Il Giappone e la normalizzazione delle forze militari

12/03/2015 di Enrico Casadei

Tra gli ostaggi uccisi dall'Isis, la crescita della forza militare cinese e le armi nucleari nord-coreane, nel paese del Sol Levante è sempre più d'attualità l'argomento di un ritorno alla formazione di una forza militare competitiva a livello internazionale. La costituzione giapponese lo vieta, ma le cose, nei prossimi tempi, potrebbero cambiare

Abenomics, Giappone

Subito dopo il brutale assassinio a gennaio dei due ostaggi giapponesi, Haruna Yukawa e Kenji Goto, da parte dello ‘Stato’ Islamico, il Primo Ministro del Giappone Shinzo Abe ha deciso di lanciare un programma di riforme, per la verità il più grande programma di riforme dalla Seconda Guerra Mondiale, sulla capacità militare del Paese. Abe vuole che il ‘suo’ Giappone torni ad essere uno Stato sovrano anche in campo bellico, con la capacità di difendere i propri interessi e i propri cittadini quando questi sono minacciati. Il problema però sta nel come portare a casa la riforma .

Dal dopo guerra, l’opinione pubblica giapponese ha sempre supportato il pacifismo, ma questo episodio con l’Isis ha minato le convinzioni dei più, non solo per la sua efferatezza ma proprio perché mostra l’impotenza del Giappone. Infatti, a differenza degli altri Stati, che avrebbero potuto intraprendere una missione di salvataggio per i propri ostaggi, la Costituzione giapponese non lascia nessuno spazio d’azione per compiti di recupero o di rappresaglia. L’articolo 9 della Costituzione, che fu adottata nel 1947 sotto l’occupazione americana, vieta categoricamente il mantenimento di una forza militare e l’uso della stessa per la risoluzione di dispute o conflitti internazionali. Anche se un’interpretazione estensiva della norma ha permesso un certo grado di liberalizzazione nel corso degli anni e il Giappone ha una forza di auto difesa solida, i limiti costituzionali impongono tutt’oggi vincoli che riducono la capacità militare giapponese in modo considerabile. Di conseguenza anche l’atteggiamento sul piano internazionale è compromesso.

Fino a ieri, il trattato di alleanza con gli USA, stipulato dopo la II Guerra Mondiale, è stato il deterrente necessario a garantire la sicurezza del Giappone. Ma i rischi che il Giappone affronta oggi, dall’incremento del decisionismo cinese, al potere nucleare della Corea del Nord e alle minacce dell’Isis fuori dal territorio nazionale, hanno sollevato legittimi dubbi sul mantenimento di uno status quo in cui è assente la possibilità di difendere i propri interessi anche attraverso l’uso della forza militare.

Il cambiamento potrebbe essere raggiunto in diversi modi. Il Giappone potrebbe continuare a incrementare la spesa militare rafforzando le forze speciali, reinterpretare la Costituzione esistente oppure ancora cambiare direttamente l’articolo 9 con un voto in entrambe le camere del Parlamento e un referendum nazionale. Indipendentemente dalla modalità, il Giappone merita di essere capace di difendere i propri interessi, la propria popolazione e il proprio territorio, proprio come qualsiasi altra nazione. Tuttavia, qualsiasi incremento della capacità militare giapponese incontrerebbe forti opposizioni, in particolare di Cina e Corea del Nord. Le obbiezioni sono basate sulla sufficiente protezione fornita dagli Stati Uniti e soprattutto sul fatto che i giapponesi non hanno finito di fare ammenda per il loro passato coloniale e guerrafondaio.

Il Giappone ha beneficiato indubbiamente della protezione americana ma non c’è nessuna garanzia che tale scudo resti alzato per sempre, in particolare in un futuro scontro di interessi con la Cina. Infatti, la capacità di Washington di mantenere una posizione dominante in Asia nel lungo periodo è messa in dubbio da molti, e partner locali, anche di lunga data come l’Australia, hanno iniziato a guardarsi attorno con una prudenza che qualcuno definirebbe diffidenza. È indubbio che il Giappone condivida le stesse perplessità.

In merito alla seconda critica, sebbene non si vogliano cancellare le atrocità commesse da Tokyo prima e durante la Guerra, non si può però non sottolineare come dal 1945 il comportamento giapponese sia stato impeccabile sia nell’Onu o nelle altre Istituzioni multilaterali, sia fornendo guida e assistenza ai Paesi in via di sviluppo. Quindi sembrerebbe quantomeno una forzatura affermare, come fanno Cina e Nord Corea, che un Giappone ‘normalizzato’ sarebbe una minaccia alla stabilità della regione. O comunque lo sarebbe in misura almeno pari a quanto già fanno l’incremento della potenza militare cinese[1] o le armi nucleari nordcoreane. Forse sarebbe ragionevole pensare al contrario: un Giappone ‘normalizzato’ migliorerebbe la stabilità regionale bilanciando i diversi poteri in gioco.

Nondimeno, se Tokyo decidesse di muoversi verso una normalizzazione militare, dovrebbe dimostrare in modo più convincente di essere riuscito a svincolarsi dal suo passato. Infatti anche se il Giappone ha fatto significativi sforzi nel tentativo di riscattarsi, il revisionismo e l’insensibilità di alcuni dei suoi ultimi leader hanno alzato il livello delle tensioni con i suoi vicini.

Nel concreto, come semplice esempio, invece di negare le accuse di schiavitù sessuale perpetrata durante la Guerra, il Governo potrebbe costruire un monumento a commemorazione delle ‘Comfort Women’ che i militari giapponesi sfruttavano nei territori occupati. Ancora, invece di protestare per come i giapponesi vengono descritti nei libri di testo occidentali o discutere sul numero preciso di persone uccise durante lo ‘Stupro di Nanchino’, il Governo potrebbe cercare di spiegare ai suoi cittadini il processo che ha portato a tutto ciò. Inoltre, una maggiore sensibilità potrebbe diminuire il livello di allerta in particolare con la Cina e la sua politica anti-giapponese. Senza contare che proprio secondo l’ultimo sondaggio d’opinione giapponese sulle Forze di autodifesa e sulla sicurezza, il 60,5% del campione ha messo al primo posto tra le minacce alla pace del Giappone “la modernizzazione della forza militare cinese e le sue attività marittime”. Nel precedente sondaggio, effettuato a gennaio 2012, il pericolo più pressante per gli intervistati era la situazione nella Penisola coreana.

In conclusione, i passi avanti compiuti dal Giappone dal 1945 ad oggi sono indispensabili, ma senza una maggiore sensibilità verso la propria storia, potrebbero non essere sufficienti per permettere a Tokyo una revisione della propria forza militare.


[1] La spesa militare cinese nel 2014 è cresciuta del 12,2% a/a, secondo quanto dichiarato da Fu Ying, portavoce del Congresso nazionale del popolo. “Siccome è un grande Paese, la Cina ha bisogno di una forza militare capace di proteggere la sua sicurezza nazionale e il suo popolo; la storia ci ha insegnato che quando siamo rimasti indietro siamo stati attaccati, non lo dimenticheremo”, ha spiegato la portavoce.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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