Gherardo Segarelli, l’eretico di Parma

24/05/2014 di Davide Del Gusto

Gherardo Segarelli

Secondo il canone 747 del codice di diritto canonico (1983), un’eresia è «l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa». Nel pieno Medioevo, però, gli eretici non ebbero sempre come obiettivo la condanna della Chiesa e la separazione da essa: in alcune occasioni essi tentarono piuttosto di riformare la religione e riportarla alla purezza dei primi secoli.

A ciò va aggiunto che, nella seconda metà del XIII secolo, in un mondo totalmente diverso da quello dei primi momenti della vita cristiana, ripresero a dilagare e ad attirare nuova attenzione le concezioni sulla salvezza elaborate dal religioso calabrese Gioacchino da Fiore. Alla fine del secolo precedente, questi aveva infatti concepito la storia come la successione di tre grandi epoche, tante quante le persone della Trinità: l’Età del Padre, corrispondente all’Antico Testamento; l’Età del Figlio, iniziata con la nascita di Cristo e prossima a terminare; l’Età dello Spirito Santo, che avrebbe portato gli uomini a uno stato di grazia tale da conoscere la divinità e che sarebbe iniziata nel 1260.

Gioacchino da Fiore
Gioacchino da Fiore

Queste idee vennero molto apprezzate nel corso dei decenni fino all’inizio del XIV secolo, in particolare nell’area più rigorista dei francescani, gli spirituali, che si identificarono come gli effettivi predicatori della terza Età, riunendosi specialmente attorno a due personaggi carismatici: il teologo fiorentino Pietro di Giovanni Olivi e il suo allievo Ubertino da Casale. Per questi intellettuali il punto centrale della predicazione fu l’accesa speranza nella purificazione della Chiesa del loro tempo (suffragata dall’effimero pontificato di Celestino V), coniugandovi le attese apocalittiche ed entrando in pieno contrasto con l’autorità papale: Bonifacio VIII e Benedetto XI, nell’Arbor vitae crucifixae Iesu (1305), vennero identificati da Ubertino come le bestie dell’Apocalisse.

Mentre si dibatteva animosamente e si diffondeva un nuovo modo di vivere la spiritualità popolare, dalla Pianura Padana emerse una nuova corrente di pensiero, decisamente più eterodossa. Parma, nella seconda metà del XIII secolo, come molti altri comuni lombardi, stava ancora vivendo un periodo di prosperità economica, culturale e spirituale, e proprio in questo contesto vennero a conoscersi due personaggi particolari e i loro rispettivi modi di vedere il mondo.

Nel 1260, l’anno che avrebbe dovuto dare inizio all’Età dello Spirito Santo, nel vortice delle attese apocalittiche, un gran numero di persone iniziò ad affollare le strade delle città flagellandosi in segno di penitenza, cercando così di colpire la sensibilità della popolazione e di convincerla ad espiare i peccati, nell’attesa di un mondo nuovo. In questo contesto, incominciò a predicare nelle campagne parmensi Gherardo Segarelli, il quale fondò un proprio movimento spirituale, gli Apostolici, rifacendosi a uno stile di vita il più possibile vicino a quello della prima comunità cristiana, nell’ottica dell’escatologia gioachimita. Essi non si dettero mai una regola e non si organizzarono gerarchicamente, pur riconoscendo al fondatore un ruolo chiave nella comunità. Nei primi anni della loro opera di predicazione, furono ben accolti dalla comunità di Parma: Gherardo venne visto con simpatia dal vescovo, Obizzo Sanvitali, e negli stessi Statuti cittadini del 1266 si stabilì che gli Apostolici potessero ricevere il medesimo sostentamento economico degli altri ordini mendicanti, francescani in primis.

E proprio dalla Cronaca di un francescano sui generis, Salimbene de Adam, parmense e acceso oppositore di Gherardo, possiamo trarre le notizie più interessanti sugli Apostolici. Le parole di questo frate, decisamente faziose, furono tutt’altro che benevole, ed essi vennero visti come una enorme minaccia per l’autorità e la popolarità dell’Ordine francescano, timore giustificato anche dal fatto che, almeno a Parma, essi ricevessero più attenzione e offerte dal popolo rispetto ai francescani. Gherardo, insomma, venne caratterizzato da Salimbene come una sorta di giullare, decisamente non all’altezza della predicazione e la stessa sua “vocazione” venne presentata come il desiderio di uno stultus: «Mentre ero a Parma, nel convento dei frati minori, come sacerdote e predicatore, si presentò un giovane, nativo di Parma, di umili origini, illetterato, sciocco e ignorante, che si chiamava Gherardino Segalelli, e chiese di essere accolto nell’ordine dei frati minori. Non essendo stato esaudito, finché gli fu possibile s’intratteneva tutto il giorno in meditazione nella chiesa; e qui gli maturò l’idea di fare di propria iniziativa ciò che inutilmente chiedeva ai frati. Siccome sopra il coperchio della lampada della fratellanza del beato Francesco erano dipinti tutt’intorno gli apostoli con i sandali ai piedi, avvolti in mantelli sulle spalle, egli rimaneva a lungo a contemplarli e di qui prese la sua decisione. Si lasciò crescere barba e capelli, prese i sandali e il bordone dei frati minori, perché tutti coloro che si propongono di creare una nuova congregazione rubano sempre qualcosa all’ordine francescano. Poi si fece fare una tunica di tela ruvida e un mantello di filo molto grosso, che portava avvolto al collo e alle spalle, convinto così di imitare l’abito degli apostoli».

Papa Onorio IV
Papa Onorio IV

Ma ancor più dure e canzonatorie sono le parole spese da Salimbene per i seguaci di Gherardo: «Non sono utili a predicare, né a cantare l’ufficio ecclesiastico, né a celebrare le messe, né ad ascoltare le confessioni, né a insegnare nelle scuole, né a dare consigli, neppure a pregare per i benefattori, perché vagabondano tutto il giorno per le città guardando le donne. A che cosa servano alla Chiesa di Dio e di quale utilità siano al popolo cristiano non riesco a vedere». Evidentemente il motore pauperistico partito da San Francesco e rinnovato dal suo ordine non poteva avere nulla a che fare con questi porcari e custodi di vacche, un pulviscolo inconsistente di fannulloni. La cialtroneria di Gherardo e dei suoi accoliti si manifestava inoltre non solo nell’interpretazione errata della Bibbia, ma anche nella loro nulla conoscenza del latino: tra le tante manifestazioni carnevalesche della loro “predicazione”, Salimbene sottolineò la storpiatura della giusta dizione del “Penitentiam agite”, trasformato nel più caricaturale “Penitentiagite”.

Le mancanze e le ingenuità nella forma e nei contenuti della predicazione di Gherardo e dei suoi vennero fatalmente a scontrarsi con Roma: nel Concilio di Lione del 1274, in virtù delle decisioni già prese nel quarto Concilio Lateranense (1215), papa Gregorio X pose in condizione privilegiata i domenicani e i francescani e condannò, tra gli altri, anche gli Apostolici, colpevoli di aver distorto la sensibilità dei fedeli insinuando nella loro percezione l’idea di una santità apostolica totalmente falsa e di aver rifiutato ogni tipo di gerarchia. Infine, dopo la condanna definitiva da parte di Onorio IV nel 1286, a partire dall’anno successivo, essi iniziarono ad essere perseguitati, in virtù anche dell’immagine che Salimbene aveva lasciato di loro: nel 1294, a Parma, quattro apostolici vennero bruciati nella pubblica piazza come eretici. Anche Gherardo venne catturato ma fu liberato, forse per intercessione del vescovo. Quando però Obizzo Sanvitali venne spostato a Ravenna, il fondatore degli Apostolici perse ogni tipo di protezione: venne nuovamente fermato e condannato al rogo dall’inquisitore domenicano Manfredo da Parma. Era il 1300, l’anno del primo Giubileo.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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