Giacomo Casanova – Il libertino avventuriero

04/07/2015 di Silvia Mangano

Nessun personaggio del Settecento è, forse, tanto noto e popolare quanto Giacomo Casanova: la sua fama di seduttore è leggendaria, ma fu anche avventuriero, uomo di cultura e musicista

 

Il Casanova nacque a Venezia nel 1725 dall’attrice Giovanna Farussi che, costretta dalla sua professione a continui viaggi, lasciò il piccolo alle cure della nonna. Sul padre si è fin troppo speculato: secondo lo stesso Giacomo i Casanova sarebbero discesi da una famiglia nobile d’epoca aragonese, ma l’anagrafica lo vuole semplicemente figlio di Gaetano, un umile attore di umilissime origini. Tuttavia gli storici hanno ipotizzato che potesse essere figlio illegittimo del nobile Michiel Grimani, solo così si spiegherebbe infatti il precoce fascino che il sangue blu suscitò nel Casanova. Una cosa è certa, la nobiltà fu la Dafne che sempre volle ma che non riuscì mai a possedere: il mondo dell’aristocrazia, a cui avrebbe voluto appartenere, gli fu precluso poiché, pur riuscendo a librarsi come una falena attorno a quella lanterna, nella società dell’epoca vigevano limiti che per lui sarebbero sempre stati invalicabili. Gliene derivò un acre sentimento di inferiorità che, per quanto fosse accuratamente occultato, non lo abbandonò mai per tutta la vita.

Uomo colto e dall’intelligenza brillante, fu costretto a studiare per diventare sacerdote (allora era considerata la via più sicura, per un giovane dotato ma di origine plebea per farsi strada nella società), ma la farsa durò ben poco. L’ambizione e l’amore per le donne – oltre alla scandalosa facilità con cui riusciva a mettersi nei guai – lo costrinsero a rinunciare al riscatto sociale che la carriera ecclesiastica avrebbe potuto offrirgli.

Per tutti gli anni della sua giovinezza si barcamenò tra benefattori e truffe, l’unica regola di comportamento era per lui quella di “essere un camaleonte, un Proteo, un Tartufo, un commediante impenetrabile, agire bassamente, fingere tutto, apparire freddo”. Grazie alle sue doti di “onesto furfante” (onesto perché fu sempre nelle intenzioni di Casanova proteggere i suoi truffati da ciurmadori ben peggiori di lui, risolvendosi quindi che la sua disonestà fosse per loro il male minore) si spacciò per mago, taumaturgo, procacciatore di reliquie inestimabili – riuscì a vendere a un certo Capitani il fodero del coltello con quale s. Pietro aveva tagliato l’orecchio a Malco.

Clamorosa fu, in questo senso, la truffa ordita nei confronti di una sua amante, la marchesa Jeanne d’Urfè. La d’Urfè – di vent’anni più vecchia – era così affascinata dalle scienze occulte che credette senza difficoltà alle virtù cabalistiche e alle capacità magiche convenientemente esibite da Casanova per ingraziarsi la nobildonna. Dopo essere stata persuasa che il veneziano possedesse la pietra filosofale, gli chiese di utilizzare le sue doti occulte per trasferire la sua anima nel corpo di una ragazza in modo da poter riacquistare la giovinezza. Casanova, ebbro di superbia, accettò e, con la complicità di un’altra sua amante, più giovane e bella, protrasse lo scherzo per oltre due anni, campando intanto di rendita. La fertile immaginazione e la sconfinata impudenza del nostro dovettero arrestarsi di fronte alle denunce dei nipoti della marchesa, che gli interdirono l’ingresso in terra francese per il resto della vita.

Sul rapporto del Casanova con il gentil sesso si è molto parlato: descritto come un grande amatore (soprattutto da se stesso nelle scritture autobiografiche) viene associato spesso a don Giovanni. Tuttavia, il raffronto è abusato ed erroneo: il veneziano nulla ha mai avuto del crudele e cinico personaggio mosso solo dall’orgoglio qual è don Giovanni. Il comportamento di Casanova fu certamente quello di un libertino, ma non venne meno a quel codice  cavalleresco che impedì alle donne da lui conquistate di serbargli rancore.

Tra gli uomini godeva di un certo credito e, grazie ai rapporti che la sua popolarità gli garantiva con gran parte della nobiltà, fu ammesso nelle prestigiose corti europee: scacciato o costretto a fuggire per evitare di essere messo in prigione non rimase mai nello stesso luogo per molto tempo. Così descrisse la propria esistenza raminga: “non avendo mai avuto una meta fissa, il solo sistema al quale io potei ricorrere, se sistema è, fu di lasciarmi andare dove mi spingeva il vento”.

Ma in prigione, almeno una volta, finì sul serio. Nel 1755, venne rinchiuso nel carcere di Piombi e, credendo di essere condannato all’ergastolo (in realtà la pena ammontava a cinque anni di carcere), dopo quindici mesi di reclusione si destreggiò in una rocambolesca fuga di cui ci ha lasciato un resoconto nella Histoire de ma fuite (1788). La leggenda di avventuriero si tinge ancor più di mistero se aggiungiamo al già detto anche l’ingresso nella Massoneria e nella società segreta dei Rosacroce: è probabile che Casanova non credesse assolutamente nell’occultismo, ma che sfruttasse l’interesse di molti nobili nella magia per garantirsi un discreto sostentamento e l’ingresso nei circoli più esclusivi.

Ma se la prima fase della sua vita, quella della giovinezza, fu vissuta all’insegna dell’amore e dell’avventura, quella della maturità lo vide impegnato nella saggistica: il Casanova maturo scrisse Confutazione della storia del Governo Veneto d’Amelot de la Houssaie, l’Histoire du gouvernement de Venise e altre opere di scarso valore letterario. Da personalità egocentrica qual era, si cimentò nella scrittura soprattutto per ambizione: “voglio che il pubblico sappia che quell’io che fè tanto parlar l’Europa per imbrogli, fughe, e duelli, si meschia anche di scrivere”.

Caduto in disgrazia, dopo essere stato bandito dalla maggior parte delle nazioni, si reinventò come violinista e successivamente come impresario teatrale, ma ebbe vita breve.  Per sopravvivere accettò a malincuore l’incarico di bibliotecario presso il castello del conte Giuseppe Carlo di Waldstein in Boemia. Confinato lì, in un’esistenza che donava solo noia, al tramonto del Settecento (e della sua vita) gli giunse l’eco rivoluzionario che violento si levava dalla Francia e si preparava a invadere l’intera Europa. Nonostante la condotta di vita a dir poco sopra le righe, Casanova condannò radicalmente i principi rivoluzionari che avevano ghigliottinato quel mondo che tanto aveva amato. Ancor più affranto per la caduta della Serenissima, la sua patria, si spense nel 1798.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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