Dal franchismo alle Cortes: il ruolo di Juan Carlos nella democrazia spagnola

08/06/2014 di Lorenzo

Juan Carlos, Spagna

Nel discorso di addio alla tv, non ha fatto riferimento né ai recenti scandali che hanno coinvolto parte della sua famiglia, né alla sua salute, ma solo a motivi di natura poltica. “E’ ora di lasciare il passo ad una nuova generazione pronta a fare le riforme e ad affrontare le sfide per aprire una nuova era di speranza. Mio figlio incarna la stabilità e l’istituzione monarchica, ha la maturità per regnare ed aprire una nuova fase”. La mattina del due giugno 2014, mentre nel nostro paese si festeggiava la festa della Repubblica, il penultimo erede dei Borbone, Juan Carlos, comunicava ufficialmente al popolo spagnolo la sua volontà di abdicare in favore di suo figlio Filippo.

Si portava quindi a conclusione quel lungo regno iniziato il 22 novembre del 1975, poco giorni dopo che il reggente del Regno di Spagna, Francisco Franco, esalò l’ultimo respiro. Era stato proprio Franco che, per sua espressa volontà, nel marzo del 1947, restaurò la monarchia in Spagna proclamandosene reggente e, successivamente, nel 1969, proclamò don Juan Carlos di Borbone come suo legittimo successore in qualità discendente diretto di re Alfonso XIII, ultimo sovrano prima della parentesi repubblicana degli anni ’30.

Juan Carlos I, re di Spagna fino al 2 giugno 2014, quando ha comunicato l'intenzione di abdicare al primo Ministro Rajoy
Juan Carlos I, re di Spagna fino al 2 giugno 2014, quando ha comunicato l’intenzione di abdicare al primo Ministro Rajoy

Successivamente alla volontà del sovrano di abdicare, una minoranza repubblicana presente nel paese iberico, capeggiata dai partiti dell’estrema sinistra come Izquierda Unida, ha annunciato via social network, di scendere in piazza e manifestare per l’abolizione della monarchia e la proclamazione della terza repubblica. Questi ultimi, però, non sanno (o forse non vogliono sapere) che fu proprio questo “odiato” sovrano a traghettare la Spagna dal Franchismo alla democrazia liberale e aprire la strada a quella che poi sarà immortalata nell’art.1 della Costituzione spagnola del 1978: La Spagna è uno Stato sociale e di diritto che propugna come valori superiori del suo ordinamento giuridico la libertà, la giustizia, l’uguaglianza e il pluralismo politico.

È da ricordare la fermezza del giovane re che, nel febbraio 1981, sventò il tentativo di colpo di stato da parte del tenente colonnello Antonio Tejero. Questi, un ex-franchista, irruppe insieme a reparti della Guardie Civil nel Congresso dei Deputati, ove si stava procedendo alla voto di fiducia del governo di Leopoldo Calvo Sotelo. Il tentativo fu sventato dalla repentina risposta del re che, in diretta tv, annunciò il suo appoggio alla democrazia parlamentare e alla giovane costituzione. A partire dal quel preciso istante il golpe fu liquidato, anche perché i golpisti speravano nell’appoggio di colui che era stato nominato capo dello stato spagnolo proprio dal Generalissimo Franco.

Ma sia il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy che il leader dell’opposizione, il socialista Pedro Rubacalba, hanno difeso a spada tratta l’istituto monarchico. “L’unica cosa che non si può fare in democrazia è ignorare la legge”, ha detto Rajoy, il quale ha ricordato che la Costituzione, approvata “in maniera molto maggioritaria”, anche tramite referendum popolare nel 1978, ha fissato la monarchia come forma dello Stato. Della stessa opinione sono i Socialisti che, seppur per la gran parte hanno chiare radici che affondano in quella “famosa” Seconda Repubblica (1931-36), non possono dimenticare l’importanza che ebbe il sovrano nel periodo della Transizione e durante il tentativo di colpo di stato da parte del generale Tejeiro, che ha permesso 35 anni di sviluppo politico segnati da consenso, convivenza e virtù civiche.

Cose difficili da dimenticare, anche se negli ultimi anni il re ha perso qualche colpo, tanto che persino il leader storico della Izquierda Unida, Santiago Carrillo, accettò 39 anni fa il re definendosi non monarchico, ma “juancarlista” per il lavoro svolto da questi durante la fase transitoria. Il futuro re Felipe, definito da suo padre il “più preparato della storia” per divenire sovrano è pronto a succedere non appena le Cortes spagnole approveranno l’atto di abdicazione, tramite legge specifica, così come riportato nell’articolo 57 quinto comma della Costituzione. In effetti, la successione di Filippo, che prenderà il nome di Filippo VI (l’ultimo Filippo fu il primo Borbone a sedersi sul trono di Spagna nel 1700), non sarà automatica. Per una peculiarità, riportata come detto nell’art.57, che fa specifico riferimento a Juan Carlos come re di Spagna, il passaggio di consegne dovrà essere sanzionato tramite legge ad hoc. Una formalità, con l’attuale maggioranza – più il sostegno del Pse – non sarà difficile approvarla.

Filippo è stimato e rispettato dalla maggior parte del popolo che, negli ultimi tempi, lo ha sempre più visto meticolosamente coinvolto negli affari di stato in sostituzione del padre. In più, cosa non secondaria, il principe parla correttamente il catalano, cosa da non sottovalutare nel momento in cui Barcellona preme sempre di più per la secessione. Il Re così come la monarchia continueranno ad essere il collante principale dell’Unità nazionale di questo paese, specie in cui le autonomie, figlie proprio della costituzione juancarlista del 1978, rivendicano sempre di più l’indipendenza ed una impossibile quanto ipotetica Terza Repubblica finirebbe per spezzare questa unità già compromessa dai Baschi al nord che dalla Catalogna ad est. Sarà un compito difficile per Filippo, ma soltanto il tempo ci potrà dare delle risposte. Per ora ci auguriamo che Felipe faccia meglio di suo padre.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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