Giocare con l’infinito

04/06/2015 di Nicolò Di Girolamo

Sultan Khan era, a tutti gli effetti, un servo nella proprietà di un maharaja quando fu scoperto il suo genio negli scacchi. Così ci trovammo nella peculiare posizione di essere serviti a tavola da un gran maestro di scacchi.

Mir Sultan Khan

Qualche giorno fa mi trovavo a passeggiare lungo il corso del Mugnone a Firenze, in compagnia di un curioso personaggio ed ero completamente assorbito dallo sforzo di seguire il suo discorso. Parlava di alfieri in c7, torri in settima e pedoni passati descrivendomi la partita che aveva appena giocato con un grande maestro serbo al nostro circolo di scacchi. Ma mentre nella mia mente si creava lo scarabocchio di una scacchiera piena di errori e correzioni, nella sua (ne sono certo) si stagliava con chiarezza un complesso di varianti, possibilità e combinazioni incredibilmente complicate.

Quello che da sempre affascina dei forti giocatori di scacchi è la straordinaria combinazione di immaginazione e memoria che gli permette di giocare in qualunque momento e senza necessariamente l’ausilio di un avversario. Nel circuito dei giocatori professionisti ve ne sono diversi che passano la maggior parte del tempo, durante una partita, a fissare il soffitto, come se l’immagine della scacchiera fosse più nitida nella loro mente che non attraverso il filtro dei loro occhi. Spesso sono personaggi affascinanti e al limite della follia.

La storia di oggi riguarda proprio uno di questi e risale agli anni ’30 del 1900.

Sono incappato in questa incredibile vicenda quasi per caso. Dopo aver letto diversi romanzi sulla materia, cercavo un libro dal contenuto un po’ più tecnico ma che non tralasciasse di raccontare una storia suggestiva. Alla fine ho trovato il libro perfetto per i miei scopi: ‘Mir Sultan Khan, biography and games by the first grandmaster of chess from India’ di R.N. Coles, pubblicato per la prima volta nel 1965.

Diversi bei libri sono stati scritti sul nobil giuoco, tra tutti segnalo ‘La variante di Luneborg’ del mio concittadino Maurensig e ‘La novella degli scacchi’ di Stefan Zweig, entrambi enormemente più elevati dal punto di vista letterario del libro di Coles, ma che non possono contare sull’incredibile materiale umano, la storia vera su cui si fonda, invece, questi.

Siamo quindi negli anni ’30, in Inghilterra, dove si riuniva periodicamente il gotha degli scacchi in occasione di vari eventi internazionali. Tra tutti i giocatori, in quegli anni spiccava il leggendario Josè Raul Capablanca, un cubano dotato di un talento sconfinato, tanto da essere considerato virtualmente imbattibile. Ma se l’Europa era il luogo dove gli scacchi ottenevano la maggiore attenzione il gioco è originario di un altro sub-continente: l’India.

Difatti nel 1929 un ricco e potente Maharaja indiano, tal Sir Umar Hayat Khan, decide di fare una vacanza nella vecchia Inghilterra, per cercare di introdursi nel circolo della vita mondana degli aristocratici inglesi e porta con sé, giusto per avere un argomento di discussione, l’ultimo vincitore del campionato di scacchi del proprio distretto: Mir Sultan Khan. Mir fu iscritto ad un torneo internazionale a cui partecipava anche il grande campione Capablanca e, tra lo stupore generale, lo vinse con facilità. Questo fatto suscitò un gran putiferio a Londra e catturò l’attenzione di tutti.

Scrive Reuben Fine, giornalista e forte giocatore che in seguito sarebbe diventato anche uno psicanalista di una certa fama che Mir, quando non giocava, svolgeva le funzioni di un servo nella tenuta del Maharaja:

‘La storia dell’indiano Sultan Khan si rivelò essere una delle più insolite. L’appellativo ‘Sultan’ non stava ad indicare lo status di dignitario che ci aspettavamo, ma era un semplice nome proprio. Infatti Sultan Khan era, a tutti gli effetti, un servo nella proprietà di un maharaja quando fu scoperto il suo genio negli scacchi. Parlava poco l’inglese e segnava le partite in Hindi. In seguito al torneo la squadra Americana fu invitata nella casa del maharaja a Londra. Fummo accompagnati dove il maharaja ci salutò con la seguente frase: ‘… è un onore per voi essere qui, solitamente converso soltanto con i miei levrieri.’ Si presentò a noi con una biografia stampata di quattro pagine sulla sua vita e per quanto abbiamo potuto vedere la sua più grande conquista era quella di essere nato maharaja. Nel frattempo Sultan Khan, che era il nostro vero lasciapassare alla sua presenza, veniva trattato come un servo dal maharaja (qual era secondo la legge indiana), così ci trovammo nella peculiare posizione di essere serviti a tavola da un gran maestro di scacchi.’

Dopo aver messo in subbuglio l’ambiente scacchistico Mir sparì completamente, velocemente come era apparso. Tornò in India, dove il maharaja gli donò un appezzamento di terra da coltivare e lì rimase fino alla sua morte. Coles racconta di essersi messo sulle sue tracce in seguito al suo ritorno in India e dopo un lungo peregrinare, di essere riuscito a rintracciare la sua famiglia nella sperduta regione del Punjab (attuale Pakistan). Trovò Mir seduto sotto un ficus a fumare l’hooka, una specie di narghilè. Gli chiese se continuasse a giocare a scacchi e se avesse insegnato ai propri figli a giocare. Mir rispose che no, provava ad insegnargli qualcosa di più utile nella vita.

Coles rimase allibito. Gli scacchi avevano elevato Mir dallo status di servo a quello di piccolo proprietario terriero e gli avevano donato fama e gloria a livello internazionale e lui li disdegnava in questo modo! Mir continuò raccontando che aveva odiato l’Inghilterra, il suo clima gli aveva causato innumerevoli malattie e non gli piaceva la cucina. Sempre più allibito e senza saper bene cosa aggiungere Coles salutò l’indiano e tornò sui suoi passi, abbandonando per sempre il Punjab e questo continente che non era in grado di comprendere.

Questa strana storia mette in luce, quasi involontariamente, l’aspetto più affascinante del gioco, ovvero la sua complessità. Nessun uomo è capace di comprendere o controllare l’enorme flusso di varianti che scaturiscono anche da una sola partita. Difatti è stato calcolato che il numero che rappresenta l’insieme delle possibili mosse all’interno di un unica partita di scacchi è superiore al numero di secondi trascorsi dal Big Bang ad oggi.

Così negli scacchi, come nella sua intera esistenza, l’uomo deve accontentarsi di risolvere piccoli problemi e correre grandi rischi nella speranza di riuscire ad ottenere una piccola vittoria, dal momento che non gli è data la possibilità di comprendere l’insieme delle leggi che lo governano, alle quali può solo volgere uno sguardo affascinato e curioso, nell’eterna e immortale speranza di riuscire, un giorno, a controllarle.

‘In fede mia non m’importa; un uomo non può morire che una volta sola; dobbiamo a Dio una morte soltanto e non ha importanza in che modo verrà, chi muore quest’anno è a posto per il prossimo’

Falstaff nell’Enrico IV di W.Shakespeare

 

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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