Francesco Algarotti, un elegante illuminista nelle grandi corti d’Europa

11/05/2013 di Matteo Anastasi

Fra Seicento e Settecento, in un’Italia ancora lontana dai primi vagiti unificatori e mestamente ridotta a periferia mediterranea dell’Europa, non mancarono menti brillanti e dinamiche, artisti e intellettuali che seppero ottenere grandi apprezzamenti oltreconfine. Uno di questi fu il conte Francesco Algarotti.

Nato nel 1712 in una facoltosa famiglia veneziana, studiò a Roma e Bologna rivelando, fin dalla gioventù, un’attitudine rara: quella di unire alle competenze di matematico e fisico, grandi capacità poetiche e saggistiche che lo portarono a scrivere, a soli ventuno anni, quello che si trasformò in un vero e proprio bestseller, avidamente letto nelle grandi corti europee. Si trattava de Il newtonianismo per le Dame, raffinata volgarizzazione delle teorie di Isaac Newton. Il successo riscosso portò Algarotti a viaggiare in lungo e in largo per il continente.

Francesco AlgarottiDopo un breve soggiorno a Parigi, si trasferì a Londra, dove rimase due anni – tra il 1738 e il 1739 – attirando le simpatie della nobiltà inglese, in particolare di Lord Baltimore. Quest’ultimo lo invitò a unirsi alla delegazione britannica invitata a Pietroburgo al matrimonio della principessa di Mecleburgo, nipote della zarina russa Anna, con il principe di Brunswick. La città creata un quarantennio prima da Pietro il Grande apparve ad Algarotti, sedotto dal suo splendore, «un gran finestrone novellamente aperto nel Norte, per cui la Russia guarda in Europa». Quell’espressione «una finestra sull’Europa», lo ha ricordato Sergio Romano, fu poi adoperata da Puškin nel suo Cavaliere di bronzo, «ma il copyright è di Algarotti».

In Russia si comportò come un moderno repoter, fornendo un quadro analitico della società zarista: traffici commerciali, introiti fiscali, risorse economiche, situazione geopolitica, flotta, esercito. Proprio le informazioni militari risultano particolarmente dettagliate. Algarotti narra con grande acume la strategia adottata dall’esercito russo contro le forze ottomane, nel corso di uno degli innumerevoli conflitti combattuti dalle due potenze nel corso della storia moderna, quello del 1735-1739. Un anno più tardi, nel 1740, la stima che si era guadagnato nel frattempo anche presso la corte prussiana del neo-insediato imperatore Federico II di Hohenzollern, portò quest’ultimo a insignirlo del titolo di conte, in un luogo quanto mai significativo per un illuminista come Algarotti: Königsberg, città natale di Immanuel Kant. Quell’evento è stato così descritto da Emilio Amedeo De Tipaldo, nelle sue biografie dei grandi italiani: «Quando nel 1740 Federico si recò a Königsberg a incoronarsi, l’Algarotti si trovò in mezzo gli applausi e il giubilo di quella potente e valorosa nazione misto e confuso coi principi della famiglia reale, e stette nel palco col Re, spargendo al popolo sottoposto le monete con l’immagine di Federico. Fu in tale congiuntura che questi conferì a lui […] il titolo di conte […] e dal 1747 lo fece suo ciambellano e cavaliere dell’ordine del merito, mentr’era alla corte di Dresda col titolo di consigliere intimo di guerra […] Né l’amicizia, né la stima del Re, né la gratitudine, la devozione e il sincero affetto del cortigiano vennero meno, né soffersero mai alcuna alterazione».

Trascorse presso la corte di Prussia un decennio, tornando nel 1753 in Italia. Gravemente malato di etisia, si spense a Pisa nel 1764, mentre si apprestava a pubblicare una raccolta di tutte le sue opere, tra le quali l’inedito Congresso di Citera, trattato sui diversi costumi amorosi osservati nei numerosi luoghi in cui soggiornò. L’epitaffio sulla sua tomba fu quello per lui dettato dal Re prussiano: «Algarotto Ovidii aemulo, Neutoni discipulo, Federicus magnus». Il sepolcro dove Algarotti riposa fu da lui stesso progettato, come ha ricordato De Tipaldo: «Egli medesimo si era preparato […] il disegno del sepolcro […] non già per orgoglio, ma spinto dal sacro amore delle arti belle, che anche in faccia alla morte non poteva intiepidirsi nel suo petto».

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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