Gabriele D’Annunzio, l’opera politica

16/11/2013 di Matteo Anastasi

Vita e opere di Gabriele d'Annunzio, poeta e politico

A centocinquant’anni dalla nascita, il fascino che circonda la figura di Gabriele D’Annunzio rimane immutato. Studenti, studiosi, non addetti ai lavori. Un’eterogenea gamma sociale guarda al mito dannunziano con ammirazione. A giusta ragione. Il vate, nel bene e/o nel male, rappresenta il padre della società odierna. Dagli aspetti più noti – modernità, aviazione, dandysmo – a quelli, forse, meno conosciuti – si deve al poeta abruzzese, a esempio, la coniazione di termini oggi comunemente adottati («intellettuale», «beni culturali»), nonché  la collocazione del tricolore sulle maglie dello sport italiano (l’idea ebbe origine a Fiume, nel 1919). D’Annunzio è, a parere di chi scrive, il più grande italiano dopo Dante Alighieri, laddove il termine «grande» indica genio, carisma, straordinarietà.

Gabrile d'Annunzio, l'opera politicaD’Annunzio fu anche uomo politico. Ovviamente un politico fuori dagli schemi, perdutamente innamorato di sé, delle sue idee e della sua oratoria. Meno che mai fu politico in occasione della sua prima esperienza parlamentare, nel 1897, quando – già scrittore di chiara fama – si candidò alle elezioni per mostrare al mondo, come ebbe a dire in un carteggio privato, di essere «capace di tutto». La sua posizione era allora aristocratica e antidemocratica. La politica rappresentava per lui una costola della letteratura e, come tale, avrebbe dovuto essere letteratura in azione.

La scoppio della Prima guerra mondiale costituì un turning point di fondamentale importanza. Nel 1914 si apriva, infatti, la seconda parte della straordinaria esistenza dannunziana. La prima, dall’adolescenza all’inizio delle ostilità, era stata interamente dedicata all’arte; quella successiva, dalla guerra alla morte, sarebbe stata offerta alla Patria. Il conflitto, dapprima come idea e poi come guerra effettivamente combattuta, incise profondamente sulla sua sensibilità e lo convinse della necessità di un fattivo impegno politico: maturava il passaggio da un superomismo estetizzante, pervaso di echi nietzschiani, a una dimensione consapevole e matura della politica. Quando, ultracinquantenne, si vide preclusa la possibilità di prendere parte alle manovre belliche, supplicò di evitare un tale «delitto contro lo spirito», definendo il suo coinvolgimento «una questione vitale», dettata non dal «desiderio di morire» ma dalla «ragione di vivere»: il vate nazionale aveva oramai indossato i panni del poeta soldato.

La guerra, che D’Annunzio combatté da militare esemplare – fante, aviere, marinaio – rimanendo gravemente ferito a un occhio, gli fece scoprire quel senso di cameratismo, frutto dell’estenuante guerra di trincea, destinato a diventare l’elemento unificante dell’impresa fiumana. Quest’ultima, consacrazione del suo ideale di eroe rinascimentale, costituì un laboratorio politico estraneo a tutte le categorie sino allora sperimentate. Fu un tentativo inedito di combinare individualismo e superomismo con sentimenti comunitari, di integrare uomo e massa in una sintesi che trovava nel capo, D’Annunzio, il collante e l’interprete delle passioni della totalità. E Fiume, il porto adriatico simbolo principe della «Vittoria mutilata», fece da scenario a questo esperimento di politica artistica: il saluto romano, il fuoco, le armi, l’arringa dal balcone con la folla adorante. Tutti elementi che saranno, di lì a poco, ripresi dal fascismo col quale – è bene chiarirlo sin d’ora – l’ideale dannunziano non fu mai integralmente compatibile. Così come D’Annunzio e Mussolini non saranno mai sinceramente in sintonia.

Dietro il paganesimo dell’impresa fiumana – si è ricordato a più riprese come nella Fiume degli Arditi regnasse un clima orgiastico, dove trovava spazio l’estetismo del segretario d’azione Guido Keller, solito nutrirsi con petali di rosa e insalata condita col miele – si celava un progetto più ampio: quello di marciare su Roma e mettere in atto un golpe finalizzato all’instaurazione di uno Stato autoritario. Il Natale di sangue del 1920, che pose fine all’avventura dei legionari nell’Adriatico, riconsegnò all’Italia un D’Annunzio oramai logoro, in declino fisico e deluso dalla politica. Tornò a essere l’immaginifico. Si ritirò sulle sponde del Garda, in quello che diverrà il Vittoriale degli Italiani, e regalò alla letteratura Il Notturno.

Quando, alla fine del 1922, calò il tramonto sulla lunga giornata dell’Italia liberale, emersero, più o meno velatamente, tutti i caratteri dell’incompatibilità tra dannunzianesimo e fascismo – e più specificamente tra D’Annunzio e Mussolini – per lungo tempo acriticamente ignorati dalla vulgata storica. Anzitutto, la marcia su Roma – non è più mistero – fu anticipata per prevenire la ventilata possibilità di una pacificazione nazionale guidata da D’Annunzio, che avrebbe relegato il fascismo in posizione secondaria. Nondimeno, il poeta fu perseverante propugnatore di un riavvicinamento alla Francia – la sorella latina che lo aveva ospitato tra il 1904 e il 1915 – e costante accusatore del «marrano Adolf Hitler dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla ond’egli aveva zuppo il pennello, o la pennellessa […] divenutagli scettro di pagliaccio feroce non senza ciuffo prolungato alla radice del suo naso nazi». Il D’Annunzio degli ultimi anni è un sorvegliato speciale – quasi prigioniero nell’esilio dorato a Gardone Riviera – che si rivolge a Mussolini quale «Capo e Maestro», sodalis unanimis. Sono i frangenti che preparano la guerra d’Etiopia e la conseguente nascita dell’Impero e D’Annunzio, in un rinnovato slancio rinascimentale, torna a sognare per l’Italia il compimento del suo destino storico.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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