Lo stato del giornalismo al tempo del web: un problema ancora sottovalutato

31/10/2014 di Luca Andrea Palmieri

L’evoluzione digitale ha cambiato radicalmente le regole dell’informazione, e non è sempre tutto rose e fiori: bisogna risolverne i problemi, prima che il crollo della qualità abbia effetti dannosi su tutto il sistema sociale

Giornalismo

Intorno al clamore della politica, c’è un dibattito che si è andato consolidando, soprattutto tra gli addetti ai lavori, nel mondo del giornalismo italiano. Mentre si intrecciano questioni di grande rilevanza e molto attuali, quale la nomina del nuovo Ministro degli Affari Esteri, la questione della Thyssenkrup di Terni e la legge di stabilità del prossimo anno, torna a farsi viva una questione di non poca rilevanza soprattutto nel lungo periodo, che riguarda lo stato del giornalismo nel nostro paese.

Ad aver scatenato la discussione è stata la ricerca Ipsos Mori, che ha evidenziato come l’Italia sia il paese dove vi è il tasso più elevato di errore della “percezione media” degli italiani riguardo una serie di questioni socio-politiche molto rilevanti: ad esempio la percentuale di over 65 nel paese, il tasso di immigrazione e molti altri ancora. La ricerca pone domande abbastanza generiche, ma va detto che colpisce il distacco di certe risposte dalla realtà: per esempio, la maggioranza dei nostri concittadini ha dichiarato che gli immigrati compongono circa il 30% della popolazione del nostro paese, quando in realtà sono poco più del 7% (meno che in molti degli altri paesi europei).

Da qui è stata posta una domanda: da dove nasce questa percezione? Il giornalista del Post Francesco Costa in particolare ha scritto sul suo blog al riguardo, ponendo grossi dubbi sul modo in cui il giornalismo italiano interpreta la realtà, utilizzando anche un esempio come quello dell’ISTAT, costretto a smentire un’affermazione dell’account Twitter di Sky TG24 (generalmente non la più inaffidabile delle testate) sulla disoccupazione giovanile. E’ un problema non da poco, e spesso sottovalutato: la qualità dell’informazione è direttamente proporzionale alla qualità della democrazia in cui agisce, visto che è l’informazione, insieme all’educazione, a dare al cittadino i mezzi per interpretare la realtà che lo circonda.

Tra l’altro, un’analisi più approfondita permette di constatare come il problema sia più complesso della semplice questione dei “giornalisti venduti alla politica” o al fatto che sono ben pochi gli editori puri che non abbiano interessi esterni che dirigano la linea editoriale delle loro testate. Ad esempio c’è la questione della sostenibilità economica di una stampa non legata ad altri comparti industriali in un paese in crisi dove la gente, di per sé, tende a leggere (e dunque ad informarsi) poco.

Inoltre c’è una problematica determinata proprio dalla natura imprenditoriale del settore giornalistico. Siamo in un’epoca dove si sta sviluppando sempre più il giornalismo digitale. Lo sviluppo di apparecchi come smartphone e tablet nonché le possibilità date dalla rete, come la velocità di aggiornamento delle notizie e la capacità di penetrazione altissima, hanno spostato il focus del settore sempre più sul digitale, relegando a un ruolo sempre più di nicchia il cartaceo, quantomeno per quel che riguarda i quotidiani (seppure anche settimanali, mensili, etc. abbiano subito l’impatto del nuovo corso tecnologico).

Il problema è che mentre la copia cartacea di un giornale va acquistata in edicola, internet ha abituato tutti ad accedere ad informazioni non solo immediate e continuamente aggiornate, ma soprattutto gratis. Un problema con cui le realtà editoriali stanno cercando di fare i conti da anni: nel periodo della “bolla dot com”, ad inizio anni duemila, la sostenibilità economica di un giornalismo di qualità era data soprattutto dalla pubblicità, grazie all’esplosione degli investimenti in quella “new big thing” che era al tempo la rete. Le ripetute crisi degli ultimi anni hanno fatto sì che il mercato pubblicitario si contraesse enormemente, mettendo in crisi molti operatori. Come fare dunque? C’è chi ha provato, con alterni successi, ad usare sistemi di “paywall” – ovvero ingressi flessibili a pagamento nel sito o nelle singole pagine degli articoli – di modo da replicare, con le dovute evoluzioni, il vecchio sistema di pagamento.

Spesso l’alternativa è stata quella di fare il possibile per aumentare i click alle home page, rendendo il prodotto web più appetibile per il mercato pubblicitario (soprattutto con l’esplosione di strumenti di promozione on-line come Google AdWords). Per il giornalismo di qualità, le aberrazioni di quest’approccio sono diventate ben visibili presto. E’ facile notare come siti legati alle più note e tradizionali testate italiane (quali Repubblica.it o Corriere.it, ma non solo) pubblicizzino sulle loro home page e sui social network sempre più testi e video riguardanti curiosità, animali o gossip. Allo stesso modo l’inventiva in favore del “click facile” ha portato alla creazione di titoli “adescatori” dove, al di là della qualità e dell’effettivo grado di interesse della notizia, si cerca di stuzzicare la curiosità del lettore con frasi come “Non crederai a cosa ha fatto questa deputata” (sistema molto noto ai siti di informazioni che ruotano intorno al pianeta Beppe Grillo), o che cercano di dare meno anticipazioni possibili sulla notizia, stimolando la curiosità indipendentemente dalla sua portata: oggi il Fatto Quotidiano pubblicizzava, per fare un esempio su una notizia “di peso”, la scelta di Paolo Gentiloni a capo della Farnesina, con un link titolato “Il nuovo Ministro degli Esteri è lui”, con una foto di lato, tra l’altro sfocata, del neo-Ministro.

Una delle conseguenze più deleterie della ricerca del click facile è che tutto si misura nella mera attrattività e sempre meno nella qualità. La colpa è anche di noi lettori, che ci facciamo attrarre dal titolo e andiamo poco alla ricerca dell’approfondimento. Ma il risultato, comunque, è che si crea un circolo vizioso, in cui l’editore spinge per il sensazionalismo – che spesso vuol dire distorcere i fatti per aumentarne la vendibilità –; la gente si fa attrarre da questo stratagemma e va dietro il titolo più “sparato”, facendo sì che il processo si autoalimenti. E’ ovvio che continuando così non c’è modo di uscirne.

Facile dare la colpa al lettore – colpa che comunque esiste – ma è anche il nostro giornalismo alla base del problema: la sua faziosità, ormai estesasi a tutte le forze politiche, ha lasciato che anche le principali firme italiane perdessero di prestigio, creando una sfiducia generale nel pubblico. Sfiducia che si è tradotta in un consolidamento del problema appena descritto, con lettori alla ricerca di firme alternative e di gente che “urla” la propria verità a scapito delle fonti più ufficiali.

Per uscire da questa situazione serve una presa di coscienza generale, nonché di un bagno d’umiltà del giornalismo italiano, che dovrebbe finalmente entrare a piene mani nel XXI secolo. Un mercato dell’informazione di qualità esisterà sempre, fino a quando ci saranno persone che hanno un effettivo bisogno di informazioni quanto più chiare ed oggettive possibili. Saper interagire col lettore – cosa più che mai necessaria nell’era del web 2.0 –, citare e spiegare i dati con padronanza, crearsi una fama di affidabilità molto prima di risultare simpatizzanti di una parte politica, è ancora possibile: lo dimostrano alcune firme di qualità che riescono nonostante tutto a farsi strada nel nostro sistema informativo. Insomma, cambiare in meglio il giornalismo italiano non è ancora un’utopia, ed è bene che lo si faccia il prima possibile, prima che si giunga a un punto di non ritorno.

Ci sentiamo di segnalare, nell’ottica del giornalismo e delle nuove tecnologie, il Corso di Formazione del nostro partner TIA Formazione, dal titolo “Web e informazione : giornalismo, social media e ufficio stampa“, che si terrà il 7 e l’8 novembre a Roma. Sarà incentrato sul modo in cui l’informazione e la comunicazione cambia attraverso il web, soffermandosi su temi che vale la pena approfondire, quali il cambiamento dell’informazione attraverso il web e le professioni emergenti nell’informazione in un’epoca di giornalismo on-line, uffici stampa sempre più rapidi e di uso dei social network. Tutte le informazioni su costi e iscrizione sono disponibili al sito tiaformazione.org e in particolare a questa pagina: http://tiaformazione.org/2014/09/seminario-di-formazione-web-e-informazione-giornalismo-social-media-e-ufficio-stampa/

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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