età medievale: la guerra dei cent’anni. Nel persistente e lacerante conflitto che vide fronteggiarsi la monarchia inglese e quella francese furono in effetti riassunti molti dei parametri sociali e culturali che avevano caratterizzato il modus vivendi degli uomini del Basso Medioevo, ma in un’ottica decisamente nuova. Il casus belli venne individuato in una semplice questione di carattere feudale: Edoardo III d’Inghilterra, infatti, già nel 1324 non aveva formulato il proprio omaggio vassallatico al suo signore, Carlo IV di Francia, per i feudi posseduti nel continente dalla corona dei Plantageneti. In seguito, alla morte di quest’ultimo occorsa nel 1328, il regno d’oltralpe rimase senza eredi diretti: sebbene il sovrano inglese avesse pieni diritti sul trono francese in quanto primo nella linea di successione, la corona fu cinta da suo cugino Filippo VI di Valois, appoggiato dai notabili e dalla popolazione locale semplicemente perché nato in Francia. Fu dunque una questione dinastica legata a una visione prettamente feudale del diritto di successione a scatenare una guerra logorante che avrebbe sconvolto due intere nazioni dal 1337 al 1453.

Giovanna d'arco Francia 30 anni
La Francia durante la guerra dei cent’anni (1337-1453)

Il conflitto ebbe sorti alterne: tra il 1340 e il 1360, sembrò a tutti che l’Inghilterra avrebbe presto sradicato l’autorità dei Valois, impossessandosi del trono di Francia; ciò fu dovuto soprattutto alle importanti innovazioni tecniche che gli inglesi avevano apportato all’arte della guerra: l’arco lungo fu l’effettiva chiave di volta che permise loro di devastare la cavalleria pesante francese nelle battaglie di Crécy (1346) e di Poitiers (1356), dove peraltro venne catturato Giovanni II di Francia. L’impatto sul popolo fu devastante, e in poco tempo il regno cadde nel caos delle devastazioni degli inglesi. Solo con la pace di Brétigny (1360) il sovrano poté essere liberato, ottenendo dal nemico la rinuncia al trono ma cedendo a Edoardo III l’intera fascia atlantica dei territori francesi. Successivamente, assicurato un nuovo ordine sociale al suo regno, Carlo V di Francia iniziò a organizzare la riconquista dei feudi occupati dagli inglesi: nel 1369 il conflitto si riaprì e i francesi riuscirono a ottenere importanti vittorie, lasciando al nemico il controllo solo di poche aree strategiche. Ciononostante, nel 1380, la Francia precipitò in una sanguinosa guerra civile, fomentata da due fazioni nobiliari, gli Armagnacchi e i Borgognoni, che tentarono di ottenere in più modi il potere sul regno già devastato dagli scontri degli anni precedenti. Nel pieno del disordine, nel 1413 ripresero le ostilità con l’Inghilterra il cui re, Enrico V, aveva progettato una nuova invasione: nel 1415 le armate francesi vennero letteralmente distrutte nella campale battaglia di Azincourt, e lo stesso Carlo VI il Folle fu costretto a nominare come suo erede il sovrano inglese con il trattato di Troyes del 1420. Per il Regno di Francia sembrò essere giunta la fine, ma nessuno poteva immaginare che di lì a pochi anni la speranza della liberazione sarebbe arrivata grazie ad una donna.

Nel 1412, appena prima della disfatta francese, due devoti contadini lorenesi di Domrémy, Jacques d’Arc e Isabelle Romée, ebbero una bambina cui fu dato il nome di Giovanna. Cresciuta senza aver mai imparato a leggere e a scrivere ma abile nei lavori di casa, la piccola Jeannette mostrò subito la sua spiccata sensibilità nei confronti dei malati e degli ultimi, assorbendo pienamente la potenza caritatevole dell’insegnamento cristiano e riscontrando l’affetto della piccola comunità in cui era nata. Secondo quanto avrebbe testimoniato di persona nei suoi ultimi giorni, nell’estate del 1425 la tredicenne Giovanna iniziò a sentire delle “voci” che la chiamavano dalla parte della chiesa, mentre si trovava nel cortile della sua abitazione: secondo i suoi ricordi, sarebbero stati Santa Margherita d’Antiochia, Santa Caterina d’Alessandria e, soprattutto, l’arcangelo Michele a chiamarla. Queste “voci” la incalzarono a compiere la volontà di Dio recandosi al cospetto del legittimo erede al trono, il Delfino Carlo di Valois, e offrendosi come liberatrice di Francia. La presenza di una giovane convinta di essere un intermediario tra il mondo e l’Altissimo sconvolse la relativa tranquillità del piccolo borgo di Domrémy, ma non si trattava di un unicum insolito per quell’epoca: a partire dal XIV secolo l’approccio alla spiritualità era infatti profondamente mutato e i fedeli stessi avevano iniziato a rivolgersi più che alle istituzioni religiose, fiaccate da drammatiche e ancora irrisolte crisi di potere, alla propria sensibilità, interiorizzandola e volgendola alla ricerca mistica di Dio. Tra questi molte furono le donne che dettero una profonda scossa al comune sentire della vita religiosa del tempo e così, sulla scia di personaggi come Caterina da Siena o Brigida di Svezia, anche Giovanna si inserì nella corrente del misticismo, cui avrebbe votato tutte le sue convinzioni e le sue azioni, cambiando per sempre la storia di Francia.

Nel 1428, mentre Giovanna e la sua famiglia lasciavano Domrémy a causa delle devastazioni dei Borgognoni, la città armagnacca di Orléans venne assediata dagli inglesi del Duca di Bedford: fu allora che le “voci” tornarono a parlare alla giovane, spingendola a recarsi dal Delfino per poter ottenere la guida di un esercito che avrebbe salvato la Francia. Ella riuscì dunque a raggiungere Vaucouleurs, dove fu ricevuta dal capitano Robert de Baudricourt: nonostante le prime resistenze, costui ascoltò la ragazza e, vestitala con abiti maschili, decise di inviarla prima a Nancy e poi al castello di Chinon, dove avrebbe potuto finalmente incontrare Carlo. Nel 1429, abbandonata la casa dei suoi genitori, Giovanna fu scortata fino al cospetto del Delfino e dei suoi notabili: nonostante l’evidente sincerità della sua testimonianza, fu inquisita in materia di fede dagli ecclesiastici di corte e poi da un gruppo di teologi, i quali alla fine attestarono l’affidabilità delle sue parole. Carlo affidò quindi a quella strana giovane lorenese la guida di un’armata che, con l’appoggio del capitano La Hire e del Duca d’Alençon, avrebbe dovuto aiutare Jean de Dunois a salvare Orléans dall’assedio inglese; l’impatto che la ragazza ebbe sui soldati fu fortissimo: solo per lei essi accettarono di condurre una vita più morigerata e all’insegna di un rigore fino ad allora del tutto alieno al campo di battaglia, pregando quotidianamente e ricevendo i sacramenti prima dello scontro. Così, riuscendo a eludere il nemico, Giovanna riuscì a entrare in città il 29 aprile e a ottenere la fiducia di de Dunois: l’8 maggio, dopo un feroce scontro contro gli assedianti, i francesi riuscirono a sconfiggere e disperdere il nemico.

Carlo VII
Carlo VII di Francia, il Delfino

Nei giorni immediatamente successivi, l’ormai popolarissima pucelle d’Orléans e de Dunois incontrarono Carlo a Tours per gestire la marcia verso la liberazione di Reims, controllata dai Borgognoni. Grazie alla vittoria sugli inglesi a Patay, la strada per la città simbolo della corona francese fu finalmente percorribile e il Delfino venne solennemente incoronato re di Francia nella cattedrale locale. Ciononostante, la consacrazione di Carlo VII fu l’inizio delle sfortune di Giovanna: mentre la combattiva lorenese continuava infatti a sostenere l’idea di fronteggiare militarmente gli inglesi fino alla loro definitiva cacciata dalla Francia, il nuovo sovrano preferì percorrere la via diplomatica, di fatto abbandonandola a se stessa; durante la marcia verso Parigi, infatti, solo La Hire e d’Alençon continuarono a darle credito incondizionato. Alla fine, nel corso dell’assalto alla capitale, l’8 settembre 1429 Giovanna fu ferita ad una coscia da una freccia e fu costretta a ritirarsi: fu un buon pretesto perché venisse richiamata al campo reale di Saint-Denis, dove la pucelle depose la sua armatura per tornare nella Loira. Nonostante la sua influenza sul re e sull’esercito fosse sempre più debole, la giovane continuò a impegnarsi nella lotta contro gli inglesi fino al 1430: giunta nei pressi di Compiègne tentò di difendere la città dall’assedio dei Borgognoni, ma, durante un’irruzione a Margny, cadde nelle mani del nemico il 23 maggio e fu fatta prigioniera insieme a suo fratello Pierre e all’intendente Jean d’Aulon.

Giovanna fu così internata prima a Clairoix, a Beaulieu e infine a Beaurevoir; qui avvenne il disastro: Pierre Cauchon, vescovo di Beauvais, pagò a Jean de Luxembourg il riscatto per ottenere la libertà della giovane ma, tradendo le aspettative di Giovanna, la vendette agli inglesi che finalmente poterono accanirsi contro l’eroina della resistenza francese. Il 23 dicembre ella fu trasferita in catene a Rouen, nell’indifferenza di Carlo VII, e incarcerata in condizioni disumane: il 3 gennaio 1431 fu condotta a processo sotto la giurisdizione di Cauchon, il quale la accusò di stregoneria e di eresia. La pucelle fu interrogata ripetutamente tra il febbraio e il maggio di quell’anno e, nonostante gli accusatori avessero cercato in tutti i modi di farla capitolare, rimase ben salda nella sua fede e nelle sue convinzioni, confermando di aver dato ascolto alle “voci” e di aver solo compiuto la volontà di Dio. Alla fine, solo con l’inganno, fu costretta dai suoi inquisitori a firmare l’abiura dei presunti crimini, siglando così la sua definitiva condanna: il 30 maggio, dopo essersi confessata, la diciannovenne Giovanna venne condotta al patibolo e, ascoltata la sentenza, bruciata su un rogo nella piazza di Rouen. Ella non riuscì mai a vedere la fine della guerra che tanto agognava raggiungere col suo intervento, ma ebbe presto una giusta rivincita sui suoi aguzzini. Nel 1452, un anno prima del definitivo trionfo della Francia sull’Inghilterra, Callisto III ordinò di rivedere gli atti del processo del 1431, dichiarandolo infine nullo e scagionando Giovanna da tutte le accuse: il mito della pucelle d’Orléans si riaccese così nel comune sentire dei francesi, fino a quando, dopo un lungo processo di canonizzazione, venne dichiarata santa da Benedetto XV nel 1920 e, conseguentemente, patrona di Francia.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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