La giornata campale del Jobs Act, tra giochi di prestigio e nodi politici

08/10/2014 di Luca Andrea Palmieri

La fiducia darà al Governo materiale per trattare con l’Unione Europea, ma i giochi potrebbero non essere affatto chiusi

8 ottobre 2014, il giorno del Jobs Act. O almeno del primo passo perché, la nuova riforma del lavoro fortemente voluta dal governo Renzi, possa andare verso l’approvazione. Stasera, ad ora a mezzanotte, non si vota per il provvedimento finale ma per una legge delega, un istituto legislativo che concede al governo il potere di legiferare al posto del Parlamento su un determinato – e ben delimitato – argomento. Se il voto passerà, quindi, il documento che uscirà nei prossimi mesi da palazzo Chigi sarà già quello definitivo.

Lasciando da parte la questione di merito, abbondantemente trattata su queste pagine, esistono diverse polemiche e ancor maggiori perplessità di stampo politico. Una su tutte riguarda la richiesta del voto di fiducia, ufficializzata questo pomeriggio ma che aleggiava già da giorni. La questione non è di legittimità, quanto, piuttosto, di “tatto”. Semplificando, il governo ha blindato con la fiducia un testo che prevede ampie deleghe a sé stesso per legiferare: un atteggiamento quasi arbitrario. Fermo considerando, questione da sottolineare, la piena legittimità del seguire questa strada: nessuno impone al Parlamento di votare la fiducia. Se le posizioni, soprattutto quelle della minoranza del Pd, fossero troppo distanti, allora il Governo cadrebbe, con buona pace di Renzi. Però, ad ora, è improbabile che vada a finire così. Perché?

Il momento del lancio di un libro contro il presidente del Senato, Pietro Grasso
Il momento del lancio di un libro contro il presidente del Senato, Pietro Grasso

Perché, nonostante tutte le polemiche degli scorsi giorni, difficilmente la minoranza del Pd volterà le spalle – non in toto almeno – al proprio leader. La questione potremmo definirla di “etica di partito” ma anche e, forse, soprattutto, pratica. La minoranza sa come ogni passo falso, in questa fase critica, potrebbe essere letale. Perché affossare il Pd può voler dire affossare sé stessi. Se si andasse alle elezioni con questa assemblea nazionale le minoranze interne diventerebbero marginali anche in Parlamento. Insomma, causare la caduta di un Governo guidato da un leader forte può essere un grave errore, come sa bene Fausto Bertinotti.

Alla fine quel che resta è un punto politico non da poco, con cui il Premier combatte, a torto e a ragione, dall’inizio del suo mandato: la sua legittimazione, evidentemente riconosciuta anche dall’interno del Pd, non viene dalle elezioni di marzo scorso, ma dal risultato del Congresso democratico prima e delle Europee poi. Un’asimmetria che causa tensioni continue, e non è detto che la miccia accesa non arrivi alla dinamite prima delle fine, ancora lontana, della legislatura.

Nel mentre resta la cronaca di una giornata campale, caratterizzata dall’ormai solita “ammuina” (per chi non conoscesse il termine rimandiamo qui al suo significato) del Movimento 5 Stelle – che ha fatto sospendere i lavori ben due volte – della Lega, anche con scene poco edificanti come il lancio del regolamento del Senato verso il presidente Grasso, passando poi per le posizioni fortemente contrarie di Sel, e da un’opposizione più che altro sospettosa di Forza Italia.

Tutto a causa del maxi-emendamento che ha accompagnato la fiducia, e che modifica il comparto della legge rispetto a quanto già approvato dalla Commissione Lavoro del Senato. Tra le varie questioni, spicca sì quella sull’art. 18, ma per la sua assenza. Non vi è, nel nuovo testo, alcun riferimento all’oggetto del contendere di questi giorni – tra l’altro in un tram tram mediatico che dimentica tristemente molte altre questioni cardine, come quelle sul contratto a tutele crescenti.

Cesare Damiano, deputato del PD e presidente della Commissione Lavoro alla Camera
Cesare Damiano, deputato del PD e presidente della Commissione Lavoro alla Camera

Chi ne guadagna da questa scelta? In realtà è difficile dirlo, soprattutto adesso. Il testo presentato recita che “Nell’esercizio della delega l’esecutivo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi: a) razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro, con l’obiettivo di dimezzare il numero di atti di gestione del medesimo rapporto, di carattere amministrativo”. E’ nella riga sottolineata che gli esperti trovano la possibilità di agire sull’art. 18, e in questo senso la delega parrebbe molto ampia. Tuttavia già c’è chi fa notare come, senza un riferimento specifico alla norma da abrogare, scatterebbe la tutela dell’art. 76 della Costituzione, e la Consulta potrebbe bloccare ogni intervento. E’ una questione aperta e che andrà valutata.

Nonostante questo, si tratta di una delega in bianco? A dire il vero, a sentire Cesare Damiano, l’emendamento avrebbe accolto alcune delle osservazioni della minoranza del Pd, e forse anche dei due sindacati minori, incontrati dal premier ieri. Senza contare che, leggendo il discorso del ministro Poletti, depositato in Senato dopo che la sospensione gli ha impedito di completarlo, i reintegri previsti dall’art. 18 dovrebbero rimanere per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare grave. Insomma, le aperture sembrano esserci. La sensazione è che, più che un ampliamento dello spazio di intervento, la nuova delega serva a lasciarsi spazi di manovra per ulteriori trattative, che potrebbero toccare gli altri ambiti della smania di riforma del premier: la partita potrebbe essere ancora aperta.

Il passo avanti è in arrivo, ma con il solito trucco: non potendo avere “tutto subito”, quel che si sta costruendo è uno scheletro. Un pilastro grezzo su cui lavorare, ma capace di dare la certezza che la riforma si farà. Così Renzi potrà avere qualcosa in mano davanti a un’Unione Europea sempre più impaziente rispetto alla necessità di riforme del nostro paese. Insomma, un gioco di prestigio all’italiana.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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