Francesco Ferdinando d’Austria-Este, l’erede al trono

27/02/2016 di Cristina Ioannilli

Francesco Ferdinando, futuro erede al trono, avrebbe probabilmente salvato le sorti della monarchia asburgica. Per uno strano caso della storia, però, non sopravvisse al vecchio imperatore Francesco Giuseppe e il suo assassinio fu la scintilla che accese il Primo conflitto mondiale. Ironia della sorte: proprio la morte di un pacifista come l’Arciduca, provocò la Grande Guerra

L’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este era il maggiore tra i figli dell’Arciduca Carlo Ludovico d’Asburgo-Lorena, l’unico fratello dell’Imperatore Francesco Giuseppe che abbia avuto discendenti; sua madre era la Principessa Maria Annunziata, figlia di Ferdinando II re delle Due Sicilie. Nacque il 18 dicembre 1863 a Graz ma, come i suoi fratelli, fu tenuto sempre lontano da sua madre poiché da sempre malata di cuore. La mancanza dell’amore di una madre, che solo più tardi fu sostituita dalla matrigna Maria Teresa di Braganza, influì non poco sul carattere di Ferdinando; divenne orfano di madre a otto anni. Era una persona forte, decisa, intelligente; aveva un carattere irritabile, chiuso: il popolo di lui non sapeva nulla e aveva pochi amici intimi. A partire dal 1878 l’Arciduca intraprese la formazione militare: durante il servizio si ammalò più volte di tubercolosi polmonare e dovette congedarsi temporaneamente dal servizio attivo. Visse estraneo alla politica fino a che, dopo il suicidio del cugino Rodolfo (1889), la morte del padre (1896) lo rese arciduca ereditario. Per prepararsi al suo futuro compito di erede al trono, decise di conoscere il mondo: nel 1892, a ventinove anni, s’imbarcò per un viaggio a scopo di ricerca scientifica. Il viaggio per mare iniziò a Trieste e portò il giovane Arciduca in India, Indonesia, Australia, Giappone, Nord America; tornò a Vienna l’anno seguente, nel 1893.

Nel 1895 conobbe Sofia Chotek, dama di corte ad una festa di ballo a Praga; Francesco Ferdinando, membro della famiglia imperiale degli Asburgo, avrebbe dovuto sposare solo una donna di pari rango, cioè appartenente ad una famiglia regnante o ad una famiglia che in passato aveva regnato in Europa. Nonostante i pareri contrari dei rappresentanti della casa d’Asburgo, in particolare dell’Imperatore Francesco Giuseppe, e le perplessità dei rappresentanti di altri Stati tra i quali il Papa Leone XIII, lo zar Nicola II di Russia e l’Imperatore Guglielmo II di Germania, che temevano per la stabilità della corona imperiale, Francesco Ferdinando rimase della sua opinione decidendo di sposare Sofia. Le leggi familiari erano però chiare: stabilivano, nel caso di un impari matrimonio, l’esclusione dalla Casa Imperiale e che la consorte non avrebbe potuto entrare a far parte di questa.

Alla fine, nel 1899, l’Imperatore Francesco Giuseppe, chiamò in udienza Francesco Ferdinando per comunicargli che avrebbe potuto contrarre il matrimonio desiderato senza dover rinunciare ai suoi diritti alla successione del trono. Il matrimonio, però, sarebbe stato considerato morganatico: i suoi discendenti sarebbero stati privati dei diritti di successione al trono; il prossimo congiunto in linea maschile sarebbe stato, perciò, l’arciduca Carlo, figlio primogenito dell’arciduca Otto, fratello di Francesco Ferdinando. Sofia, inoltre, sarebbe stata costretta a delle restrizioni: non avrebbe potuto condividere né il rango del marito, né il titolo, né i privilegi, e non avrebbe dovuto essere presente in pubblico accanto a lui (ad eccezione di quando l’Arciduca avesse agito in veste di militare). L’Arciduca accettò con solenne giuramento questa decisione: subì l’atto di rinuncia nel palazzo della Hofburg a Vienna, il 28 giugno 1900, la stessa fatale data in cui doveva, quattordici anni più tardi, avvenire l’assassinio di Sarajevo. Il matrimonio fu celebrato il primo luglio 1900, in Boemia, nella cappella del castello di Reichstadt; l’Imperatore e gli altri arciduchi, compresi i parenti dell’Arciduca, non furono presenti. Poco dopo a Sofia venne concesso il titolo di Principessa e nel 1909 quello di Duchessa: ciò innalzò notevolmente il suo status sociale, ma rimaneva sottoposta a delle restrizioni, e a Corte fu causa di non pochi inconvenienti e difficoltà.

La passione predominante di Francesco Ferdinando era la Marina, scaturita dal suo giovanile viaggio intorno al mondo: nel 1908, egli stesso ordinò la costruzione dei primi sommergibili. Il 24 giugno 1911 fu varata a Trieste la Viribus Unitis, nave ammiraglia della Marina imperiale. Il destino dell’Arciduca e quello della “sua” nave erano uniti in maniera fatale: tre anni dopo, nel giugno 1914, la Viribus Unitis portò Francesco Ferdinando da Trieste a Ragusa per la visita a Sarajevo, dove morirà assassinato. Le spoglie dell’erede al trono e di sua moglie Sofia sarebbero state trasportate dalla stessa nave a Trieste, per proseguire poi a Vienna.

Il futuro imperatore fu un individuo difficile dalla personalità complessa e multiforme: Francesco Giuseppe non lo stimava, ed ebbe con lui pessime relazioni. Spesso dipinto come l’arciduca soldato, in realtà fu un propugnatore della pace; fortemente contrario al dualismo della monarchia introdotto nel 1867, aveva idee chiare per il futuro dell’Austria-Ungheria. Una volta salito al trono avrebbe voluto ripristinare un forte potere centrale concedendo però larghe autonomie amministrative a tutte le nazionalità dell’impero, unite da un federalismo sovranazionale. L’erede al trono era un riformista: aveva viaggiato in America tra il 1892 e il 1893, convincendosi del fatto che il modello federale statunitense potesse adattarsi all’impero. Le proposte dell’Arciduca Francesco Ferdinando lo rendevano un personaggio scomodo per l’opinione pubblica: si trattava di un progetto che avrebbe garantito, con buona probabilità, la solidità dell’Impero e, forse, ridotto il rischio di un conflitto mondiale; ma dare spazio alla grande componente slava significava trovare aperto dissenso in numerose componenti elitarie, sia imperiali che estere. All’apice del proprio nazionalismo, la componente ungherese si dichiarò apertamente ostile ai suddetti disegni, tanto da osteggiare apertamente l’appoggio di Francesco Ferdinando al progetto di concordare il suffragio universale, che avrebbe provocato la perdita, per i magiari, della predominanza politica nel multietnico Regno d’Ungheria. Ma l’ostilità nei confronti di questo progetto giungeva anche dall’estero, in particolare dagli ambienti militaristi e nazionalisti in Serbia, che vi vedeva un serio ostacolo al progetto panserbo di unificare gli slavi dei Balcani.

Il 28 giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando e la Duchessa Sofia Chotek giunsero in visita a Sarajevo, capitale della Bosnia. Sebbene il 21 giugno 1914 il Ministro serbo, Jovan Jovanović avesse incontrato il Ministro austro-ungarico delle Finanze Leon von Bilinski e gli avesse segnalato la possibilità di un attentato alla vita dell’Arciduca durante l’imminente visita a Sarajevo, a questa notizia non venne dato il giusto peso dalle autorità imperiali: il viaggio in Bosnia causò malcontento tra i serbi, che lo considerarono un gesto provocatorio.

Già mentre i due coniugi si recavano al Municipio, era stata lanciata una bomba contro le automobili del corteo e l’Aiutante di Campo dell’Arciduca era stato gravemente ferito. Nel ritorno dal Municipio, egli aveva perciò ordinato che lo si conducesse all’ospedale: l’automobile aveva svoltato in una strada laterale per non percorrere la via principale. Fatalmente, questo diede agli attentatori una seconda possibilità: uscendo dallo Schiller Cafè, Gavrilo Princip, si accorse dell’automobile dell’Arciduca che stava tornando indietro, decise di agire e sparò due colpi, il primo diretto al ventre di Sofia e il secondo colpì al collo Francesco Ferdinando, uccidendolo. Quei due colpi di pistola a Sarajevo furono i primi della guerra mondiale.

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Cristina Ioannilli

Nata a Roma il 18 agosto 1993. Diplomata al Liceo Classico “Marco Terenzio Varrone” di Rieti, si è laureata nel 2015 in Storia e Filosofia presso l’Università Europea di Roma. Appassionata di storia contemporanea, dedica i suoi studi ai momenti di transizione e ai processi di formazione delle identità nazionali in Europa.
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