Il giallo Al–Baghdadi, il potere di un tweet e la minaccia ISIS

14/11/2014 di Stefano Sarsale

Smentita la morte del "califfo" di ISIS, intanto la rete dello Stato Islamico si allarga: Ansar Beit al Maqdis annuncia un'alleanza. Iran e Iraq pronti ad intervenire via terra?

La morte smentita: Sono state smentite le notizie riguardanti la presunta uccisione del ‘califfo’ dello Stato Islamico (IS) Abu Bakr al Baghdadi. Negli scorsi giorni è infatti circolato un tweet, rivelatosi essere un falso, il quale annunciava la sua morte avvenuta a seguito di un raid aereo.  Il Ministro dell’Interno iracheno ha dichiarato che il leader sarebbe rimasto solamente ferito mentre dal Libano arriva la conferma che ad aver perso la vita nel suddetto raid sia stato il braccio destro del califfo, Abu Muslim Turkmen. Fonti irachene hanno poi confermato che nel corso della stessa giornata ha perso la vita anche un altro dei “dirigenti” del IS, Abu Huthaifa al Yamani, rimasto ucciso nel corso di un bombardamento nella città di Falluja. L’emittente televisiva al Arabiya ha reso pubblica la notizia dell’uccisione di un altro importante collaboratore  di al Baghdadi, Auf Abdulrahman al Afri – conosciuto con il nome di Abu Saha – a seguito del raid compiuto venerdì scorso da aerei Usa contro la cittadina di Qaim, sulla frontiera irachena-siriana. A seguito del ferimento, al Baghdadi sarebbe stato trasferito in Siria, in una zona sicura per le milizie dell’IS, per essere sottoposto a cure mediche.

Incerta la dinamica dei fatti: Resta ancora incerta la dinamica con la quale si sono susseguiti gli eventi, dal momento che sia Americani che Iracheni rivendicano il successo dell’operazione. Secondo fonti irachene il leader è stato attaccato in un ex edificio scolastico nella località di Saada, durante quello che si presumeva essere un incontro tra IS e i rappresentati di un altro gruppo terrorista che intendeva stringere un alleanza. Durante l’attacco si presume abbiano perso la vita o siano rimasti feriti circa 40 miliziani. Secondo il comando statunitense per le operazioni in Medio Oriente – Centcom – che ha parlato tramite il Colonnello Partick Ryder, il leader dell’IS non era presente durante l’attacco e non è stato possibile accertare che egli si trovasse realmente nel luogo dell’attacco avvenuto vicino alla città di Mosul, la quale rappresenta oggi il centro del califfato jihadista dopo l’avvenuta conquista durante il giugno scorso, che ha permesso al movimento di prendere sotto il proprio controllo una notevole porzione di territorio compresa fra Iraq e Siria.

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Il logo di Ansar Bait al-Maqdis

L’alleanza con Ansar:  Gli islamisti egiziani di Ansar Beit al Maqdis, che ricordiamo avevano già stretto un’ alleanza con al-Qaeda, hanno fatto sapere tramite un messaggio registrato e pubblicato su twitter il 10 novembre, di aver giurato fedeltà allo Stato Islamico – “Annunciamo di giurare fedeltà al ‘califfo’  Ibrahim Ibn Awad, di ascoltarlo e obbedirgli”. Questa alleanza non è da sottovalutare, dal momento che il gruppo terrorista Ansar si è già distinto in passato per la campagna di violenza messa in atto nel Sinai, scatenando costantemente conflitti a fuoco nella penisola, causando moltissime vittime tra le forze di sicurezza egiziane. La notizia non ha tuttavia suscitato clamore dal momento che già in passato il gruppo si era impegnato, anche se non formalmente, a supportare il ‘califfo’. Per questo motivo il portavoce  del Ministro dell’Interno ha fatto sapere dal Cairo che l’ufficializzazione dell’alleanza non ha cambiato i piani del governo per la lotta contro il terrorismo nell’area.

Dagli USA: Prende posizione sulla vicenda anche la Casa Bianca. Il presidente Obama ha sottolineato la necessità – tramite un’intervista rilasciata alla CBS – di impiegare forze di terra irachene per dare il colpo decisivo all’IS. In particolare, ha fatto riferimento al come i raid aerei siano stati oltremodo efficaci per rallentare l’avanzata dei miliziani, ma non rappresentano una soluzione duratura e definitiva al problema. La presa di posizione è senz’altro in linea con le richieste provenienti dal comando militare americano che si occupa delle operazioni nello spazio aereo iracheno.

La disponibilità iraniana: Appoggio all’offensiva contro l’avanzata dello Stato Islamico proviene infine anche da Teheran, che si è dichiarata disponibile ad intervenire contro le forze dell’IS. La notizia è stata diffusa dal vicepresidente Eshaq Jahangiri, dopo l’incontro avvenuto con l’ex Presidente Nuri al-maliki, tramite i media della capitale. È opportuno ricordare come l’Iran sia già stato protagonista nella vicenda fornendo armi e consiglieri militari ai curdi iracheni anche se fino a questo momento era stato riluttante all’idea di impiegare le proprie forze armate sul campo. A tal proposito è stata recentemente diffusa una foto di Qaddem Suleimani, capo del Quds (reparto speciale dei padaran – responsabili per le operazioni all’estero) impiegato sul campo al fianco dei pashmerga.

Un quadro complicato: Senza ombra di dubbio lo Stato Islamico sta suscitando sempre più preoccupazione nella comunità internazionale. Due elementi hanno costituito, per il Califfatto, un notevole vantaggio . Il primo è la fragilità dello stato iracheno e delle sue forze di sicurezza, incapaci di mantenere il controllo del territorio. Il secondo è rappresentato dalla guerra siriana, che ha favorito e reso del tutto incontrollabile il traffico di armi provenienti dal Nord Africa (Libia in particolare).

In questo modo i miliziani dello Stato Islamico si sono trovati nella situazione di avere a loro disposizione armi, senza nessuno che avesse materialmente la forza di contrastarli sul campo. La decisione, oltremodo tardiva, di intervenire con droni e raid aerei è stata solo, come sottolineato in precedenza, un ‘prendere tempo’ e sarà del tutto inutile senza un intervento via terra.

Dall’analisi della situazione attuale emergono tuttavia due aspetti importanti. Anzitutto la differente politica estera statunitense: se confrontata con l’epoca della presidenza Bush post 11 settembre, dove la parola chiave era ‘andare ovunque la situazione lo richiedesse’ in modo da contrastare la diffusione del terrorismo internazionale di matrice islamica, dalla politica estera del Presidente Obama si evince che dopo il ritiro dall’Afghanistan la Casa Bianca non ha nessuna intenzione di impantanarsi in un’altra situazione che potrebbe costare la vita ad ulteriori migliaia di soldati americani. Il secondo aspetto concerne invece l’affermarsi dellIran. Il Paese gode di ottima stabilità, l’era post-Ahmadinejad e il cambio di atteggiamento internazionale sono valsi a ridurre in parte gli elementi di crisi, l’ apparato militare – specialmente se confrontato con gli altri dell’area – è efficiente. Non dimentichiamo, quindi, come l’IS, costituito da estremisti sunniti, non viene certo visto di buon occhio dagli sciiti di Teheran.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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