Gene Wilder – La fabbrica di sorrisi

01/09/2016 di Emanuele Bucci

Sono già passati quasi tre giorni dalla scomparsa di uno dei simboli di un cinema che ha saputo, e sa tutt'ora, dopo quarant'anni, far sorridere. Dal primo Willy Wonka a Frankenstein Junior. Nessuno, come Wilder, ha saputo dar vita a personaggi senza tempo.

Gene Wilder

Arriva puntualissimo, Gene Wilder, esattamente nel punto del film in cui lo avevamo lasciato: a metà circa di Willy Wonka & The Chocolate Factory, con la giacca viola e i capelli arruffati sotto il cilindro color cioccolato, in tono con le scarpe e il bastone. Si avvicina al cancello della fabbrica di Willy Wonka, fuori lo attende una folla entusiasta con gente di nazioni diverse, tanti bambini, ma anche tanti adulti. Quello strano individuo non si fa vedere in giro da un bel po’, e la sua ricomparsa è già di per sé un evento. Gli astanti salutano e agitano bandierine, ma qualcosa improvvisamente li turba: l’uomo che viene verso di loro zoppica vistosamente, e i suoi grandi occhi azzurri luccicano di una strana, malinconica serietà. Oramai è quasi arrivato al cancello, d’un tratto perde il bastone che lo sorregge, come incastrato dispettosamente tra una mattonella e l’altra del pavimento; il poveretto muove un altro passo e la mano destra stringe perplessa l’aria dove prima c’era il prezioso sostegno; ecco che il corpo cade fatalmente in avanti, comunque fermo nell’impeccabile aplomb con cui si era presentato: ma, colpo di scena, una rapida capriola e Gene, alias Willy Wonka, si rimette in piedi rivelando ottima forma e sorriso, per la gioia del suo pubblico che ritorna esultante.

Quello che abbiamo appena intrapreso, con la rievocazione di questa breve sequenza di uno dei più noti e singolari successi della carriera cinematografica di Gene Wilder, è un piccolo viaggio. Non siamo noi a condurre qualcuno, ma è lo stesso attore, scomparso pochi giorni fa a 83 anni, che ci sta accompagnando, come faceva il suo Willy Wonka con i visitatori della fabbrica di cioccolato nel film del 1971. Non un viaggio nella cosiddetta vita reale, ma nella «pure imagination», come la nomina Wilder/Wonka cantando con voce calda e gentile per i suoi ospiti, mentre li conduce col passo beffardo e imprevedibile di un bambino che ha inventato il più bizzarro e geniale dei giochi, del quale solo lui conosce le regole.

Già, perché ogni attore della fabbrica di storie per immagini e suoni nota come “cinema”, ogni attore che sia riuscito a conquistare il cuore del pubblico, diventa per l’eternità un Willy Wonka. Il proprietario di una macchina dispensatrice di emozioni. Gli spettatori, allo stesso modo, possono scoprirsi eternamente vincitori, grandi e piccoli, di uno dei cinque “biglietti d’oro” che danno il privilegio di accedere al regno di dolci. E allora anche noi vogliamo omaggiare Gene Wilder incassando un’altra volta il biglietto d’oro, per compiere con lui un breve cammino tra i ruoli e i personaggi che più ci hanno colpito e divertito.

Qualche passo, e già il cioccolataio ci ha fatto entrare, senza che ce ne rendessimo conto, in un altro mondo: lo studio di un impresario teatrale corpulento e imbroglione, tallonato da esattori e padroni di casa, impegnato per gran parte del proprio tempo a sedurre anziane, ricche signore che sono ormai le uniche a investire denaro nei suoi spettacoli. Siamo nel film The Producers (Per favore, non toccate le vecchiette, 1968), la pellicola d’esordio di Mel Brooks, e il personaggio in questione è Max Bialystock (interpretato da Zero Mostel), una figura tanto grottescamente in lotta con i guai da risultarci subito buffa. Eppure realizziamo ben presto che il divertimento non sarebbe lo stesso, anzi l’intera macchina comica surreale e irriverente non potrebbe prendere il via se non facesse ingresso nello studio di Bialystock il nevrotico ragioniere del fisco Leo Bloom: gli occhi azzurri, tondeggianti e luminosi, il largo naso e il sorriso sornione non possono trarre in inganno, è proprio Gene Wilder, al suo primo ruolo cinematografico da co-protagonista. Perché il nostro viaggio ci ha condotto qui?

Forse perché questo Leo Bloom ha già un requisito fondamentale per restare nel cuore: il fatto di essere un’irresistibile contraddizione. Wilder e Brooks sembrano tenere a mente che una strada privilegiata per costruire un personaggio (comico, ma non solo) davvero memorabile, è quella di giocare sui contrasti. E questo ragioniere che oscilla tra timidezza ed attacchi isterici (con tanto di sciarpetta celeste da stringere a mo’ di coperta di Linus) ha la sua anima, tenera e buffa, nel contrasto: quello tra il ruolo grigio e monotono di funzionario statale e l’infantile quanto travolgente aspirazione a godere di «tutte le belle cose che si vedono nei film». Proprio quest’ambizione ingenua e gigantesca lo porta a usare le proprie competenze per mettere a punto la truffa suggerita (quasi) per sbaglio al cinico impresario. E quando quest’ultimo conduce Bloom in uno stralunato giro tra giostre e fontane per convincerlo a lasciarsi dietro gli scrupoli e godersi la vita, il ragioniere finisce col conquistarci: il suo piano diabolico non è altro che la squinternata rivincita del bambino rimasto vivo in ognuno di noi.

Uno dei grandi pregi di Wilder è stato senza dubbio quello di saper fare coppia, in modo da non risultare né una spalla né un prepotente protagonista a scapito della controparte: e a questo pensiero, non a caso, il nostro viaggio col biglietto d’oro ci porta tra le sequenze di un’altra follia di Mel Brooks, quella scatenata parodia del cinema western (e, in una sarabanda di trovate meta-filmiche, anche del cinema in generale) che è Blazing Saddles (Mezzogiorno e mezzo di fuoco, 1974). L’alchimia dell’ex pistolero alcolizzato (ma ancora velocissimo) Waco Kid/Gene Wilder con lo sceriffo nero Bart/Cleavon Little è perfetta. E la coppia di scanzonati tutori della legge ci ricorda una verità che rimane sempre attuale, perché non riusciremo mai ad assimilarla del tutto: si può (forse si deve) ridere, fino anche a sbellicarsi, di qualunque cosa, anche di ciò che fuori dallo schermo sarebbe molto serio, come ad esempio il razzismo.

Una lezione che conosce bene anche un regista/autore come Woody Allen, il cui sodalizio con Wilder è breve quanto indimenticabile; e infatti la prossima tappa del viaggio è dalle parti di Everything You Always Wanted to Know About Sex* (*But Were Afraid to Ask), ovvero Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere), il film a episodi di Allen dove l’ironico bersaglio sono appunto i problemi sessuali: come quelli del dottor Doug Ross/Gene Wilder, che si ritrova ad essere appassionatamente innamorato di una pecora armena. C’è in particolare un’inquadratura, tra quelle di questo episodio, dove preferisce condurci il nostro viaggio immaginario: ci troviamo nella sequenza in cui il paziente confida di amare una pecora, mettendo in crisi la stabilità sessuale ed esistenziale del medico e innescando il turbine di conseguenze. L’inquadratura resta quindi ferma sul dottore, che muove freneticamente gli occhi di lato e poi di nuovo verso il paziente più volte, con la bocca ferma in un mezzo sorriso imbarazzato senza riuscire per un po’ a rispondere. Ecco, nella poetica di Gene Wilder sono spesso gli occhi a segnare un fondamentale passaggio, quello dalla quotidianità, dall’apparente normalità, al comico e all’assurdo, all’assurdamente comico.

Anche Victor Frankenstein (o, come inizialmente preferisce essere chiamato: Frankenstìn), forse il ruolo più celebre di Wilder, ha una chiave della propria magia nel gioco degli sguardi. Al termine del primo dialogo con Igor (Marty Feldman) e della celebre gag su «quale gobba?», abbiamo di nuovo, da parte di Wilder, un movimento indeciso e imbarazzato degli occhi che preannuncia l’ingresso definitivo di un personaggio ammantato di precaria razionalità “scientifica” nel regno del comico. Ma Young Frankenstein può essere considerato effettivamente il ruolo di Wilder, e non solo per il grande successo riscosso. Perché si tratta di un progetto nato dallo stesso Wilder, co-sceneggiatore con Mel Brooks, una vera e propria riscrittura del Frankenstein di James Whale, dove l’horror classico e l’ironia della commedia convivono in una sintesi che va ben oltre la semplice parodia del genere. E poi, perché il primario obiettivo del Dr. Frankenstein, come egli esplicita nella prima delle sue comiche sfuriate, è «la conservazione della vita». E, in quel modo paradossale che è concesso agli attori di cinema, Gene Wilder ci è riuscito: adesso una parte preziosa della sua vita e del suo lavoro resta conservata per sempre, immortale. Per questo possiamo concludere qui il nostro viaggio, anzi possiamo concludere tornando a quella camminata con capriola finale di Willy Wonka, che ora possiamo leggere in un senso ulteriore: qualunque offesa del tempo sarà sempre uno scherzo per quei personaggi; e, grazie all’arte di un grande attore, Willy Wonka tornerà in piedi come ogni volta, al termine della capriola: pronto ad accoglierci tra le meraviglie della sua fabbrica.

The following two tabs change content below.

Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
blog comments powered by Disqus