Genocidio armeno: l’Europarlamento condanna, Ankara attacca

16/04/2015 di Michele Pentorieri

Le parole del Papa di pochi giorni fa, ribadite ieri anche dal Parlamento Europeo, continuano a non andare giù alla Turchia, testimoniando ancora una volta quanto la materia sia considerata un tabù. Riconoscere il genocidio significherebbe infatti screditare i padri della patria; e allora Ankara punta ad un inasprimento dei toni

Erdogan, Turchia

Ricordare l’immane e folle genocidio armeno come atto doveroso affinché non si perda la memoria di quello che fu il primo sterminio di massa del XX secolo. Queste, in sostanza, le oramai note parole pronunciate domenica da Papa Francesco, che hanno sollevato un polverone diplomatico, scatenando l’ira turca. Nonostante le veementi reazioni, quello armeno non è stato l’unico genocidio citato da Bergoglio, che ha ricordato anche la barbarie nazista e quella stalinista, oltre a massacri spesso assurdamente considerati “minori”, come quello in Ruanda, in Bosnia ed in Cambogia. Il governo turco ha immediatamente convocato il nunzio apostolico, monsignor Antonio Lucibello, per esprimere tutto il proprio disappunto. Non solo: nel pomeriggio è stato addirittura richiamato l’ambasciatore turco presso la Santa Sede per consultazioni. Le dichiarazioni diffuse in seguito dal Ministero degli Esteri Turco affermano che le parole del papa sono “lontane dalla realtà storica” e tradiscono un uso politico degli avvenimenti. Dura è anche la posizione di Erdoğan, che ha condannato senza mezzi termini il discorso papale,  avvertendo Bergoglio di non ripetere il medesimo errore.

E così, tra le condanne internazionali intercorse negli scorsi giorni – gli Stati Uniti hanno subito fatto eco alle parole del Papa – Erdogan, ieri, parlando prima della partenza per una missione diplomatica in Kazakistan, ha sottolineato come in Turchia vi siano circa 100 mila immigrati armeni, privi della cittadinanza, da sempre trattati “generosamente” dal governo di Ankara che, invece, “avrebbe il diritto di espellerli”. Una dichiarazione che, a qualcuno, è sembrata contenere una velata minaccia.

Sempre mercoledì, intanto, anche l’Europarlamento ha ribadito il concetto, votando una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni, nella quale viene sottolineato che il Parlamento “si unisce alla commemorazione del centenario del genocidio armeno in uno spirito di fratellanza europea, solidarietà e giustizia”, “accoglie con favore il riconoscimento del genocidio armeno da parte di un numero crescente di Stati membri dell’UE” e “ribadisce il suo invito alla Turchia a riconoscere il genocidio armeno”. Mozione prontamente respinta al mittente dalla Turchia.

Ankara non ha la minima intenzione di riconoscere quanto accaduto, pena la perdita di quell’aura di rettitudine e moralità su cui i padri della patria possono ancora contare nel Paese. Infatti, uno dei motivi è che il genocidio è stato perpetrato da quelli che, di fatto, la Turchia l’hanno fondata.  Fino a poco tempo fa, era di fatto impossibile parlare di questione armena, si rischiava addirittura la prigione. Da qualche anno, tuttavia, la situazione è leggermente cambiata e lo stesso governo turco si è deciso almeno a parlare, quantomeno, di “avvenimenti dolorosi”.

Partiamo dal principio: alla fine del XIX secolo la popolazione armena presente nell’Impero Ottomano protesta per il regime discriminatorio al quale il Governo centrale li sottopone. Nonostante il Trattato di Berlino del 1878 accordasse loro maggiori diritti, infatti, la condizione degli armeni era di grande disagio. La situazione precipita tra il 1894 ed il 1896: gli armeni protestano per il regime di tassazione al quale sono sottoposti e Abdul-Hamid II, ultimo Sultano Ottomano, scatena una violenta repressione nei loro confronti. Tra 100.000 e 300.000 armeni vengono uccisi in quella che da molti verrà poi visto come una sorta di premonizione del Metz Yeghern –il Grande Male– che colpirà la stessa popolazione vent’anni dopo. Nel frattempo, la Turchia è attraversata da profondi cambiamenti: il Sultano è deposto dai Giovani Turchi (1909), mentre l’Impero continua a perdere i suoi pezzi. Il “Grande Malato d’Europa” entra in guerra nel 1914, ma viene sconfitto più volte dalla Russia zarista. Il sentimento anti-armeno continua a crescere, alimentato dalla vicinanza militare e ideologica tra armeni e Russia. Nella primavera del 1915 il Comitato per l’Unità ed il Progresso – partito di governo figlio del movimento dei Giovani Turchi – fiuta l’opportunità di cancellare in maniera quasi definitiva l’etnia armena dal suolo dell’Impero, grazie anche all’immobilismo della comunità internazionale concentrata sul conflitto mondiale in atto.

A partire dal 24 Aprile 1915 – oggi commemorato come l’inizio del genocidio – leader, intellettuali, artisti e uomini d’affari armeni furono massacrati. Costretti da forze speciali create ad hoc, molti furono anche i deportati e lo stesso Atatürk ordinò di espellere gli Armeni rimasti in Cilicia. Entro il 1923 circa un milione e mezzo di armeni – più della metà della popolazione residente nei territori storici – era stato ucciso.

Nel 1985 la sottocommissione dei diritti umani dell’ONU riconobbe il genocidio armeno, passo compiuto due anni dopo anche dal Parlamento Europeo. Dal Novembre 2000, grazie ad una risoluzione votata dalla Camera, anche il nostro Paese riconosce che quello perpetrato ai danni della popolazione armena si configura effettivamente come genocidio.

Il principale motivo di imbarazzo per la Turchia contemporanea è che molti degli uomini di potere che avallarono e promossero le deportazioni e i massacri confluirono nelle fila dei partigiani di Atatürk. Ma oltre ad avere un’enorme carica storica e simbolica, la questione ha anche connotazioni religiose. Ankara, infatti, attribuisce al dibattito sul genocidio un improprio carattere religioso. Avviato su binari sempre più vicini all’Islam, il Governo turco vede nelle parole del Papa un attacco della cristianità – anche gli armeni sono cristiani – nei confronti dei musulmani.

Le dichiarazioni – sia dall’una che dall’altra parte – sono destinate ad avere ripercussioni anche sulle ormai flebilissime trattative per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. E’ vero che non arrivano direttamente da Bruxelles, ma per la Turchia ciò potrebbe non avere una particolare rilevanza. Dall’altra parte, per l’Unione Europea l’ammissione turca del genocidio costituisce da sempre una delle pregiudiziali più importanti per l’eventuale accoglimento di Ankara tra le sue fila.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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