Francia: come riconoscere un amico da un compagno di banco

05/10/2014 di Enrico Casadei

Italiani e cugini d'oltralpe sono ben lontani dalla prosperità e hanno problemi per certi versi simili. Eppure, invece di cooperare tra loro, tendono a guardarsi l'ombelico

Francia, Hollande

I motivi delle similitudini tra Francia e Italia sono molteplici, sia economici sia politici. Quanto ai primi basta uno sguardo al Rapporto della Commissione Europea del Marzo del 2014 per capire i principali ostacoli alla crescita francese.

La Commissione inizia la propria trattazione sottolineando come la crisi economica ha colpito la Francia con minor forza rispetto ai propri vicini di casa. Infatti, la limitata apertura del commercio estero e i forti stabilizzatori automatici hanno contribuito ad evitare lo scoppio di una vera e propria bolla del credito. Tale affermazione è dimostrata dal Pil degli anni post 2008 che, per quanto inferiore agli anni precedenti, rimane decisamente superiore a quello delle altre economie della zona euro. Allo stesso tempo però tali elementi  starebbero ora frenando una ripresa quanto mai agognata, e la Francia sta rischiando a sua volta di diventare un paese di serie B. Il tasso di disoccupazione è cresciuto fino ad arrivare a due cifre, la competitività esterna si è deteriorata facendo perdere alla Francia nel quinquennio 2007/2012 circa il 14% della quota di  mercato del commercio globale, il debito pubblico non fa che aumentare, il tutto esattamente come nello Stivale. Il mercato del lavoro, lontano dalla c.d. flexsecurity ha visto negli ultimi anni  gli stipendi crescere in maniera superiore alla produttività, comporta ulteriori rigidità.

Michel Sapin, ministro delle Finanze.
Michel Sapin, ministro delle Finanze.

In aggiunta, il salario minimo è tra i più alti al mondo, e misurato secondo l’indice Big Mac, attesta la Francia al secondo posto solo dopo l’Australia. In altre parole tale indice misura quante ore  è necessario lavorare per comprare il panino più famoso al mondo: mentre ad un francese bastano 22 minuti di lavoro, ad un americano ne servono 35, ad uno spagnolo 48, mentre ad un cinese servono tre ore. Evidentemente questa asimmetria disincentiva il crearsi di  una classe lavorativa altamente qualificata. Ancora, le imprese soffrono per la tassazione eccessivamente pesante che inevitabilmente limita la loro profittabilità costringendole ad alti livelli di debito per far fronte alle proprie esigenze. (Fuor di dubbio, la situazione descritta tratta delle terre d’Oltralpe e “non-indubbiamente” dell’Italia).

Inoltre, pur in presenza di una tale stretta fiscale il debito pubblico rapportato al Pil in questi anni è aumentato passando dal 63% del 2006 al 95% attuale, ancora lontano dal nostrano 131%, ma con un trend di crescita impresssionante. Ultimo dato da sottolineare è il deficit pubblico su Pil: se il debito pubblico può essere considerato come lo stock accumulato di debito allora il deficit è il flusso annuale di fabbisogno che lo stato francese necessita per far fronte alle sue  spese. E qui le ultime dichiarazioni del ministro delle Finanze, Michel Sapin, sono chiare: “basta  austerity”. La Francia, cioè, non rispetterà il fatidico vincolo del 3% imposto dall’Europa: ciò significa che si invertirà la tendenza al consolidamento fiscale dei primi anni del governo Ayrault.

Dopo la débâcle delle elezioni amministrative, Hollande è stato costretto a cambiare il governo, e il nuovo primo ministro francese, Mr. Valls, è a favore di una maggiore spesa pubblica. Anzi le previsioni dell’attuale governo prevedono un deficit del 4,4% per il 2015 che scenderà sotto soglia solo nei due  anni successivi. La motivazione? Circostanze eccezionali. Nessun mistero a proposito. E Renzi  plaude alla presa di posizione francese.

Su queste basi si innestano i problemi politici. Come accennato la presidenza Hollande ha  avuto una brusca inversione di rotta quest’anno, con un cambio non solo di governo ma anche di  mentalità. Il cambiamento è stato causato principalmente dalle elezioni amministrative o, meglio, dalla sconfitta alle urne locali praticamente nella totalità del territorio con l’eccezione di  Parigi. Hollande manca di una visione strategica unitaria. È il presidente autoproclamatosi “normale”.  Ma normale cosa significa? Forse per questo, e non solo per la crisi economica, il suo consenso è in picchiata: la fiducia dell’elettorato è venuta meno, come testimoniano continuamente i sondaggi. Contemporaneamente si rafforzano notevolmente partiti estremisti come quello di Le Pen che danno sfogo alla frustrazione popolare e si pongono in netta antitesi con i risultati ottenuti negli ultimi decenni, un esempio su tutti l’Unione Europea. Senza voler enfatizzare l’evidente o dare giudizi morali, in Italia si vive una situazione simile. Così come nei tax payers italiani vi sono seri dubbi sulla classe politica così movimenti radicali siedono in parlamento.

Ad aggravare la situazione sono le riforme promesse e non ancora attuate: la riforma fiscale al fine di sgravare le imprese di pesi che ne bloccano la competitività; riforma del mercato del lavoro, per scioglierne l’eccessiva rigidità; semplificazione dell’amministrazione pubblica e delle amministrazioni locali. Sono tutti progetti grandiosi e allo stesso tempo improrogabili che a noi  italiani fanno certamente sorridere, visto che ne sanno qualcosa. Fischiano sicuramente le orecchie non solo ai giovani ma anche a quelli che giovani lo erano vent’anni  fa, quando all’alba dell’Euro, si prometteva di cambiare il paese.

Ci si chiede allora perché ci si sia chiusi in due isole. Lasciando perdere vacui proclami, infatti, né l’Italia né la Francia stanno attivamente cooperando per risolvere i propri problemi interni. Si stanno invece comportando come compagni di banco che si danno il cinque dopo la marachella fatta alla maestra Merkel, ma che certamente non si stanno aiutando come farebbero due amici.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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