Generazione da rottamare

11/04/2014 di Francesca R. Cicetti

Rottamazione

Rottamare. Potare, tosare, scalzare. Non è importante il lessico, l’importante è il significato. E, ancor di più, importante è che lo slogan sia sulla bocca di tutti. Rottamazione è la parola d’ordine del governo, del premier, della legge elettorale. La magica frase che apre tutte le porte e tutte le liste. In bocca ai giovani ha il fascino della novità, un’ombra appena di illusione. In bocca ai giovani credibili e volenterosi, ha la speranza del cambiamento. Ma cosa significa “rottamare”? E, soprattutto, chi bisogna rottamare?

Fino a pochi anni fa in parlamento sedevano un esercito di Antonio, Alcide, Aldo, Ciriaco, Carlo, Giuliano, Enrico, Massimo, Amintore. Ora a questi si sono aggiunti Matteo, Arianna, Marco, Tatiana, Silvia, Eleonora, Fabiana, Ivan e via dicendo. E posti per tutti non ce ne sono. Largo ai giovani, allora, perché possano sedere sulle poltrone dei loro padri e dei loro nonni. Ma al fondo della rottamazione non c’è solo uno spirito altruistico e d’avanguardia, non c’è solo il voler puntare sulle nuove generazioni per ripartire da chi questo mondo globalizzato e tecnologico lo conosce bene. C’è anche, purtroppo, una grande onta di delusione per chi i rottamatori li ha preceduti. Anni di vergogna in cui i dirigenti sono rimasti ingolfati, senza capacità di uscire loro stessi dai vincoli e dalle catene degli scandali, e ancor meno di tirarne fuori il Paese. Manca la fiducia, ora, per affidare a loro anche questa nuova crisi, che è non solo economica (e già questo basterebbe) ma anche sociale e generazionale. E allora si passa il testimone.

All’epoca di Tangentopoli, Matteo Renzi aveva diciassette anni. Può permettersi ora di sfidare la vecchia classe dirigente, di guardarla dall’alto in basso. Lui, giovane, in un parlamento che non lo è ancora abbastanza. Attorniato da giovani, perché i suoi ministri lo sono tutti, salvo qualche eccezione. Almeno politicamente parlando. L’idea del potere ai giovani funziona: va avanti con Renzi, va avanti col Movimento Cinque Stelle, presto contagerà ogni schieramento politico (o per lo meno ogni schieramento che abbia voglia di sopravvivere). Le famose mani, infilate in tasca durante un discorso in aula, tutto sommato ci scandalizzano poco. Perché la verità è che bisogna essere giovani non solo per età anagrafica, ma anche per stile. Enrico Letta era un bambinetto, se consideriamo gli standard italiani dei Presidenti del Consiglio. Eppure anche lui è stato messo da parte con pochi complimenti.

Ma rottamare non vuol dire solo buttare via il vecchio. Vuol dire anche ricostruire, e, soprattutto, farlo con criterio, senza generalizzazioni. Il rischio della rottamazione è quello di pagare il conto per la propria generazione, per i propri coetanei che hanno deluso le aspettative. Oppure, al contrario, di saltare sul carrozzone della generazione vincente, per una questione anagrafica che ha poco a che vedere con il merito. Tutto va bene, tutto è perfettamente auspicabile, finché le capacità continuano a occupare il primo posto. In più, la parola “rottamazione” non è mai stata sulle nostre bocche quanto in questi mesi. Oltre che una strategia politica, sembra essere un vero e proprio tormentone sloganistico. L’importante, come sempre, è che alle parole poi seguano i fatti. E che si sappia trovare una giusta mediazione. Non deve sempre essere tutto nero o tutto bianco, tutti vecchi o tutti giovani. Largo alle generazioni future, ma che non dimentichino il retaggio del loro passato.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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