Gabriele d’Annunzio, Pescara, e quell’ignoranza tutta italiana

06/08/2014 di Lorenzo

Pescara non è più "città dannunziana". L'ennesima occasione persa, le solite usanze italiane.

Pescara Città d'annunziana

Proprio ieri mi trovavo a parlare, in un ristorante di San Paolo del Brasile, con un giovane giornalista del luogo che, come molti altri suoi connazionali, ha scelto di imparare la lingua di Dante e di Manzoni. Egli, affamato come era di sapere tutto del nostro paese, mi chiese se avessi mai sentito parlare del poeta Vate, Gabriele d´Annunzio. Al momento rimasi sbigottito –  è come chiedere ad un brasiliano se  conosce Paulo Coelho – ma poco dopo gli spiegai che il d’Annunzio era ed è uno dei massimi esponenti della letteratura otto-novecentesca italiana, di quella corrente letteraria che prende il nome di Decadentismo ed annovera tra i suoi più brillanti componenti anche Giovanni Pascoli ed Antonio Fogazzaro. 

Detto fatto. Neanche mezz’ora più tardi scorgo l´articolo dello storico Giordano Bruno Guerri su Il Giornale, che si scaglia contro la nuova giunta di centrosinistra di Pescara. In un primo momento credevo si trattasse solamente di una critica – a mio modo di vedere giusta – verso coloro che, sbagliando, associano ancora d’Annunzio al regime fascista, dimostrando quanto del Vate non abbiano capito nulla. Andando maggiormente a fondo nell’articolo, però,  leggo: “Il Vate è stato una figura controversa in vita, per quanto sia innegabile l’importanza della sua figura per la città e per la letteratura”. Questa è la motivazione che il nuovo sindaco pescarese ha dato ai suoi concittadini, dopo aver deciso di eliminare il logo “Pescara Città Dannunziana” da tutti i documenti ufficiali, dal sito dell’ente, sui manifesti e persino sulle fiancate dei taxi presenti su tutto il territorio della città adriatica.

Gabriele d'AnnunzioIl logo di “Pescara Città Dannunziana” venne istituito dalla precedente amministrazione di centro-destra. Una scelta attuata con delibera ufficiale del gennaio 2010, in occasione del centocinquatesimo anniversario della nascita di d’Annunzio, in quel piccolo villaggio di pescatori che, soltanto 64 anni dopo – precisamente il 2 gennaio 1927 – e grazie anche all´importanza del Vate, divenne città e capoluogo della provincia omonima. Questo è agli occhi di chi legge, soprattutto se straniero, l´ennesimo dramma culturale che si consuma nella nostra martoriata penisola. Non bastano i mosaici, le costruzioni romane che vengono giù come niente a Pompei, non basta la damnatio memoriae che per più di un cinquantennio ha colpito persone del calibro di Giovanni Gentile, perchè partecipi in prima linea in un determinato periodo storico, salvo poi però trarre in salvo ed esaltare coloro che, non esitando a sottoscrivere il manifesto della razza del 1938, furono in grado di riconvertirsi ed essere graziati nell´era repubblicana.

E´questo purtroppo il dramma che ancora continua ad affligere la nostra penisola che, per non rischiare, preferisce affossare, uccidendo però, insieme a questi, anche la cultura. Del Vate si può dire molto, criticarlo, ma non si può etichettarlo in modo così sbrigativo e superficiale. Il suo ego, il suo “vivere inimitabile” andava contro le semplici etichette, le sigle di partito, gli ideali. Per comprendere d’Annunzio si dovrebbe forse far attenzione alla sua massima “vado verso la vita”, prununciata durante un aspro dibattito parlamentare a Montecitorio e con la quale egli, eletto deputato nel 1897 nelle fila della Destra e contestando le leggi liberticide del primo gabinetto Pelloux nel 1898, si alzò dal suo banco e corse verso i banchi della sinistra, cambiando casacca politica.

La stessa esperienza fiumana fu si un piccolo laboratorio da cui poi i regimi autoritari, come l´Italia, o quelli totalitari, come Germania e URSS, guardarono con attenzione, ma da cui non carpirono tutto. Per fare un esempio, nell’Italia mussoliniana ritroviamo molte movenze e particolarità riprese proprio durante l´esperienza della c.d. Reggenza del Carnaro. Una di questa è sicuramente il discorso dal balcone, il saluto romano, il saluto del legionario, i canti di guerra, l’arditismo. Al contrario, nel regime di Mussolini non troviamo la libertà di condurre “una vita inimitabile” e, se diamo uno sguardo attento alla legislazione della piccola reggenza dannunziana, vediamo come, ad esempio la parità dei sessi sia scritta in maniera indelebile. Durante gli anni del Fascismo, come sappiamo, si ritirò  nell’ “esilio dorato” della villa di Cargnacco, cosi come il Vate soleva chiamare il suo soggiorno presso quella che, dopo la sua morte, diverrà il Vittoriale degli Italiani.

Gabriele d'Annunzio e PescaraIn questo periodo, che va dall’assestamento del Regime fino alla morte del poeta Vate, il Regime celebrò il d’Annunzio alla stregua di un eroe nazionale, un patriota, esaltandolo e riempiendolo di onori e cariche, come quella di presidente dell’Accademia d’Italia nel 1937. Il d’Annunzio accettò con diffidenza tutti questi onori e, forse perchè, colto alla sprovvista dal colpo di mano ordito da Mussolini alla fine di ottobre del 1922 – in quei giorni di ottobre si vociferava infatti una contromarcia dannunziana -, intrattenne con il capo del governo un rapporto altalenante e difficile, che apparantemente sembrava amichevole e di reciproca ammirazione, ma in realtà era minato dal sospetto e dal rancore di essere stato completamente neutralizzato politicamente.

Delle opere di Gabriele d’Annunzio non serve parlare, sono arrivate fin qui (in Brasile) ed in tutto il mondo. E´ il poeta italiano più “cliccato su internet”, secondo solo a Dante Alighieri. Al solito, però, i nostri miti culturali vengono esaltati all’estero e distrutti nella Penisola.

Peccato che una città così bella come Pescara rinunci al suo personaggio più celebre. Molti ribaterranno che Firenze o Roma non hanno bisogno di essere conosciute ai più sottotitolandosi come città di Dante e Virgilio. Provate, però, a chiedere ad uno straniero cosa sia Pescara e cosa sia Firenze per lui e trarrete la risposta. Indistintamente dal colore politico di chi propose di ribatezzare il capoluogo come “Città dannunziana”, bisogna riconoscerne l’assoluta lungimiranza di valorizzare il territorio che poteva permettere lo sviluppo di un turismo letterario e storico in quella che fu la città del principe di Montenevoso. Colui che fu rinnovatore della poesia e della letteratura italiana, ancora tradotto ed apprezzato nel globo, modernizzatore della società e dei costumi, creatore di mode e di modi di vivere, di lingua e di bellezza.

The following two tabs change content below.

Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
blog comments powered by Disqus