Giornata della memoria, l’inganno di Teresienstadt

27/01/2014 di Simone Di Dato

Terezin, giornata della Memoria

Aprile 1939. Le truppe tedesche invadono la Cecoslovacchia e Praga viene conquistata senza che fosse sparato un solo colpo. Il giorno seguente Hitler dichiara il protettorato di Boemia e Moravia come nuovo territorio del Reich. Solo due anni dopo, a pochi chilometri dalla capitale, una fortezza del XVIII secolo, isolata nella campagna boema, sarà scelta dai nazisti come teatro di uno dei più elaborati e crudeli inganni della seconda guerra mondiale. I tedeschi la rinominarono Theresienstadt: la città che Hitler regalò agli Ebrei.

Gruppo di bambini durante una recita a Terezin
Gruppo di bambini durante una recita a Terezin

C’era musica classica, jazz, lirica, si faceva teatro, cabaret, e attività di ogni genere. C’erano moltissimi artisti famosi, e in ogni angolo si potevano scorgere pianisti, cantanti, attori e pittori di fama internazionale. Terezin aveva tutta l’aria di essere un vero e proprio paradiso culturale, una città dove tutto sembrava normale ma non lo era, non lo era affatto. Era il ghetto che Hitler progettò per i cosiddetti “ebrei importanti”, diplomatici, artisti e personalità rilevanti, la cui deportazione forzata sarebbe stata accolta in modo impopolare dall’opinione pubblica.  Le motivazioni di una simile decisioni si sarebbero potute ritrovare nella morbosa ossessione dei nazisti verso l’arte, e paradossalmente verso la cultura, al suo valore, ma così non fu.

Non era così semplice sbarazzarsi di alcune categorie di Ebrei, i sospetti non avrebbero tardato ad arrivare. Così gli ignari abitanti di una città fantasma furono costretti a recitare questa raccapricciante farsa, illusi di vivere una vita agiata e con ogni comfort fino alla vecchiaia. “Era un’esistenza paradossale, follia pura, vivere in una città di pupazzi ballando sotto la forca, ignari di ciò che stava accadendo – spiega Zdenka Fantlova, ex deportata a Terezin, e autrice del libro The Tin Ring, dedicato alla sua infanzia nel ghetto – Ma era forse questa la nostra forza, perché se così non fosse stato, non avremmo sopportato quello che in realtà accadeva.”

Nella fortezza ermeticamente sigillata, ben protetta da mura alte e spesse, le attività mimavano la vita in modo parodistico, potremmo dire grottesco: vennero aperti falsi dipartimenti di economia, della sanità, del lavoro e molti altri con l’intenzione di dare un’apparente normalità all’esterno. Ma tra malattie e denutrizione, la necessità degli artisti di esprimersi, non tardò ad arrivare. L’arte aiutava la gente ad avere speranza, a divertirsi, a trovare nonostante tutto il lato migliore della vita.  “A Terezin la gente aveva il bisogno di esprimersi in qualche modo, ma non eravamo sicuri di come i tedeschi avrebbero reagito. Qualcuno iniziò di nascosto negli attici a recitare poesie o a leggere un capitolo di un libro, a disegnare, a suonare gli strumenti disponibili. – continua a tal proposito Zdenka Fantlova – Andò avanti clandestinamente finchè con grande sopresa scoprimmo che i tedeschi non avevano alcuna obiezione ad una vita culturale nel ghetto.”

Spregevole strategia politica, macabra commedia, follia: sono questi i fili della Gestapo per raggirare vittime innocenti, a tal punto da programmare un film-documentario e ingannare l’intera Europa. Alla fine delle riprese, Terezin non aveva più motivo di esistere. Più di 88.000 Ebrei furono deportati dal ghetto ai campi di sterminio, più di 33.000 morirono per malattie e malnutrizione. Di oltre 10.500 bambini presenti a Theresienstadt, ne sopravvissero solo 142.

Una consapevolezza che possiamo senza dubbio acquisire dalla storia, dalle terribili immagini, dai documenti, dal ricordo di superstiti come Zdenka e al suo messaggio:“Non solo Terezin, ma anche gli altri 4, 5 campi di sterminio dove sono stata, mi hanno insegnato una lezione fondamentale e cioè che nella vita esistono cose che contano e altre che non hanno alcuna importanza. E le cose che contano sono veramente molto poche: sono l’amore per la vita e i rapporti umani, mentre il resto non conta.”

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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