Germanico Giulio Cesare, il manto del comando

03/07/2016 di Simone Simeoni

La storia dell'uomo e del generale, amatissimo dalla famiglia, venerato dal popolo, ma forse troppo pericoloso per Tiberio

Germanico Giulio Cesare

Lo scrittore Cormac McCarthy affermava, forse in modo cinico ma tristemente veritiero, che «la guerra c’è sempre stata. Prima che nascesse l’uomo la guerra lo aspettava. Il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza». Per quanto sia deprecabile, orribile, palesemente assurda, la guerra è sempre stata presente nella storia dell’uomo e l’uomo ne è stato il più fantasioso e raffinato interprete, fino a farne una vera e propria scienza, un perverso gioco con le sue regole da seguire, le sue mosse e le sue strategie. E nel corso della storia alcuni uomini più di altri sono stati in grado di interpretare quelle regole, di sviluppare nuove strategie, di immaginare nuove mosse. Il mondo antico è una miniera particolarmente ricca di questo tipo di uomini: grandi condottieri, strateghi illuminati, geniali generali prosperavano in quei tempi duri e violenti. In particolare fu Roma la più grande fucina di capi militari dell’antichità. Divenuta signora del mondo grazie ai propri eserciti e all’abilità dei propri generali, l’Urbe fu la culla di capi militari quali Scipione l’Africano, Lucio Emilio Paolo, Scipione l’Emiliano, Gaio Mario, Lucio Cornelio Silla, Gneo Pompeo Magno e, naturalmente, Gaio Giulio Cesare. Uomini e soldati straordinari, che vinsero battaglie fondamentali per Roma, guadagnando per essa intere regioni del mondo conosciuto. Proprio questa gloriosa tradizione impedì il tracollo anche nelle ore più oscure, dalla calata di Annibale alla guerra sociale, fino alle sanguinose guerre civili. Anche se lo sguardo dei generali era volto altrove, le armate di Roma non venivano sconfitte e i nemici dell’Urbe non riuscivano a prevalere: l’imperium non cadeva. E questa sfolgorante scuola di talenti bellici non si arrestò con il passaggio fondamentale dalla Repubblica al principato, non vennero meno i geni militari. Anzi, se possibile, il loro peso aumentò a dismisura. Perché se l’Impero era in pace, i suoi confini erano costantemente minacciati, sotto attacco.

Statua di Germanico
Statua di Germanico

Il primo imperatore di Roma, Augusto, aveva sin troppe qualità ma l’abilità militare non era certo una di queste. I suoi fallimentari tentativi giovanili avevano seriamente messo in pericolo la riuscita dei suoi piani, rischiando di stroncare sul nascere la sua ascesa al potere: non fosse stato per il suicidio di Bruto e Cassio, le forze comandate da Ottaviano avrebbero avuto la peggio a Farsalo. Cagionevole di salute, il figlio adottivo di Cesare non era certo portato alla dura vita militare, e anche i suoi più volenterosi tentativi (come le campagne in Illiria) si risolsero, nel migliore dei casi, in dubbi successi. Consapevole di questo limite, e abbastanza arguto da riconoscerlo, Augusto si circondò di collaboratori che con il campo di battaglia avevano una grande familiarità: Marco Antonio era stata la sua prima spalla nella lotta contro i Cesaricidi e, quando i due entrarono il conflitto, Ottaviano trovò in Marco Vipsanio Agrippa il suo generale. Fu Agrippa a vincere la battaglia di Azio, guadagnando al futuro Augusto l’Impero. Quando il suo genio militare si spense con lui, nel 12 a.C., Augusto ebbe bisogno di trovare non solo un nuovo erede (Agrippa era infatti il marito di sua figlia Giulia) ma anche un nuovo capo per le sue armate. Nell’ecatombe che sembrò colpire la sua gens, il princeps fu costretto a scegliere alcuni elementi dalla famiglia di sua moglie, Livia: in particolare il figlio di lei, Tiberio Claudio Nerone e suo nipote, Druso Claudio Nerone, che egli adottò nel 4 d.C. Ma se tra i due sarebbe stato il primo a diventare effettivamente il successore dell’illustre genitore adottivo, è di certo il secondo la figura più intrigante da conoscere.

Busto di Tiberio
Busto di Tiberio

Nato il 24 maggio del 15 a.C. ad Anzio, Druso Claudio Nerone era figlio di Druso maggiore e Antonia minore e come tale rampollo tanto della gens Claudia che della Giulia. In quello stesso anno suo padre e suo zio Tiberio completarono la conquista della provincia di Rezia, guadagnandosi la fiducia incondizionata di Augusto sul piano militare. Fu proprio grazie a questo straordinario successo che Druso ottenne, nel 13 a.C., il comando della grande campagna germanica, che partì l’anno successivo. Furono tre anni di massacri, nei quali il figlio di Livia riuscì a estendere il potere di Roma fino alle rive dell’Elba. Ma la vittoria finì per costargli la vita: caduto da cavallo durante la campagna, morì proprio in Germania, a Mogontiacum, nel 9 a.C. La morte di Druso ebbe una fortissima eco a Roma, dove era amatissimo, e sullo stesso princeps (che alcuni malignavano essere il suo padre biologico). Fu Tiberio a riportare il suo corpo nella capitale, dove venne cremato e tumulato nel Mausoleo di Augusto, mentre gli venivano tributati tutti gli onori possibili: egli venne acclamato imperator, e tutta la sua famiglia ricevette il diritto di portare l’attributo Germanicus. Tiberio lo sostituì come comandante in Germania, riuscendo a replicarne i successi, ma senza guadagnare quell’affetto che Augusto e Roma tutta avevano tributato a Druso. Ma nel 6 a.C., al colmo del successo, Tiberio scelse inspiegabilmente la via del volontario esilio dall’Urbe, lasciando sola la famiglia del suo defunto fratello. Antonia e i suoi figli attraversarono gravi difficoltà, mentre Augusto, assorbito dalle sue politiche familiari, innalzava Lucio e Gaio Cesare, i figli di Giulia e di Agrippa, agli onori più alti. La situazione della famiglia di Druso era ancor più aggravata dal fatto che Antonia, sinceramente addolorata per la morte del marito, aveva chiesto ad Augusto una speciale dispensa per evitare di dover contrarre seconde nozze. Ma la situazione stava per cambiare, in modo drammatico.

Busto di Caligola
Busto di Caligola

Nel 2 e nel 4 d.C. vennero a mancare Lucio e Gaio, e Augusto si trovò di nuovo nella condizione di dover scegliere degli eredi. Richiamato Tiberio dal suo esilio, il princeps lo adottò, costringendolo poi ad adottare il nipote Germanico, che prese così un nuovo nome: quello di Germanico Giulio Cesare. L’evento, celebrato il 26 giugno del 4 d.C. venne festeggiato con fasto abbacinante, e Augusto arrivò a effettuare un donativo esorbitante alle truppe, che si aggirava intorno al milione di sesterzi. In quello stesso 4 d.C. Germanico ebbe in moglie l’adolescente Agrippina maggiore, nipote di Augusto, per cementare ulteriormente la sua appartenenza alla nuova famiglia. La loro unione fu certamente un successo della politica augustea: Germanico avrebbe avuto nove figli da Agrippina, tra i quali Gaio Cesare (meglio noto con il soprannome Caligola) e la bellissima Livia Drusilla. Germanico era ormai un erede di Augusto, ma doveva fare esperienza sul campo e il princeps non perse l’occasione di mettere alla prova il suo valore. Nel 6 d.C. scoppiò la rivolta delle genti pannoniche, la repressione della quale Augusto affidò a Tiberio. Ma temendo che il figlio adottivo non potesse avere velocemente ragione dei rivoltosi, nel 7 d.C. il princeps gli affiancò Germanico, allora semplice questore. Ed egli fu positivo protagonista nella battaglia delle Paludi Volcee, una sofferta vittoria romana contro le armate pannoniche, e nella sottomissione della tribù dei Mazei. Il giovane figlio di Druso dette buona prova di sé anche negli anni seguenti, quando prese molte roccaforti in Dalmazia e Pannonia. Furono necessari tre anni di guerra, ma nel 9 d.C. la rivolta pannonica fu domata, e Germanico ricevette gli ornamenta triumphalia. Ma non ci fu tempo per gioire.

Nello stesso 9 d.C. Publio Quintilio Varo e le sue legioni vennero massacrati nella selva di Teutoburgo. All’improvviso una spaventosa voragine si apriva nello scacchiere difensivo dell’Impero, ed era necessario inviare immediatamente un generale che fosse in grado di mettere freno ai Germani. Così, nel 10 d.C., fu di nuovo Tiberio ad assumersi l’onere, portando con sé Germanico in qualità di legato. Le campagne germaniche furono coronate dal successo, anche se in misura molto minore rispetto a quanto Tiberio, o lo stesso Augusto si sarebbero auspicati: la ferita di Teutoburgo era troppo profonda e i territori perduti erano praticamente irrecuperabili. Nonostante l’accorta opera di consolidamento messa in atto da Roma, la zona che andava dal Reno all’Elba era ormai perduta, la Germania, un sogno irraggiungibile, che si poteva sperare di contenere, ma non di conquistare. Germanico dovette rendersene conto in quegli anni passati al nord con Tiberio. Nel 12 d.C. Augusto lo convocò a Roma e lo investì del consolato, affidandogli poi il comando delle truppe del Reno. Fu uno degli ultimi atti del grande princeps, che sarebbe morto nel 14 d.C., lasciando il potere a Tiberio.

Proprio nel 14 d.C. le truppe romane del confine reno-danubiano erano infiammate da una rivolta, che dalla sempre irrequieta Pannonia si era estesa a macchia d’olio fin alla Germania. Con i comandanti incapaci di sedare in qualsiasi modo gli animi, fu Germanico a prendere in mano la situazione, arrivando al confronto diretto con i soldati rivoltosi. Fu tanto generoso con l’esercito, accogliendo le lagnanze delle truppe e riformandone la struttura, che i soldati gli garantirono la loro fedeltà, in caso avesse deciso di prendere il potere sullo stato romano. Ma Germanico, affezionato al padre adottivo Tiberio, rifiutò. Nel 15 d.C. avviò una serie di operazioni militari in Germania, durante le quali ritrovò i resti delle legioni di Varo nella selva di Teutoburgo, recuperandone le insegne, ma rischiò di subire anche lui una sconfitta ad opera di Arminio. Scongiurato questo pericolo, nel 16 d.C., Germanico condusse le sue armate in Germania per via fluviale, schiacciando e umiliando Arminio prima nella battaglia di Idistaviso, poi in quella del Vallo Angivariano. Ma questi successi non furono abbastanza per Tiberio, che decise di abbandonare ogni ulteriore piano di riconquista della Germania, richiamando il figlio adottivo a Roma.

Agrippina
Busto di Agrippina

Tornato nella capitale, dove nel 17 d.C. celebrò il trionfo per i successi sul fronte renano, Germanico era all’apice della popolarità. Amato dal popolo quanto e forse più di quanto lo era stato suo padre Druso, cominciò a costituire un serio pericolo per Tiberio, che decise di allontanarlo il più possibile dal centro nevralgico del potere. La morte, nel 18 d.C., dei re vassalli di Cappadocia, Commagene e Cilicia diede al nuovo princeps il pretesto ideale per inviare il figlio adottivo in Oriente per gestire l’instabilità politica che si sarebbe creata. Ad affiancarlo venne scelto un uomo di sua fiducia, Gneo Calpurnio Pisone, rigido e inflessibile governatore della provincia di Siria. Quello che l’imperatore temeva era che Germanico, forte dei suoi successi, decidesse di emulare Alessandro Magno scatenando una guerra contro i Parti. Ma al contrario, il figlio di Druso si dimostrò anche arguto e abile diplomatico, sistemando mirabilmente le regioni problematiche: incoronò un re d’Armenia filoromano, ma gradito ai Parti; costituì in provincia la Cappadocia; annesse la Cilicia alla Siria. Avviò poi negoziati per rinnovare i trattati in essere con i popoli confinanti e stabilì un presidio militare sulle sponde dell’Eufrate. Ma Pisone decise di non ratificare gli accordi raggiunti da Germanico, entrando così fortemente in conflitto con il giovane ed essendo costretto a tornare a Roma. Era il 19 d.C. e con l’inverno che si approssimava Germanico stava progettando di ritirarsi in Egitto con la moglie Agrippina, che lo aveva seguito fedelmente. Subito dopo la partenza di Pisone però, cadde ammalato ad Antiochia. A nulla valsero le cure dei medici e della moglie: dopo atroci sofferenze Germanico si spense il 10 ottobre del 19 d.C., confessando ad Agrippina il serpeggiante sospetto di essere stato avvelenato da Pisone. Tale pensiero si diffuse a Roma, fino a coinvolgere lo stesso Tiberio. L’imperatore non fece che aumentare i sospetti e le voci quando non partecipò alla cerimonia di tumulazione delle ceneri di Germanico nel Mausoleo di Augusto e per l’insolita ignavia del discorso che tenne durante il processo intentato contro Pisone. Nessuno riuscì mai a dimostrare effettivamente l’avvelenamento di Germanico, ma al governatore di Siria vennero contestati tanti reati che decise infine di suicidarsi.

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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