Freedom flotilla III, un sorriso bloccato in alto mare

04/07/2015 di Laura Caschera

L’ennesimo tentativo di portare beni di prima necessità nella zona palestinese, forzando il blocco navale imposto da Israele, si è concluso con un fallimento

Marianne

Nella notte tra domenica e lunedì, la nave svedese “Marianne” della Freedom Flotilla III, è stata abbordata dalla marina israeliana. Il convoglio era composto da quattro imbarcazioni, con l’obiettivo di trasportare aiuti e mezzi di prima necessità alla popolazione della Striscia di Gaza, sebbene ciò comporti l’infrazione del blocco che lo Stato di Israele ha posto sulla zona. Ancora è vivo nelle nostre memorie il ricordo della prima spedizione di Freedom flotilla, che finì in tragedia, quando, durante l’abbordaggio della nave turca Mavi Marmara da parte di Israele, nove militanti pro-palestina rimasero uccisi.

Questa volta la situazione è diversa, secondo il portavoce militare della nazione non è stata fatta violenza sui partecipanti alla spedizione, anche se il natante è stato intercettato ed infine raggiunto a circa 100 miglia marine, ovvero in acque internazionali. Sull’uso della forza, la testimonianza di uno dei partecipanti alla missione sembra raccontare un’altra storia. Il deputato arabo-israeliano Basel Ghattas, ha infatti rivelato che un membro svedese dell’equipaggio, Charlie Andersson, reo di aver protestato all’incursione militare, è stato colpito diverse volte con un taser, che lo avrebbe poi lasciato ferito. I 18 passeggeri sono stati fermati ed infine scortati, contro la loro volontà, al porto militare di Ashdod. Tra loro membri illustrissimi, come l’ex Presidente della Tunisia Moncef Marzousi, accompagnato dalla polizia israeliana verso un aereo diretto a Parigi.

Voci contrastanti si esprimono in merito alla vera natura della missione, gli ambienti più vicini al Premier Netanyahu sostengono che il vero scopo della missione fosse quello di portare sostegno e aiuti ad Hamas, mentre altre fonti, vicine ai sostenitori della spedizione, ritengono che l’unico vero obiettivo fosse invece cercare di dare conforto alla popolazione della striscia di Gaza, tramite aiuti di tipo umanitario. L’unica cosa certa è lo scopo, dichiarato anche dal deputato della Knesset Ghattas, di porre nuovamente in luce il problema del blocco navale di Gaza; in un intervista al quotidiano “Il Manifesto”, ha dichiarato che, pur se l’imbarcazione è stata raggiunta e l’obiettivo primario con essa svanito, “in ogni caso anche questa missione è stata un successo, ha riportato in primo piano Gaza e l’illegalità del blocco attuato da Israele”.

Bisogna ascoltare però anche l’altra campana, come in ogni dibattito democratico che si rispetti. L’esercito israeliano ha confermato come sia stato più volte intimato all’imbarcazione di invertire la sua rotta e, dopo il rifiuto, la marina abbia intercettato il natante in acque internazionali, per impedire che venisse infranto il blocco navale posto sulla zona. È chiaro che i punti di vista sono inconciliabili, da una parte c’è una nazione che tenta di far rispettare le proprie leggi, seppur per qualcuno potrebbero sembrare alquanto discutibili, dall’altra c’è la speranza di un gruppo di attivisti internazionali che, fortemente votati alla causa palestinese, cercano di far cessare una misura ritenuta eccessivamente crudele verso una delle zone più devastate dell’intero pianeta, in cui la popolazione vive in condizioni disperate.

In realtà, alla situazione non è rimasto indifferente l’occhio dell’unico governo in Europa ad aver riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina: la Svezia. Infatti, da Stoccolma sono arrivate parole dure nei confronti di Israele, sostenendo il contrasto tra l’operazione e le norme del diritto internazionale, chiedendo inoltre la possibilità per il console svedese di mettersi direttamente in contatto con le persone trattenute. La stessa organizzazione Freedom flotilla, sul suo sito internet, si erge a difensore delle ragioni delle persone fermate, come era lecito aspettarsi, invocando l’aiuto dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la sicurezza comunitaria Federica Mogherini, affinché possa attivarsi per permettere agli attivisti di essere immediatamente rilasciati, a fronte di un’ingiusta detenzione.

Si può essere d’accordo o contrari alle politiche e alle ragioni delle due parti di una battaglia che, purtroppo, sembra destinata a durare ancora a lungo, quella tra palestinesi e israeliani. Una cosa però è certa: al di là della dimensione politica e di diritto, non si può non essere consapevoli delle dure condizioni che, giorno dopo giorno, attanagliano la già debole popolazione civile della Striscia.

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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