Gino Paoli, ovvero l’imprevedibile virtù del massacro

24/02/2015 di Francesca R. Cicetti

Per quanto infame il gioco della furbizia possa essere, a crocifiggere i sospetti è meglio lasciare che sia la Magistratura. La crudeltà di alcune condanne sommarie, prima sui giornali e poi in tribunale, fa rabbrividire i lettori di buon senso quanto chi se ne trova vittima

Gino Paoli

La premessa è che, nel Paese dei Furbi, c’è sempre qualcuno disposto a credersi più furbo degli altri. La gara all’evasione fiscale lo dimostra. L’evasione è un gioco per furbi, una caccia al tesoro per nascondere il patrimonio dove le mani lunghe dello stato non possono raggiungerlo. Una gara a chi scava la buca più profonda per il suo forziere. A chi trova il paradiso fiscale più sicuro e lontano. Una pratica vergognosa, che impoverisce gli onesti e inaridisce la fiducia. Ma per quanto infame il gioco della furbizia possa essere, a crocifiggere i sospetti è meglio lasciare che sia la Magistratura. La crudeltà di alcune condanne sommarie, prima sui giornali e poi in tribunale, fa rabbrividire i lettori di buon senso quanto chi se ne trova vittima. O almeno dovrebbe.

Per questo non si può negare che Beppe Grillo abbia ragione nel lamentare una gogna massacrante al collo di Gino Paoli. Avrebbe portato in Svizzera due milioni di euro evadendone ottocentomila. Avrebbe, perché nulla è certo, fino a una sentenza. Mentre lo scandalo è già scoppiato, e Paoli è già colpevole, e molti quotidiani si trincerano dietro l’uso (debole) del condizionale. Avrebbe evaso. Sarebbe un ladro. Potrebbe essere un disonesto. Nel panorama mediatico, le insinuazioni sono già condanne, e chi le emette lo sa bene. I cittadini, sempre secondo Grillo, sono diventati delle bestie sacrificali da sbattere in prima pagina. Per appagare quali istinti, non lo specifica. E aggiunge che è crudele accanirsi contro un ottantenne, mai indagato, non pregiudicato.

Ha ragione, Grillo, a rabbrividire per la spaventosa fretta di condanna dei tribunali mediatici. Così ragione che viene voglia di chiedere a lui cosa abbia di diverso la stigmatizzazione operata sulla prima pagina del suo blog. Essere ottantenni, mai indagati e dalle mani pulite non è mai stato un problema. Non quando bisognava sventolare giudizi contro i nemici di turno. In quel caso, il gioco del massacro diventava una virtù. Un accalappia-voti, manovrato per raccogliere il dissenso di italiani troppo stanchi e sfiduciati per non sentirsi presi in giro. Il lettore e l’elettore, entrambi, hanno bisogno di scovare i colpevoli. Non può non essere colpa di nessuno. Non si può sempre farla franca. E sembra che si possa gettare loro in pasto un politico, un cantante, una celebrità qualsiasi, per acquietare la fame di giustizia. Come se fosse sufficiente.

E così il massacro è diventato, imprevedibilmente, una virtù, e lo è diventato da troppo tempo. Come un osso da lanciare, un tribunale popolare da erigere. Un’arma in mano ai giornalisti, ai politici, ai blogger e ai conduttori. Senza vedere, o forse vedendo molto bene, che gli italiani non hanno voglia di ergersi a giudici sommari per appagare degli istinti di inspiegabile crudeltà. E che la loro insofferenza sta nella ricerca di onestà.

La gogna mediatica non può essere utile ma vergognosa, positiva ma crudele, ragionevole ma immorale. Non la si può usare contro qualcuno, mentre contro qualcun altro è un’infamia. È un’arma o non lo è. La si condanna o non lo si fa. Non si può massacrare per convenienza. Gli italiani non sono leoni affamati, e le prime pagine dei giornali (o dei blog) non sono strumenti per tamponare la loro irrequietezza fino all’orario del prossimo pasto. Si ha fame di giustizia, non di indici puntati

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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