Il mito dell’Avvocato: nè bianco nè nero

25/01/2013 di Edoardo Moschini

DeMita_AgnelliDa un paio di giorni giornali e televisioni stanno dedicando i propri spazi a ricordare Giovanni Agnelli, ricorrendo, infatti, il decennale della sua morte. Questo perché da molti è considerato uno dei più grandi industriali del XX secolo, capace di potare la produzione automobilistica italiana ad alti livelli, di prendere in mano l’azienda di famiglia e farla navigare fino a dove è arrivata oggi. E poi, diciamecolo, una buona fetta di Italia – e forse del mondo – lo ricorda soprattutto per essere stato il glorioso presidente della Juventus di Platini e di Zidane. Sulla vita dell’Avvocato e sui suoi trascorsi sono state scritte migliaia di pagine, e altrettante se ne potrebbero scrivere. Già, perchè la sua figura, in realtà, è vista attraverso filtri diversi, le cui conclusioni sono completamente opposte.

Infatti, per molti, Giovanni Agnelli è considerato tutto meno che una figura positiva dello sviluppo industriale italiano post-bellico. Una buona frangia di italiani non ha mai visto in lui il mito osannato sino ad oggi. L’Avvocato è stato più volte accusato di essere un parassita per lo Stato italiano, un uomo che è passato alla storia appoggiandosi al lavoro svolto, prima del suo arrivo in FIAT, da Valletta, capace di vivere di rendita gestendo il timone di una società le cui fondamenta e la cui strada erano state poste prima del suo arrivo e, contemporaneamente, incapace di percepire i primi segnali di crisi e di arginarli, tanto da richiedere il sostegno dello stato per non far fallire l’azienda, quasi in bancarotta nell’ultimo decennio della sua gestione.

Di fronte a simili contrapposizioni tra “bene e male” penso che la verità vada ricercata non nel nero e neanche nel bianco, ma sia contrassegnata da varie sfumature di grigio, che sono il risultato dell’unione dei due colori. Non si può dire che Agnelli – nella sua carriera da “top manager” – abbia sbagliato e commesso errori sotto ogni punto di vista, altrimenti – fosse stato l’incapace descritto da alcuni giornali in questi giorni – il destino della FIAT sarebbe stato segnato con qualche decennio di anticipo, e neanche Marchionne avrebbe potuto far nulla. Nè, in ogni caso, un occhio obbiettivo può effettivamente ignorare quanto la sua figura sia frse stata troppo spesso esaltata oltre il necessario, almeno a livello industriale. Effettivamente, volendo considerare la storia post bellica della FIAT, il periodo Agnelli potrebbe – e forse dovrebbe – essere rivalutato.

E’ innegabile abbia vissuto una vita più sul jet set che in fabbrica; basti pensare alla sua gioventù passata in giro per l’Europa e oltreoceano accompagnandosi a bellissime donne e frequentando l’alta società nobiliare, diventando presidente dell’azienda di famiglia alla veneranda età di 45 anni, senza serie esperienze lavorative alle spalle. Non può essere solo questo, però, ad offuscare la vita di un uomo. Gianni Agnelli, infatti, non era solo FIAT. Occorre riconoscere il suo operato anche al di fuori dell’ambito industriale. In primis a livello sportivo. La Juventus, squadra di calcio ereditata dal padre, ha conseguito, sotto la sua gestione , i migliori risultati della sua storia. Inoltre, non vanno dimenticate le varie attività filantropiche a cui si è dedicato, come la donazione della pinacoteca Agnelli al Comune di Torino, e lo sviluppo importante che ha dato ha tutta la regione e al suo capoluogo (per quanto, oggi, la FIAT abbia rappresentato la più grande fortuna e la più grande disgrazia per il capoluogo piemontese).

 Sarebbe, quindi, giusto ricordarlo per quello che era: nè bianco nè nero, ma per essere un uomo, caratterizzato da sfumature di grigio. I miti, si sa, accompagnano le verità a menzogne. Dall’altra, in ogni caso, non bisogna disconoscere tutti i suoi meriti dipingendolo come “un bluff assoluto”, così come apostrofato da Vittorio Feltri sulle pagine de “Il Giornale”, in modo sicuramente troppo severo rispetto alla realtà.

E’ stato sicuramente un grande amante; amante della vita, delle donne e dello sport e probabilmente meno portato a rivestire cariche di controllo dirigenziale di quanto la tradizione vorrebbe far sembrare, ma occorre ammettere che, per chi conosce la sua storia personale,  ha conseguito ogni fallimento e ogni successo sempre nello stesso modo: mentenendo uno stile inconfondibile e un’educazione che forse oggi in Italia non c’è più, neanche tra chi, a prescindere da quanto scritto nelle righe precedenti, da Agnelli dovrebbe solo imparare.

Alla fine, a distanza di dieci anni, se ne parla ancora, nel bene o nel male, essendo tutti coscienti che un po’ manca al panorama italiano una figura come l’Avvocato; magari, fosse ancora in vita, oggi, invece che essere interessati all’arresto di Corona, saremmo più attenti alla sua ennesima frase su Del Piero.

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Edoardo Moschini

Nasce a Torino il 24/04/1985, e scopre fin da subito una passione per le materie umanistiche. Dopo essersi diplomato nel 2004 al Liceo Classico Gioberti di Torino si iscrive, sempre nel capoluogo sabaudo, alla facoltà di Giurisprudenza conclusa nel 2010 con una tesi di diritto penale sportivo sul doping. Nel 2010 si trasferisce a Roma, dove vive tutt'ora, per frequentare la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali presso la LUISS Guido Carli, portata a termine nel 2012. Ha collaborato nel 2012 con l'Ufficio GIP del Tribunale di Roma.
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