Francesco Maria II – L’ultimo duca di Urbino

19/04/2015 di Silvia Mangano

Letterato e uomo d’armi, la sua esperienza di vita riassume i connotati di un secolo, quello in cui visse, che lasciò dietro a sé il disfacimento della Rinascenza cinquecentesca e accolse il barbaro temperamento del “secolo di ferro”.

Francesco Maria II

Unico figlio maschio del duca Guidubaldo Della Rovere, Francesco (1549-1631) fu cresciuto come un vero e proprio erede al trono: il padre lo circondò di letterati e scienziati, che suscitarono in lui un intenso interesse per la cultura, e completò la sua gavetta con un triennio alla corte di Spagna. Qui, il giovanissimo Francesco si innamorò di Maddalena Ossuna Tellez Giròn y Guzman, sorella del duca d’Ossuna ma di rango inferiore rispetto al Della Rovere, e con lei iniziò una relazione assai coinvolgente. Pur essendo “inclinato a casarsi” (come scrisse al padre), il vecchio duca non poteva accettare un matrimonio tanto sconveniente per il figlio e per lo stesso ducato: decise, così, di richiamarlo dalla corte spagnola e ammogliarlo nel 1570 a Lucrezia d’Este – quindici anni più vecchia, ma con un cognome decisamente più prestigioso nell’Italia dell’epoca. Il matrimonio fu da subito infelicissimo per via di una reciproca insofferenza. Lui, pur di scappare da una situazione che lo ripugnava, si arruolò “sopra l’armata della Lega” e combatté a Lepanto contro i turchi.

Poco dopo esser tornato in patria, il padre morì lasciandolo unico erede del ducato. In assenza di un figlio, Francesco Della Rovere si prese cura dei suoi sudditi con l’operosità di un padre: alla morte di Guidubaldo, l’Erario era in situazione critica, ma il Della Rovere, pur di non aumentare la tassazione, pareggiò il bilancio vendendo il ducato di Sora a Giacomo Boncompagni; regolamentò la gestione dei Monti di Pietà e legiferò a favore degli orfani, delle vedove e delle minoranze religiose come quella ebraica; munì la città di una milizia permanente, facendo addestrare i fanti da ufficiali qualificati.

In politica estera fu sempre anti-papale e, anche a costo di inimicarsi una delle potenze più influenti dell’epoca, si schierò apertamente con la Spagna e il Granducato di Toscana. A motivazione di una tale chiusura v’era la paura dell’ingordigia pontificia: senza un erede e con un’identità statuale forte soltanto nel prestigio e non nella potenza militare, Francesco visse gran parte della sua vita nel costante timore dell’annessione di Urbino al patrimonio della Santa Sede.

Cultore onnivoro di tutte le arti, il Della Rovere non sperperò mai il denaro pubblico nel mecenatismo, ma collezionò un’imponente biblioteca in cui figuravano anche autori inclusi nell’indice dei libri proibiti. Di lui il Tasso parlò come di un “principe filosofo che regge filosofando e filosofa reggendo” e di questo ne è prova, per esempio, l’istituzione di una commissione di esperti per contrastare le epidemie di febbre che sconvolgevano il ducato nel 1591.

Ma il Tasso ci riporta alla nota dolente che lo accompagnò per tutta la sua vita: l’infelice rapporto con le donne. Che la notizia di una tresca con Torquato Tasso fosse attendibile o meno, Lucrezia d’Este si rifiutò di seguire il marito nel suo ducato e rimase a Ferrara con i suoi amanti. Tradito e sbeffeggiato da una donna che detestava e da cui era detestato, Francesco decise di separarsi con il consenso della moglie e con l’arbitrato di una commissione cardinalizia. Rimasto, poi, effettivamente vedovo nel 1598, urgeva trovare un’altra moglie in grado di dargli un erede. La vecchissima madre, “intendentissima delle cose di stato” e spesso consigliera di governo di Francesco Maria, sconsigliò un’altra unione politicamente influente e veicolò la scelta del figlio sulla quasi quattordicenne Livia della Rovere, figlia del cugino Ippolito cresciuta in un monastero. La sventurata venne prelevata e costretta a sposare un uomo molto più anziano (tra i due c’erano 36 anni di differenza), non innamorato e che vedeva in lei soltanto una genitrice di eredi.

Con queste premesse possiamo immaginare che la nascita di un figlio (1605), Federico Ubaldo, non risollevò l’infelice destino di quel matrimonio: Francesco fu sempre molto inibito dalla giovinezza della moglie e, con il tempo, la rigidità con cui viveva l’inesperienza di Livia lo portarono a nutrire sospetti riguardo alla sua fedeltà politica. Convinto, infatti, che tramasse per far avvicinare Federico Ubaldo alla politica pontificia, il duca allontanò la madre dal figlio e affidò quest’ultimo prima alla tutela del Consiglio degli Otto, poi – non contento – alla casata dei Medici: stipulando un impegno nuziale tra Claudia de’ Medici e Federico, legò il suo destino al Granduca di Toscana Cosimo II.

La tranquillità di tale situazione ebbe, però, breve durata: dopo il matrimonio con Claudia (1621) e la nascita di Vittoria Della Rovere, Federico Urbano – che intanto aveva preso le redini del ducato al posto dell’ormai stanco e anziano Francesco – si dimostrò un pessimo gestore della cosa pubblica. Fu forse una fortuna, quindi, che nel 1623 il giovane duca morì, lasciando come ultima erede la piccola Vittoria. Deluso e amareggiato, Francesco Maria II visse gli ultimi anni da duca avvertendo l’allontanamento dei sudditi (nel suo diario scrisse che non gli “portano più rispetto”) e vivendo il continuo assedio politico di Roma, che riuscì nell’aprile 1624 a stipulare una convenzione con cui il duca riconobbe i diritti feudali dello Stato Pontificio su tutto il ducato.

L’ultimo duca di Urbino e ultimo esponente dei Della Rovere morì nel suo castello a Casteldurante il 28 aprile 1631.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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