Giachetti mette a nudo la minoranza “bolscevica”

12/10/2016 di Edoardo O. Canavese

L’intervento di Giachetti alla direzione del Pd rivela la strategia del gruppo dalemiano che, dopo essersi impegnato per lo stravolgimento dell’Italicum, invoca nuove revisioni. Pena il NO al referendum. L’obiettivo? Il logorio del segretario e la riconquista della leadership.

“Fino a quando, minoranza, abuserai della nostra pazienza?” L’invettiva, parafrasando il Cicerone delle Catilinarie, viene da Roberto Giachetti, uno poco abituato alla diplomazia. Lo sfogo dell’ex candidato sindaco è arrivato a margine del tentato armistizio di Renzi, affinché la sempre più forte propensione dei dalemiani al “no” fosse scongiurata. Alla promessa del premier, condita da una crescente insofferenza, che la legge elettorale fosse oggetto di nuove trattative con la minoranza, tuttavia era seguito l’intervento di Roberto Speranza, che aveva giudicato l’apertura “non sufficiente” e ha rievocato la probabilità del no – suo e della minoranza – al referendum costituzionale. Troppo per Giachetti, sconcertato dalla capacità di quest’ultima e dall’impotenza della segreteria di mettere il punto su qualsiasi decisione presa, già frutto di estenuanti compromessi. La lezione di democrazia interna di Giachetti ha smascherato l’opposizione squisitamente partitica consolidatasi nella fronda dalemiana.

L’intervento di Giachetti mette a nudo i vizi di una minoranza che di politico ha ben poco. La dissidenza cui si rivolge è raccolta intorno alla strategia di logoramento di Renzi e della sua iniziativa governativa, attraverso il manifesto rifiuto di decisioni che siano ovvio frutto di compromesso, interno al Parlamento ma soprattutto al Pd. Tale strategia nasce e si sviluppa all’ombra della mai digerita ascesa di Renzi a segretario del partito, dopo che la leadership di Bersani aveva riportato alla testa del Pd la classe dirigente ex diessina. E in effetti i principali animatori della minoranza sono ex diessini: Cuperlo, Bersani, Speranza, accumunati da un passato politico che li ha abituati a guidare il partito, non accompagnarlo. La precipua attenzione del gruppo di attuale minoranza per il controllo del Pd si evince, nell’analisi di Giachetti, dall’eterno rilancio su modifiche della legge elettorale – stravolta dalle concessioni “pacificatrici” di Renzi – al cui soddisfacimento fanno eco nuovi mal di pancia. “Diteci quando finisce questa storia e potremo avere la posizione del Pd” è la supplica laconica che Giachetti rivolge alla minoranza.

Quella domanda retorica, “Quando finisce?”, è il grido di allarme che Giachetti lancia al suo segretario. In aperta polemica con la sua eccessiva indulgenza nei confronti delle pressioni della minoranza, scopre l’esclusivo obiettivo dei dalemiani, la riconquista del comando; allora finirà, sottintende Giachetti. La condotta sulla legge elettorale della minoranza riassume l’incapacità quando non il rifiuto della sinistra a dialogare al suo interno e a sforzarsi di trovare una sintesi. Nonostante le modifiche, nonostante i tentativi di soddisfare le richieste dell’opposizione interna, in luogo di un naturale accordo con altre forze parlamentari, l’Italicum diviene pretesto per opporsi al referendum costituzionale e per rafforzare quella via extrapartitica che può ribaltare il Pd a vantaggio degli antirenziani. Se così accadesse la minoranza dalemiana si ascriverebbe un successo particolare e “egoistico”, ottenuto all’ombra di un trionfo di destra e populisti, in ascesa verso responsabilità di governo.

Giachetti nasconde a fatica la rabbia per un’opposizione all’Italicum che piuttosto dovrebbe rivendicare lui stesso. Per come la legge elettorale si è evoluta infatti, venendo incontro alle richieste dell’opposizione interna, si è decisamente allontanata dall’ideale del deputato romano. Tuttavia lui, che per la modifica del Porcellum affrontò lo sciopero della fame, si arrende al compromesso, e reclama che questo atteggiamento sia seguito da quanti si dicano minoranza. Non si tratta di ingenuo candore, ma di una considerazione del ruolo della minoranza all’interno di un partito: non organo di protesta, ma di proposta e di stimolo per una sintesi. Un ruolo che, se non fosse per la subdola missione antirenziana, i dalemiani avrebbero pure incarnato, favorendo le modifiche ad una legge elettorale molto diversa da quella partorita dal patto del Nazareno. Nell’ex radicale trapela lo smarrimento nei confronti di una comunità politica, quella del maggior partito della sinistra, decisamente più propensa al comando dell’opposizione piuttosto che alla proposta di governo in chiave riformistica.

L’atteggiamento che anima il gruppo degli ex diessini viene da lontano. Affonda le proprie radici nel Pci, che non rinunciò mai ad una leadership “vitalizia” (il segretario decadeva solo con la morte o per limiti fisici) e ad un ruolo di opposizione. Dalla seconda metà degli anni ’70 si affacciò la possibilità di una comunione d’intenti col Psi, ma l’insofferenza verso Craxi e la preferenza per una politica di sostegno esterno al centrismo d’emergenza andreottiano convinsero Berlinguer a rinunciare ad assunzioni di responsabilità governative “di sinistra”. Fu storia la solidarietà tra Dc e comunisti negli anni di piombo, preferita da questi al dialogo coi socialisti. Come allora, gli eredi della lezione comunista sembrano favorire il controllo del partito (e magari il sostegno esterno – o minoritario – a governi moderati come quello Monti) a politiche che portino la firma del proprio movimento, per di più siglata in calce da un leader estraneo alla propria tradizione partitica. La concezione letteralmente bolscevica di minoranza, cioè finalizzata esclusivamente alla presa del potere, sembra destinata, qualora il potere renziano sia effettivamente logorato e sconfitto, al ripristino della leadership filo-dalemiana (se non animata dall’ex premier in prima linea) e al confinamento del Pd nel duraturo controllo dell’opposizione.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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