Il G20 delle buone intenzioni e dei pochi interventi

06/09/2016 di Alessandro Mauri

Il G20 si è chiuso senza vere decisioni economiche: lotta al protezionismo e apertura degli scambi sono la via giusta, ma serve maggiore incisività

Dal G20 appena conclusosi in Cina, molte buone intenzioni ma pochissimi passi avanti sull’agenda economica. Si fa riferimento ad azioni comuni contro la bassa crescita e l’aumento delle disuguaglianze, grazie ad una maggiore apertura dei mercati e alla limitazione del protezionismo, ma concretamente non ci sono misure né agende ben definite.

Contro il protezionismo – Nel corso degli incontri del G20, improntati principalmente a trovare una soluzione alle difficoltà dell’economia mondiale, confermata dai dati deludenti del lavoro negli USA, dalla crescita particolarmente modesta in Europa e dalla continua crisi dei paesi emergenti, l’attenzione è stata posta sulla necessità di trovare nuove politiche multilaterali. Una delle lezioni della crisi degli ultimi anni è quella che le politiche monetarie e fiscali, anche laddove siano applicate efficacemente (attualmente solamente negli USA, in realtà), dell’interconnessione dell’economia globale non permette una ripresa forte e stabile e, in particolare, non garantisce una diminuzione dei gap sociali. Per questo motivo si puntava molto sul G20 per portare avanti una politica globale di aumento del libero scambio e di contrasto al protezionismo, con particolare riferimento alle politiche monetarie (ad esempio per la tutela delle singole valute) e al mantenimento di eccessi di produzione che possono falsare la concorrenza leale tra Paesi. Il problema è che uno dei Paesi che porta avanti queste politiche è proprio la Cina, padrone di casa del G20, e forse proprio per questo, nonostante le apparenti buone intenzioni della stessa Pechino, di decisioni concrete non ce ne sono state.

La conferenza finale – Proprio il presidente cinese Xi Jinping ha parlato nella conferenza finale del G20 di lotta al protezionismo e di aumentare gli scambi multilaterali, dichiarando che la Cina è disposta anche a ridurre la sovrapproduzione dell’acciaio, che ha messo in ginocchio gli analoghi settori europei, senza tuttavia garantire date o fare cifre. Senza dubbio le linee guida che sono state implementate dal G20, e la guida dell’Ocse sul programma di riduzione della sovrapproduzione industriale sono passi nella giusta direzione, così come l’aumento del libero scambio. Quello che tuttavia è deludente è l’ennesimo rinvio di decisioni concrete e definitive, dal momento che la stagnazione (o comunque la bassa crescita) è un fenomeno con cui si sta convivendo da troppo tempo, e un’azione immediata sarebbe stata ben più auspicabile.

Le altre questioni globali – A tenere banco al G20, seppur in maniera più marginale e soprattutto in occasione degli incontri bilaterali, sono altre questioni molto delicate che minano il sentiero di crescita dell’economia globale: in primo luogo la Brexit e il prezzo delle materie prime, petrolio su tutte. Nel primo caso si è assistito alla dura presa di posizione del Giappone, che ha invitato la Gran Bretagna a gestire l’uscita dall’Ue nella maniera più trasparente ed efficiente possibile, pena l’abbandono delle numerose imprese nipponiche nel Paese. In particolare Tokyo teme una limitazione del libero accesso delle persone e delle imprese, nonché la perdita del passaporto finanziario europeo: i settori che potrebbero risentirne sono, oltre a quello delle banche, quello automobilistico e quello farmaceutico, se l’Agenzia europea del farmaco dovesse (come appare certo) abbandonare Londra. Si tratterebbe di un colpo serio all’economia Britannica, anche se al momento quest’ultima sembra avere reagito in maniera meno negativa del previsto all’esito del referendum (anche perché l’uscita effettiva dall’Unione è ancora distante).

Un accordo sul petrolio? – Sembra infine avvicinarsi anche un accordo sul petrolio, i cui prezzi sono da tempo al di sotto del livello di attenzione, che ha compromesso la crescita e la competitività di molti paesi (pur favorendone altri, tra cui l’Italia): Russia e Arabia Saudita sarebbero vicini ad un accordo che permetta di congelare la produzione, magari lasciando al momento in sospeso la questione dell’Iran. Anche questo potrebbe aiutare a diminuire la volatilità dei mercati e stabilizzare l’economia mondiale, ma ci vuole del tempo.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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