Il Giappone in recessione: Abenomics al capolinea?

18/11/2014 di Alessandro Mauri

Secondo gli ultimi dati sul PIL, anche il Giappone, contro ogni previsione, entra in recessione. Si tratta del definitivo fallimento dell'Abenomics

Abenomics, Giappone

Dopo le prime avvisaglie, il Giappone entra ufficialmente in recessione, dal momento che per il secondo trimestre consecutivo il Pil si contrae, questa volta dell’1,6% su base annuale. Dopo le grandi speranze iniziali, pare che il modello economico denominato Abenomics si sia definitivamente arenato.

Peggio del previsto – Avevamo avuto modo di occuparci della battuta di arresto della crescita del Giappone in occasione della grave contrazione del PIL (-7,3% su base annuale, secondo le ultime revisioni) registratasi nel secondo trimestre 2014. Tuttavia, come sostenuto da gran parte degli analisti, il risultato così catastrofico era stato attribuito all’aumento dell’IVA dal 5% all’8% scattato il primo di aprile, e alla conseguente contrazione dei consumi; l’ottimo risultato del primo trimestre, inoltre, annullava l’esito del secondo, lasciando presagire un andamento annuale complessivo in ripresa, secondo alcuni anche del 2%. In realtà i dati emersi in questi giorni sono molto più negativi di quanto anche il più pessimista degli osservatori avesse preventivato: un calo del PIL dello 0,4% sul trimestre precedente, che si traduce in un -1,6% annuale, un dato veramente allarmante. La reazione dei mercati non si è fatta attendere, con un crollo dell’indice Nikkei del 3%: dopo mesi di continui aumenti, la direzione del vento pare essere definitivamente cambiata.

I consumi non ripartono – L’elemento che più avrebbe dovuto contribuire a rilanciare l’economia era quello dei consumi privati, i quali avevano risentito notevolmente dell’aumento dell’IVA con un calo del 5%, ma che ci si aspettava sarebbero risaliti di almeno lo 0,8%. Evidentemente lo shock fiscale non è ancora stato completamente assorbito dalle famiglie, dal momento che i consumi sono aumentati solo dello 0,4%, fortemente condizionati anche dalla contrazione dei salari, i quali non sono riusciti a tenere il passo dell’inflazione, che (anche considerando l’effetto IVA) viaggia intorno al 3%, e sono quindi diminuiti in termini di potere di acquisto. Anche gli investimenti delle imprese sono calati, precisamente dello 0,2%, mentre le esportazioni non sono riuscite a compensare l’andamento negativo dei consumi interni, considerando che la loro crescita si è attestata ad un misero +0,1%.

Il premier giapponese Shinzo Abe

Le mosse di Abe – A questo punto sembra scontato che l’ulteriore aumento dell’IVA al 10% previsto per il prossimo anno sarà quantomeno rinviato, il che pone grossi interrogativi anche sul percorso di risanamento del bilancio statale imposto al Giappone dal suo enorme debito pubblico (oltre il 200% del PIL), nonché dagli investitori internazionali. Dal momento che il premier Shinzo Abe si era giocato tutta la sua credibilità sul successo delle sue politiche economiche (basate su politica monetaria fortemente espansiva, su tassi di interesse negativi per disincentivare i risparmi e incentivare i consumi, e sull’aumento della spesa per investimenti), pare scontato che saranno indette elezioni anticipate, vero e proprio referendum sull’Abenomics. Una volta entrato in carica il governo dovrà stabilire l’entità dei nuovi stimoli all’economia del Giappone, visto l’evidente fallimento di quelli lanciati nel dicembre scorso, e che avrebbero dovuto contenere gli effetti negativi dell’aumento delle imposte.

Il ruolo della BoJ – L’attenzione di tutti a questo punto si concentra anche sulle mosse che la Bank of Japan (la banca centrale del Giappone) deciderà di intraprendere per far fronte a questa nuova recessione. Probabile un ulteriore stimolo monetario all’ economia, anche se sorgono dubbi sull’effettiva efficacia di questo tipo di manovre, quantomeno nel contesto nipponico, dal momento che la Banca centrale è già intervenuta pesantemente sul mercato, inondandolo di liquidità. Questa operazione, simile al QE implementato dalla FED, pare non aver avuto altro effetto se non di gonfiare artificialmente le quotazioni delle azioni dell’indice Nikkei, senza aver impattato efficacemente su tutti gli altri indicatori dell’economia reale. Lo stesso aumento dell’inflazione, dopo quasi due decenni di stagnazione dei prezzi, sembra da attribuire quasi esclusivamente all’aumento dell’IVA, tanto che le attuali dinamiche in calo delle quotazioni del petrolio lasciano presagire una nuova ricaduta del Giappone nella deflazione. Tutto questo spingerà la BoJ ad un nuovo, sostanzialmente inutile, intervento di espansione della base monetaria.

Il caso del Giappone, e il fallimento ormai conclamato dell’ Abenomics, ci permette di dire che la politica monetaria, cui oggigiorno si fa eccessivo affidamento, da sola non riesce ad esprimere risultati apprezzabili sull’economia reale (mentre nel medio-lungo periodo sono sempre nulli), laddove non sia supportata da efficaci politiche economiche. L’enorme peso del debito e l’incremento della tassazione per risanare i conti hanno fatto il resto. Un contesto familiare, non trovate?

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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