Il giorno in cui la musica morì

21/08/2014 di Eugenio Goria

Un tragico incidente divenuto simbolo della fine di un'epoca

Buddy Holly

Era la fine degli anni Cinquanta. Il 3 febbraio di un 1959 che sarebbe passato alla storia per la visita di Nixon in Russia e per l’avvento di Fidel Castro a Cuba, tre musicisti morivano in un incidente aereo sorvolando il cielo dell’Iowa. Un incidente che presto divenne l’emblema della fine di un’epoca nella storia della musica, l’era del rock and roll. Morivano infatti quel giorno tre dei suoi figli più illustri, che Don McLean ricordava ancora nel 1972, quando nel suo brano più famoso creò l’espressione the day the music died: Ritchie Valens, Buddy Holly e Big Bopper Richardson.

Ritchie Valens aveva diciott’anni il giorno dell’incidente, e forse costituisce il caso più eclatante di morte prematura che abbia coinvolto un musicista così famoso. Infatti, sebbene il suo nome non sia dei più ricordati oggi, a lui si devono classici del rock and roll di quegli anni come Donna e Come on let’s go, ma soprattutto l’evergreen La bamba. Nato Ricardo Valenzuela, in una famiglia di immigrati messicani, si avvicinò alla chitarra da adolescente, per poi essere scoperto nel 1958 dal produttore Bob Keane, cui si deve anche la creazione del nome d’arte che l’ha reso celebre. La sua è una figura di enorme importanza, non solo come meteora nel mondo del rock, ma anche e soprattutto per essere una delle prime voci latinoamericane ad affermarsi sul mercato statunitense con testi cantati anche in spagnolo, facendo così da apripista per una lunga serie di musicisti, tra cui, pochi anni dopo Carlos Santana.

the-da-ythe-music-dieBuddy Holly, pochi anni più vecchio di Valens, e da poco più tempo nel mondo dei professionisti, è stato ritenuto uno dei musicisti più influenti in tutta la storia del pop. Oltre che per un occhiale che ha avuto gran seguito, da Costello a Morrisey, Holly è ricordato per brani come Peggy Sue, That will be the day, e soprattutto Not fade away, che pochi anni dopo sarebbe diventata un classico dei primi Rolling Stones. Suo anche il merito di aver operato, sull’onda di Elvis, una rivisitazione del rock and roll in chiave black music, che apriva la strada alla grande stagione del rock degli anni Sessanta, con profonde influenze anche nella nascita del beat.

Big Bopper Richardson era il più vecchio dei tre, ma anche lui era giunto al successo da non più di un paio di anni. Altra voce texana, che probabilmente ebbe un’influenza anche sul quasi contemporaneo Johnny Cash, e il cui stile, almeno nelle prime incisioni come Beggar to a King ha molto più di country che di rock and roll, e rispecchia una tradizione musicale prevalentemente bianca in cui si rivedono eco della Carter Family. Non fu così nei singoli a venire, in cui sviluppa una travolgente vena rock and roll, con brani come Chantilly Lace e White Lightnin.

A questo punto, è doveroso chiedersi perché la scomparsa di tre musicisti, per quanto significativi, abbia decretato se non la morte della musica, almeno di una sua stagione. Il fatto è che l’incidente aereo si colloca all’apice di una serie di eventi che chiudono l’era del rock and roll anni Cinquanta: Elvis partiva per il militare nel 1958, nello stesso anno Jerry Lee Lewis scandalizzava l’America dei benpensanti sposando una cugina tredicenne, e Chuck Berry rincarava la dose nel 1959 per aver avuto rapporti sessuali con una ragazza minorenne. Non c’entrava la musica, eppure era chiaro che qualcosa stava finendo. Di lì a poco sarebbero infatti iniziati gli anni Sessanta americani, e il “vecchio” rock and roll avrebbe fatto da apripista a nuove forme di musica e di spettacolo. Per non citare che una delle derive musicali fortemente indebitate con questo genere, ricordiamo la crescente importanza della componente black, che prese decisamente il sopravvento, nel momento in cui una nuova generazione di bluesmen si affacciò alla scena musicale, portando grandi innovazioni rispetto al Chicago blues degli anni precedenti. La figura che più sembra fare da ponte tra questi due mondi è probabilmente quella di Bo Diddley, precedente a Valens, Holly e Big Bopper, ma con enormi elementi di innovazione che si concretizzano in un primo album nel 1958. Sempre di rock and roll si impregnavano poi le corde di musicisti come John Lee Hooker, protagonista di prim’ordine di un blues revival che pescava a piene mani anche da questo repertorio.

La musica morì dunque, perché in quel giorno di febbraio morirono tre delle figure più romantiche nella storia del pop: poco più che dei ragazzini che, con la sventatezza e l’irresponsabilità dei vent’anni, avrebbero rappresentato senza rendersene conto la scintilla di un cambiamento che fu fonte di ispirazione per molti dei loro più illustri successori.

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Eugenio Goria

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