Il fumo elettronico non fa smettere di fumare?

15/02/2016 di Pasquale Cacciatore

Una nuova ricerca giunge alla conclusione che la sigaretta elettronica abbasserebbe del 28 per cento la possibilità di smettere di fumare. Ma il modus operandi nel condurre il lavoro è stato subito messo in discussione.

Sigarette Elettroniche

Iniziatesi a diffondere un paio di anni fa, dopo aver fatto un boom di vendite repentino e dopo essersi presentate alla larga distribuzione come un gadget molto cool, le sigarette elettroniche sono passate ad essere oggetto misterioso – e forse nemmeno tanto attraente -, di cui non si apprezzano più tanto le qualità (e, anzi, si iniziano a studiare i lati oscuri).

La sanità pubblica, come in ogni occasione del genere, si è subito allertata per cercare di comprendere l’impatto sanitario di questo nuovo strumento, soprattutto in termini di danni alla salute. Son seguite, in buona parte del mondo occidentale, conferenze, analisi e dibattiti parlamentari (nel nostro Paese, ad esempio, l’utilizzo delle sigarette elettroniche nei luoghi pubblici è stato profondamente sconsigliato). Uno dei messaggi principali di chi ha sponsorizzato per lungo tempo queste sigarette 2.0 è stato quello di sottolineare come fossero ben più “salutari” della classica bionda e – soprattutto – come fossero in grado di far diminuire (se non cessare) l’abitudine al fumo. L’idea è che, modulando il contenuto di nicotina contenuto nelle sostanze liquide vaporizzate, è possibile modulare l’assuefazione e quindi la dipendenza che porta a fumare, magari fino a smettere del tutto.

La realtà, però, almeno a detta degli ultimi studi, è molto meno rosea. Anzi, sembra proprio che le sigarette elettroniche non solo non aiutino a smettere, ma addirittura che rendano più difficile abbandonare le sigarette. Lo afferma un recentissimo studio, finanziato dal Centro per la ricerca ed educazione sul tabacco dell’Università di California e pubblicato sui volumi del Lancet dedicati alla pneumologia, sviluppato come una metanalisi, ovvero una comparazione di più studi. L’analisi di venti ricerche differenti ha sottolineato come l’utilizzo della sigaretta elettronica abbassi del 28% la possibilità di smettere di fumare rispetto a chi consuma sigarette classiche.

I risultati, tuttavia, non sembrano essere stati recepiti in modo unanime dal mondo scientifico. Alcuni grossi istituti, come l’Unità di Ricerca per la dipendenza da Tabacco al Wolfson Institute, ha definito il frutto della metanalisi fuorviante.

Innanzitutto la stessa definizione di sigaretta elettronica varia in funzione del modello (tutte variano per quantità di liquido, di nicotina presente in esso, e così via). Inoltre, alcuni studi considerati hanno semplicemente intervistato utilizzatori di sigarette elettroniche senza riferirsi a consumatori abituali, così da comprendere magari anche chi aveva acquistato un oggetto del genere e lo aveva scartato dopo pochi giorni.

La cosa più sorprendente, però, è che solo pochi studi inclusi nella metanalisi sembrano riferirsi a persone che hanno utilizzato la sigaretta elettronica con l’intenzione di smettere di fumare. Una situazione paradossale, insomma, perché mina profondamente l’evidenza scientifica del risultato, tanto che alcuni considerano addirittura “pericoloso” il fatto che una metanalisi del genere sia riuscita ad arrivare su grosse pubblicazioni scientifiche. In questo modo, infatti, potrebbero essere colpite – sulla base di nessun riscontro effettivo – le potenzialità (non ancora comprese in toto) della sigaretta elettronica proprio per ridurre il tasso di fumatori.

Insomma, riguardo la sigaretta elettronica la sanità pubblica continua a porre un bel po’ di dubbi. Anche i tentativi rigidamente scientifici di far luce su questo strumento, a quanto pare, peccano di qualità. Cosa ci sia effettivamente dietro una sigaretta elettronica, per ora, è ancora un mistero: motivo in più, per la ricerca in questo settore, di accelerare i ritmi.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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