Garanzia giovani: la sfida impossibile dei centri per l’impiego

29/03/2014 di Chiara Stirpe

Disoccupazione giovanile e youth guarantee

Disoccupazione giovanile – Il problema della disoccupazione giovanile è generazionale e sociale allo stesso tempo: l’inoccupazione e la sotto occupazione giovanile determinano una frattura generazionale difficile da colmare e minano al contempo la competitività stessa del sistema economico del Paese. Questo accade perché le aziende e le amministrazioni “invecchiano” sempre di più e sono condannate a concentrare l’investimento a breve sulle risorse più matur. Queste, se da una parte certamente vantano una maggiore esperienza, nel lungo periodo non possono assicurare quella spinta innovativa sulla quale ogni operatore economico deve poter contare. In Europa, dove l’economia stenta ad uscire dalla crisi iniziata nel 2008, il problema della disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli senza precedenti, con costi sociali ed umani pesanti.

I numeri – All’interno dell’Eurozona, a settembre 2013, la percentuale totale dei senza-lavoro si attestava intorno al 12,2%, pari a circa 19 milioni e mezzo di individui. Questo dato però aumenta al 24,1% se ci si riferisce ai ragazzi di un’età compresa tra i 15 e 24 anni senza occupazione. Tra gli Stati membri esistono delle profonde differenze: se la Germania ha il tasso di disoccupazione giovanile più basso (il 7,7%), Spagna, Grecia ed Italia sono il fanalino di coda di questa non gratificante classifica. La situazione in Italia è anche più preoccupante: se la disoccupazione complessiva si attesta al 12,5%, si sale fino al 40% e oltre se si considerano gli under 25 senza un impiego. Leggendo i dati regionali poi si scopre che nel terzo trimestre del 2013 il tasso di disoccupazione ha raggiunto la soglia del 19% nel Sud Italia, mentre nel settentrione non si è superata quota 10%.

Youth Guarantee ed Europa – L’emergenza venutasi a creare ha spinto l’Europa all’inaugurazione della c.d. Youth Guarantee europea per la quale viene stabilito di introdurre uno strumento per i giovani che garantisca a tutti gli under 25 di ricevere un’offerta di lavoro, un proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio di buona qualità entro un periodo di quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema d’istruzione formale. Invero questo strumento – che la Commissione Europea ha mutuato dalla felice esperienza dei paesi dell’Europa del Nord – dovrebbe trovare avvio nel nostro paese proprio in questi mesi tra marzo e aprile 2014.

Youth Guarantee ed Italia – In particolare, l’attuazione della Youth Guarantee in Italia è stata recentemente analizzata dal Prof. Monti, professore di Politica Economica Europea presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli di Roma, nel saggio “Garanzia Giovani: la sfida impossibile dei centri per l’impiego”. Ci si chiede, in altre parole, se in Italia sia plausibile una buona ed efficace attuazione di questo strumento.  Il nodo del lavoro è che l’implementazione della Youth Guarantee in Italia, se non inquadrata in una politica economica volta a ridurre il divario generazionale venutosi a creare, potrebbe non avere i risvolti felici auspicati dalla Commissione Europea.

Giovani, lavoro e disoccupazioneServizio pubblico per l’impiego. In Paesi come Finlandia, Austria, Svezia, Paesi Bassi, Francia, Danimarca e Repubblica Ceca il sistema previsto per la “Garanzia Giovani” vede centrale il ruolo del Servizio Pubblico per l’Impiego (SPI) che, entro tre mesi dall’iscrizione, garantisce al giovane una serie di servizi di effettiva assistenza e supporto. Situazione totalmente opposta in Italia dove i Centri per l’impiego (CPI) ricoprono prevalentemente solo un ruolo di tipo burocratico: attestazione dello stato di disoccupazione, iscrizione agli elenchi delle categoria protette, registrazione delle assunzioni, trasformazioni, cessazioni dei rapporti di lavoro presso Enti pubblici ed aziende private. La conseguenza principale è la sostanziale mancanza di un collegamento diretto tra l’iscrizione ai CPI e l’accesso a servizi di orientamento ed intermediazione tra domanda ed offerta di lavoro.

Italia comparata. Anche in questo caso il paragone con le altre realtà europee ci aiuta a spiegare il fenomeno: nel 2011 le Province italiane hanno destinato 500,82 milioni di euro per i servizi per l’impiego, contro gli 8.872,76 milioni allocati dalla Germania per i medesimi servizi (pari al 23% delle spese complessive sostenute), i 5.047,68 milioni della Francia (pari al 12% del totale delle spese) e i 1.110 milioni utilizzati dal governo spagnolo. Il paragone con la Germania è illuminante: come si evince dal saggio, nel 2011 la spesa pro capite sui potenziali beneficiari dei Centri per l’Impiego tedeschi è di poco meno di 3.000 euro, mentre in Italia la spesa pro capite, nello stesso periodo è stata di 238 euro. I dati, già catastrofici di per sé, contribuiscono a spiegare la perversa consuetudine, sempre più diffusa, di affidarsi alle segnalazioni di parenti ed amici per ricercare lavoro. Il tutto a discapito della cosiddetta mobilità generazionale, del merito e del talento.

L’esempio di Porta Futuro. In questo contesto una terza via, capace di usufruire appieno delle risorse comunitarie messe a disposizione per la lotta alla disoccupazione giovanile, è rappresentata da Porta Futuro, progetto pilota voluto dalla Provincia di Roma e nato nel 2011 grazie ai finanziamenti del Fondo Sociale Europeo 2007-2013. Esso, traendo ispirazione da altri esperimenti europei, è ad oggi l’unico esempio in Italia di un’organizzazione che raccoglie in un unico luogo i servizi dedicati al lavoro, all’orientamento e alla formazione, da offrire a tutti i cittadini e a tutte le imprese del territorio provinciale. I risultati positivi dell’esperimento romano portano a concludere che i centri per l’impiego, per come strutturati oggi e per le attività che svolgono, rappresentano una realtà artefatta e non idonea a fronteggiare l’attuale congiuntura. Le possibilità suggerite quindi da Monti sono due: o si risolvono i nodi intorno alla riforma dei CPI, con una dotazione di risorse economiche adeguata così da farli diventare uffici finalmente operativi, oppure si apre la strada ad idee innovative come quella di Porta Futuro e alla collaborazione con gli enti privati.

Qui il link al paper: http://www.amministrazioneincammino.luiss.it/?p=21864

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