Giorgio Bucciardo – L’ambasciator che portò pena

17/05/2014 di Silvia Mangano

Giorgio Bucciardo

Al tramonto del quindicesimo secolo, il papa inviò un rappresentante a Costantinopoli per chiedere aiuto al sultano e fermare la discesa del re di Francia in Italia, facendo leva sui progetti del re cristianissimo (questo l’appellativo del monarca francese) di muover guerra santa contro il turco. Neanche Aldus Huxley avrebbe mai potuto immaginare una trama tanto bizzarra per un romanzo; eppure non siamo di fronte a un racconto ucronico: il papa era Alessandro VI (il caro vecchio Borgia), il sultano era Bayezid II e il re di Francia era Carlo VIII.

Testimone di questo insolito crocevia di eventi fu Giorgio Bucciardo, veneziano di origini genovesi, che riuscì a entrare al servizio del papa grazie alla sua conoscenza della lingua turca. Era entrato al servizio di Innocenzo VIII, di cui era parente, quando quest’ultimo aveva ricevuto in custodia dai cavalieri di Rodi il fratello del sultano, Djem. Forse non tutti sanno che, come nella peggiore favola dei Grimm, i pretendenti al sultanato usavano uccidere i propri fratelli, onde evitare che potessero contendergli il potere in futuro. Djem, sfuggito dalle grinfie dei sicari del fratello, si era rifugiato in Europa, costituendo motivo di costante apprensione per Bayezid, che sborsava alla sede apostolica ben 40.000 ducati all’anno affinché il papa non lo lasciasse tornare in Oriente.

Bāyazīd II
Bāyazīd II

Dopo varie esperienze da interprete, Giorgio Bucciardo venne inviato dall’ormai morente Innocenzo VIII a Costantinopoli in qualità di scrittore apostolico: in teoria avrebbe dovuto rivestire una carica rappresentativa, nella pratica dovette ricordare al sultano che il papa aveva in custodia suo fratello e che non avrebbe avuto riserve a usarlo contro di lui, qualora il turco avesse attaccato la cristianità. Un compito non facile, ma che Giorgio Bucciardo seppe portare a termine con maestria. Fu per questo che il successore di papa Cybo, il noto Alessandro VI Borgia, lo inviò nuovamente da Bayezid nel 1494, per la missione diplomatica più importante della sua carriera. All’inizio dell’anno, il re di Francia aveva reso noti i suoi progetti di ritorno in Italia alla testa di un esercito per la riconquista del trono di Napoli e per l’occasione aveva lanciato un appello alla crociata, che sarebbe dovuta partire proprio dal regno meridionale alla volta del sultanato turco. Il Borgia, sebbene non potesse ufficialmente screditare i piani di Carlo VIII, si mosse subito in gran segreto per inviare il Bucciardo da Bayezid. Partito con l’istruzione di Alessandro VI, il nostro si preparò a incontrare il sultano e a negoziare una soluzione. In Turchia, Bucciardo ricevette cinque lettere per Alessandro VI e partì alla volta dell’Italia con un messaggero del principe ottomano. Una volta sbarcati ad Ancona, gli sventurati vennero assaliti da Giovanni Della Rovere, signore di Senigallia e alleato francese. Derubati di tutti i loro averi (ducati, istruzioni e lettere), il messaggero riuscì a fuggire e a rientrare in patria, mentre il Bucciardo fu torturato e costretto a confessare il motivo dell’ambasciata romana a Costantinopoli. Le risposte non si fecero attendere: sia il sultano, sia Alessandro VI tuonarono contro il Della Rovere, il primo chiedendo a Venezia di attaccare Senigallia, il secondo scomunicando il responsabile dell’agguato. L’istruzione e le lettere requisite furono trasmesse a Firenze, dove il notaio Filippo de’ Patriarchi le fece tradurre e pubblicare. Gli originali scomparvero e non furono mai ritrovati, per questo le lettere tradotte non possono essere considerate attendibili quanto lo sarebbero state quelle autentiche, ma il loro contenuto è comunque molto interessante. Nelle istruzioni del papa a Giorgio Bucciardo, Alessandro VI chiedeva al sultano il pagamento dei 40.000 ducati, così da organizzare la propria difesa contro Carlo VIII; a proposito di quest’ultimo, papa Borgia faceva notare che, qualora i francesi fossero giunti a Roma, avrebbero utilizzato Djem per spodestare Bayezid; senza contare che, con o senza Djem, l’obiettivo ultimo del re francese era quello di riconquistare Costantinopoli ed era dunque suo interesse appoggiare con sovvenzioni economiche e militari la difesa di Roma.

Le cinque lettere di Bayezid non suscitano meno curiosità. Se le prime quattro contenevano informazioni di ordinaria amministrazione (l’annuncio dell’invio dei ducati, la lettera con cui si accomiatava Bucciardo, le referenze del messaggero), l’oggetto della quinta lascia i lettori piuttosto perplessi. Poiché il problema era Djem, il sultano proponeva al papa di ucciderlo e di far pervenire il cadavere in qualsiasi «loco de le marine nostre»; in cambio di questo “favore”, Bayezid avrebbe promesso di versare 300.000 ducati per la difesa di Roma contro Carlo VIII. Va bene che papa Borgia ha sempre goduto di una pessima reputazione nell’immaginario collettivo, ma ci sembra forse un tantino eccessivo dare per attendibile una lettera ‘sì esplicita. Sta di fatto che, con la pubblicazione delle lettere, i nemici della famiglia spagnola ebbero materiale sufficiente per nutrire ancor più la leggenda nera che avrebbe connotato i Borgia per i secoli a venire.

Intanto, il nostro Giorgio Bucciardo, tornato in libertà, era nuovamente stato inviato a Costantinopoli per un’altra missione. Tornato in Italia, nel dicembre 1496, si trasferì a Fano, dove probabilmente trascorse il resto della sua vita, ormai sciolto da ogni impegno al servizio pontificio.

Sebbene si sappia pochissimo di lui, il Bucciardo è una figura emblematica. Fu testimone e protagonista diretto del complesso rapporto tra la Chiesa di Roma e l’impero ottomano in un’età ancora divisa tra l’“appello al turco” e la crociata. Sfatiamo, dunque, il mito dei due blocchi contrapposti che cercano di farsi guerra a ogni occasione. Sfatiamo le categorie concettuali, proprie dell’ignoranza (e di certa propaganda) dei nostri tempi, che rileggono e utilizzano la storia in funzione del presente. L’ideologia che vuole fede e politica, chiesa e stato, come due realtà inscindibili, e che vuole la guerra santa come uno scontro inevitabile tra l’Occidente cristiano e l’Oriente islamico, non apparteneva né all’uomo medievale, né – lo abbiamo visto – all’uomo della prima età moderna.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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