Francesco d’Assisi, dalla città al mondo

13/04/2015 di Davide Del Gusto

Al pari di Benedetto da Norcia, la figura storica di Francesco d’Assisi ha significato, per il mondo cristiano, un senso di rinascita spirituale e sociale: muovendosi nel duecentesco mondo delle città, egli fondò una fraternitas che fece della povertà e della predicazione il perno della sua opera

San Francesco d'Assisi

Il XII e il XIII secolo furono un momento aureo in cui la maggior parte dell’Occidente europeo visse una fase di grande crescita, resa possibile grazie al consolidamento dei processi di riforma religiosa, culturale, sociale ed economica che, sulla lunga durata, avevano pervaso l’intera età medievale. Il sintomo indubbiamente più rilevante di questa fase fu un profondo cambiamento nelle aggregazioni civili: la storica staticità della società vassallatico-beneficiaria, tripartita nell’ordine “funzionale” degli oratores, bellatores e laboratores, entrò pienamente in crisi quando l’Italia per prima iniziò ad essere costellata di città. Il Duecento fu il secolo urbano per eccellenza e il rinnovato sistema sociale cittadino segnò indelebilmente il nuovo corso della civiltà italiana e, in seguito, di quella europea. La città basso medievale, infatti, rivoluzionò l’idem sentire feudale con degli evidenti e generali processi di inurbamento: nobili, cavalieri, clero secolare, mercanti, artigiani, notai, banchieri e contadini rientrarono tutti in un microcosmo che, tra il XII e il XIV secolo, avrebbe intrapreso la strada dell’autogoverno comunale.

La città umbra di Assisi, posta in posizione strategica al crocevia di molte vie di commercio locale e internazionale, non si sottrasse certamente al rinnovamento, animata da una vivace comunità economica e politica. Qui, nel 1182, nacque il figlio del mercante Pietro di Bernardone e della nobile Pica; nonostante fosse stato battezzato col nome di Giovanni, il bambino venne presto chiamato Francesco dal padre: questi, infatti, volle con tutta probabilità celebrare il successo del suo commercio di stoffe pregiate in Provenza dando un nome “parlante” e inconsueto al proprio erede. Dopo una prima educazione presso la scuola dei canonici della cattedrale, il giovane iniziò ben presto a lavorare nel fondaco di famiglia e a frequentare i rampolli dell’aristocrazia comunale assisana, assorbendo pienamente, anche tra gli eccessi, quegli ideali cittadini che lo avrebbero forgiato. Già nel pieno della giovinezza, però, egli iniziò ad allontanarsi dalla vita da mercante che il padre avrebbe voluto per lui, imbevendosi della lirica francese e degli ideali cavallereschi, diffusi dalla cultura cortese e richiamati dagli appelli alla crociata. Prese dunque le armi in nome del proprio comune ghibellino, Francesco ebbe il suo debutto come miles nel 1202 in uno scontro con i guelfi perugini a Collestrada: un insuccesso totale che lo vide entrare in catene nella città nemica e rimanere chiuso in cella per un anno. Fu allora che tutti i suoi sogni iniziarono a vacillare, facendolo cadere in crisi e avviandolo verso una profonda conversione.

Preghiera in San Diamiano
Giotto, Preghiera in San Damiano (1295-1299);

Nel 1205, secondo il suo primo biografo Tommaso da Celano, Francesco decise di partire per la Puglia, ancora con il fine di essere creato cavaliere, e poi da lì unirsi alla crociata; ma, giunto malato a Spoleto, una notte avrebbe udito una voce che lo rimproverava di aver «abbandonato il padrone per seguire il servo». Francesco tornò subito ad Assisi, completamente trasformato: dedito alla solitudine e alla preghiera, si avvicinò agli ultimi dopo l’incontro cruciale con un lebbroso, emarginato per eccellenza dalla società cittadina, da lui beneficiato con l’elemosina, abbracciato e baciato. Il giovane dedito ai vizi si era improvvisamente innamorato di Madonna Povertà.

La definitiva conversione avvenne quando, raccolto in preghiera nella chiesa di San Damiano, Francesco udì il Crocifisso esortarlo a riparare la sua casa in rovina, la Chiesa. Nel 1206 compì un ulteriore passo, spogliandosi pubblicamente dei suoi averi nella piazza principale di Assisi, dinanzi alla furia del padre, al vescovo Guido II e alla popolazione: fu la decisiva rottura con la sua vita precedente e, in un certo senso, con il mondo. Il 24 febbraio 1208, dopo aver ascoltato il Vangelo nella chiesa rurale della Porziuncola, Francesco iniziò la sua opera di predicazione nella campagna assisana tra i poveri e i lebbrosi. Egli non fu mai realmente isolato: sin da subito, alcuni assisani si avvicinarono a lui, condividendone la visione delle cose e formando il primo nucleo della comunità minoritica. I fratres, mossi dall’ideale della missio apostolorum, si vestirono con abiti rozzi e iniziarono a percorrere l’Italia centrale annunciando pace ed invitando alla penitenza, mentre Francesco soggiornò primariamente nel lebbrosario di Gubbio. Non tardarono le prime complicazioni: secondo una decretale del 1184 di Lucio III, la predicazione da parte dei laici era caldamente sconsigliata e pesantemente sanzionata per evitare nuove derive ereticali come quella valdese; Francesco decise allora di andare a Roma nel 1209 con i suoi frati per ottenere il riconoscimento ufficiale della propria comunità come operante all’interno della Chiesa. Nonostante i primi dubbi, la fraternitas venne approvata oralmente da Innocenzo III, che vide di buon occhio quanto proposto da Francesco: una formula di vita in linea con le parole del Vangelo, che costituirono il primo scarno nucleo di una Regola.

La comunità continuò ad allargarsi e, nel 1211, il fondatore accolse alla Porziuncola la giovane Chiara Scifi, la quale poté così accedere allo stato penitenziale, seguita nel tempo da altre donne, le future Clarisse. Inoltre, negli anni immediatamente successivi alla prima approvazione papale, Francesco fondò una serie di conventi nell’Italia centrale, ramificando sul territorio l’opera di predicazione dei frati: il canonico Jacques de Vitry fu testimone a Perugia dell’espansione dei fratres e delle sorores minores, i quali risiedevano in piccole comunità poste appena al di fuori dello spazio urbano che frequentavano. Lo stesso Francesco sentiva comunque la sempre più pressante necessità di una definitiva e ordinata istituzionalizzazione della comunità in un ordine religioso, per evitare il manifestarsi di derive dall’obbedienza a Roma: egli iniziò così a convocare due assemblee all’anno già all’indomani dell’udienza con Innocenzo III. Obiettivo di questi capitoli generali era fissare le norme che tutta la fraternità avrebbe dovuto rispettare e, in secondo luogo, organizzare le missioni di evangelizzazione in Italia e, dal 1217, in Europa. Lo stesso Francesco decise di andare in Francia, ma venne sconsigliato dal legato papale Ugolino dei Conti di Segni e invitato a svolgere uno stretto controllo sui frati nella Penisola.

Regola francescana
Giotto, Innocenzo III approva la Regola francescana (1295-1299).

L’ardente desiderio dell’assisano di partire per altri lidi tornò nel 1219 quando, imbarcatosi ad Ancona, partì per l’Egitto, parallelamente alla Quinta Crociata. Raggiunta Damietta, assediata dai cristiani, Francesco e frate Illuminato riuscirono ad ottenere l’accesso all’accampamento musulmano per incontrare il sultano al-Malik al-Kāmil, con lo scopo di portare il Vangelo e convertire il nemico: la missione francescana rimase un tentativo senza successive imitazioni, sullo sfondo della caduta di Damietta sotto le armi crociate. Nel 1220, richiamato in Italia dalla comunità, Francesco fu costretto a salpare dal porto di Acri, dopo aver forse predicato in Palestina.

Nel grande capitolo generale “delle stuoie” del 1221, Francesco trovò in frate Elia da Cortona il suo vicario nella gestione sempre più complessa dell’ordine; nella medesima occasione, fu aiutato da Cesario di Spira nella redazione di una seconda versione della Regola, nota come non bullata poiché non ancora approvata da Roma. Fu allora nel 1223 che, pienamente convinto della spiritualità dell’ordine e della nuova Regola (riscritta nel frattempo una terza volta da Francesco in collaborazione con il cardinale Ugolino di Anagni), Onorio III approvò finalmente l’ordine francescano con la bolla Solet Annuere: la definitiva stesura del documento segnò la presa di coscienza da parte del fondatore che la sua comunità non avrebbe potuto sopravvivere in nome del solo ideale di povertà, senza una precisa normativa accettata dall’autorità pontificia.

Nel 1224, Francesco decise di ritirarsi con frate Leone sul monte della Verna per vivere nel digiuno: qui, secondo la tradizione agiografica, avrebbe ricevuto le stigmate da un Serafino, che lo resero così un alter Christus. Profondamente segnato da una grave malattia agli occhi e dai digiuni, nel 1226 decise di dettare il proprio Testamentum: con questa sua «recordatio, admonitio, exhortatio», Francesco si congedò dai suoi frati facendo loro appello a seguire la Regola approvata dalla Chiesa, affiancando ad essa le ultime disposizioni e la sua benedizione. Passarono pochi mesi dal suo ufficiale commiato quando, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226, Francesco morì alla Porziuncola. Nel 1228, al termine di un velocissimo processo di canonizzazione, Gregorio IX ufficializzò la santità del poverello d’Assisi, le cui spoglie vennero poi tumulate nel 1230 nella cripta dell’imponente basilica fatta costruire da frate Elia nella città umbra. Quella di Francesco fu un’eredità spirituale pesantissima che, già dai primi anni dopo la sua scomparsa, avrebbe condizionato le scelte e le immediate scissioni del sempre più influente e diffuso Ordo fratrum minorum.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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